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Wicapasaca – Racconto di Stefano Zingone

Wicapasaca - Racconto di Stefano Zingone

Voleva per forza una Mustang Cabriolet e si era attaccato al telefono per un pomeriggio intero, cercando in tutte le agenzie di noleggio, finché non aveva trovato quello che cercava. Si accordò per ritirare la macchina a Needles perché quella cittadina era la porta per il deserto del Mojave, in California. La sua intenzione era di percorrere un tratto della Route 66, che tante volte aveva sognato come meta di un’avventura americana, però voleva subito confrontarsi con la parte più dura. Non gli interessava visitare le cittadine finto-western che si snodavano lungo l’arteria d’asfalto, né far finta d’apprezzare i rimasugli dell’epoca dei pionieri, tutti falsi e messi apposta per i turisti. Non voleva attraversare paesaggi maestosi o parchi naturali, lui voleva il deserto. Quella distesa di rocce incandescenti, piante di cactus e Joshua Trees che con i loro ciuffi di foglie appuntite punteggiano un paesaggio altrimenti arido e desolato. Sentiva il bisogno di sbattersi in faccia la solitudine e meglio sarebbe stato se questa avesse comportato una certa sofferenza fisica dovuta al caldo o alla mancanza di comodità. Immaginava la macchina di cinquemila di cilindrata come l’unica sua amica in un trasferimento che odorava d’avventura. Si comprò uno Stetson dalle ampie falde e tirò giù la cappotta dell’auto, poi premette a fondo l’acceleratore godendo della risposta di tutti i cavalli nascosti negli otto cilindri del motore. La vettura, nera con gli interni di pelle rossa, fece un balzo in avanti ed a lui scappò uno “Yahooooo!” a pieni polmoni come fosse il capo carovana di un convoglio di pionieri. Sulla strada non c’era anima viva, e non doveva esserci. Con un atto irresponsabile e forse puerile, prese il cellulare dalla tasca e con tutta la forza lo buttò il più lontano possibile sentendosi libero da quel legame con il mondo dal quale voleva estraniarsi. In quel momento gli sembrò di scendere in un’arena e voleva trovare in quell’ambiente ostile qualcosa da sfidare. Avrebbe potuto essere il clima, oppure un serpente a sonagli o qualche Apache sbandato, comunque sarebbe stato l’avversario con cui si sarebbe confrontato per trovare i limiti del suo coraggio o per restare sgomento innanzi alla sua vigliaccheria. Si augurava quasi che improvvisamente finisse la benzina e lui fosse costretto a caricarsi sulle spalle lo zaino che aveva preparato per proseguire a piedi in cerca di soccorsi. Naturalmente erano tutte fantasie, ma attraversando il deserto ogni miraggio è un’illusione, e lui era lì per questo.
Si dice che la cosa peggiore che possa capitare a qualsiasi essere umano è che si avverino i propri desideri, e questo volle il destino per punire l’uomo. Un guasto al motore fermò la Mustang nel mezzo del nulla e lui, senza alcun modo per mettersi in contatto con i soccorsi, si ritrovò solo nel deserto del Mojave. Scese dall’auto inquieto, ma non ancora spaventato, in fondo si trovava in un paese civile: qualcuno sarebbe passato e l’avrebbe soccorso. Si accovacciò sul ciglio della strada e aspettò di vedere una rassicurante nuvoletta di polvere all’orizzonte. Il sole era alto nel cielo e da sotto il cappellone da cow boy scendevano gocce di sudore a bruciargli gli occhi già irritati dal riverbero della luce. Sedersi nell’auto non sembrava una buona idea, la carrozzeria scura ed i sedili in pelle l’avevano in breve tempo trasformata in una graticola, d’altronde restare fermo senza un riparo stava cominciando a diventare e insopportabile. Si guardò attorno per trovare una qualche copertura che potesse fornire un po’ d’ombra. Proprio a patire da quel punto, vicino alla strada, si snodava un sentiero battuto che sembrava portare ad una grande roccia non troppo lontana. “Sotto quel masso potrei trovare riparo almeno per le ore più calde.” Pensò, e prendendo solo una coperta ed una bottiglietta d’acqua che aveva comprato prima di partire, lasciò la Mustang incustodita incamminandosi sul viottolo polveroso. Forse i troppi film western veduti fin dall’infanzia, la musica country che spesso ascoltava in cuffia davanti al pc di casa oppure i libri di Kerouac che tante illusioni avevano fomentato in tutta una generazione, gli avevano fatto sognare quello ora stava vivendo. Ma non era una situazione così facile come aveva pensato e la sfida cominciava a diventare impegnativa per uno come lui che non aveva mai fatto neanche un solo giorno di campeggio in vita sua. “Gambe in spalla.” Si disse compatendosi per la sua stupidità e, con uno strano stato d’animo tra l’eccitazione e la paura, si diresse verso la formazione rocciosa. Questa in lontananza si presentava con una strana forma. Non era piatta in cima, come altri rilievi intorno, ma somigliava quasi ad una mongolfiera d’arenaria, una sorta di pallone oblungo, forse modellato dai caldi venti del deserto. Era partito alla mattina, non presto, e dopo che la macchina l’aveva piantato in asso aveva camminato per circa tre ore, quindi in quel momento il sole era a perpendicolo e l’ombra dell’uomo sul terreno spariva sotto le sue scarpe. Gli avevano detto che quella non era la stagione più calda ma, forse perché non abituato, gli sembrava di trascinarsi nella bocca aperta di una fornace. Doveva affrettarsi per trovare un po’ d’ombra, sentiva già girargli la testa e l’arsura stava diventando insopportabile. Si attaccò alla bottiglietta d’acqua maledicendosi per non aver preso una confezione grande, tanto sulla strada avrebbe trovato punti di ristoro. “Ma com’è che più vado avanti, più quel cavolo di montagna sembra allontanarsi?” Il calore che saliva dal suolo modificava la percezione delle distanze e l’immagine tremolante della meta sembrava voler giocare a rimpiattino, ferma tra sabbia e sterpaglie senza mai avvicinarsi. Il tempo scorreva lentamente mentre, passo dopo passo, s’inoltrava nel deserto. Ormai, voltandosi indietro, non vedeva più il nastro d’asfalto alle sue spalle e pensò a quanto stupido gli sembrasse adesso quel desiderio di solitudine espresso solo poche ore prima. Il sole s’inclinava gradualmente verso l’orizzonte facendo nascere e muovere le ombre di ogni elemento del paesaggio. Attorno agli alti cactus e vicino ai cespugli si allungavano forme di tutte le dimensioni, in un lento ed inquietante balletto che cambiava pur nella più assoluta immobilità. Anche la roccia in lontananza si mostrava diversa. Mentre prima era solo un informe grande sasso adesso, col variare della luce, i due fori e la piccola caverna che s’intravedeva alla base componevano un’immagine definita. Probabilmente sarà stato per la stanchezza che cominciava a farsi sentire, ma all’uomo quel solitario masso d’improvviso apparve come un enorme teschio con le scure orbite vuote ed una bocca sdentata spalancata ed in attesa. “Superstizione ed autosuggestione.” Si disse continuando a camminare. D’altronde non aveva molte alternative, doveva trovare un riparo dal sole e forse anche un rifugio per la notte. L’indomani si sarebbe rimesso in strada prima dell’alba ed, evitando il calore del giorno, avrebbe raggiunto una qualche zona abitata. Magari ci sarebbe stata la possibilità di incrociare qualche altro viaggiatore che avrebbe potuto soccorrerlo.
Dopo un tempo che gli sembrò interminabile, finalmente arrivò nei presi della formazione rocciosa. Si fermò a qualche metro di distanza e guardò il masso con attenzione. “Sembra proprio un cranio umano piantato sulla sabbia. Mi sembra di ricordare che, da queste parti si trova la Roccia del Teschio, un luogo magico e sacro per gli indiani. Chissà, forse è proprio questa. Comunque quella grotta dovrebbe fare al caso mio.” Mise piede dentro all’anfratto alla base della montagnola e, per prima cosa, si accertò che non ci fosse qualche animale selvatico. Non trovò coyote, puma o serpenti ad aspettarlo, e per questo fu grato al cielo. “Grazie, Signore. O forse dovrei rivolgermi a Manitù, la divinità dei nativi americani che probabilmente abitarono questo sito tanti anni fa.” Con una frasca trovata nei pressi dette una ramazzata in terra per togliere i sassolini e creare uno spiazzo dove sedersi. Disturbati dal prepotente intruso, una frotta di insetti di genere assortito, scorpioni, millepiedi e piccole altre cose striscianti, corse via sparpagliandosi verso ogni direzione. “Via di torno!” La stanchezza si faceva sentire, e l’uomo stese la coperta che aveva portato con sé accucciandosi con la schiena appoggiata alla parete per riposarsi un po’.
Il sonno vinse sulla fame e la sete, e l’uomo scivolò in uno stato d’incoscienza popolato da visioni di cieli infiniti percorsi da stormi di bianchi uccelli in volo verso sud, ma anche da incubi spaventosi dove enormi cobra, con i denti appuntiti e la lingua sibilante, soffiavano veleno verso di lui. Smaniava e si lamentava, mentre fuori della grotta la notte stendeva il suo sudario trapunto di pagliuzze d’oro su un mondo nuovo che si destava nell’oscurità. Quello stordimento fu la sua salvezza perché gli impedì di pensare a cosa si muovesse intorno a lui e di come, nella sua vulnerabilità, avrebbe potuto facilmente essere preda della natura ostile. Nel dormiveglia gli apparve un coyote che ululava alla luna e, con sua grande meraviglia, lui capì quello che l’animale stava implorando. “Oh Pah, placida Signora, che spargi il latte dei tuo raggi sul mondo e consoli le vergini, – diceva l’animale allungando il collo verso il cielo – guarda benevola l’uomo bianco nella bocca di Wicapasaca e proteggilo in quella che non è la sua casa.” Poi improvvisamente gli si parò innanzi il volto di un vecchio indiano. La faccia, avvizzita e rugosa, mostrava tutto il passare degli anni ed ogni piccola piega era la testimonianza di un dolore vissuto e di una saggezza acquisita. Segni colorati gli attraversavano la fronte e le gote ed uno strano copricapo, fatto di penne, sonagli e piccoli teschi, lo adornava come la divisa piena di medaglie di un soldato reduce da mille conflitti. Legato al collo portava un laccio di cuoio con un piccolo turchese, incastonato d’argento, dov’era incisa l‘immagine di un’aquila con le ali spiegate.
-Perché sei venuto? -Chiese il pellerossa.
-Non lo so più. – Rispose l’uomo. – Ero partito con la speranza di ritrovarmi ed adesso ho paura di essermi perso.
-Vuoi davvero vedere dentro di te?
-Non so rispondere, non più. – Fu l’improvvisa paura di conoscersi a fondo e la certezza che quel vecchio sciamano avrebbe potuto penetrare dentro le remote pieghe della sua anima mostrandogli il risultato, che spaventò l’uomo. L’indiano lo guardò a lungo in silenzio e poi cominciò a dondolare la testa avanti ed indietro in un movimento lento ed ipnotico. Una nenia antica cantata senza voce si diffuse intorno ed il suono di lontani tamburi riempì il silenzio della notte.
-Il Grande Spirito ti ama, o hai fatto qualche buona azione che ti sta ricompensando, perché vedo che ancora non sei pronto per cavalcare nelle praterie del cielo. Però devi imparare da questa esperienza. Ascolta attentamente e ricorda. Non chiedere se non sei pronto a sentire le risposte. Non sfidare se non sei pronto a soccombere. Non tentare la fortuna se non sei disposto a perdere tutto. Vai nel deserto, o percorri la vita, con un fardello leggero, ma non dimenticare le cose veramente importanti. Ad un certo punto dovrai lasciare la vecchia strada, dritta e comoda, per un percorso ignoto e scomodo, ma se non lo farai qualcun altro percorrerà il sentiero che, per paura, non avrai imboccato e ti rimarrà il rimpianto. Oggi hai sofferto, ma hai avuto la visione. Non hai penato invano, e questo t’insegni che la sofferenza può dare tanto quanto toglie, se la sai accettare. – Dopo queste parole, il vecchio sciamano riprese il suo canto muto e, lentamente, la sua immagine si sfocò confondendosi tra i fumi e le melodie di una danza sacra.
L’uomo si agitò per tutta la notte in preda a visioni oniriche di ogni genere finché una mano robusta non lo scosse per la spalla.
-Sveglia, signore.
-Chi siete?
-Polizia di Stato. Abbiamo visto la macchina ferma sul ciglio della strada e, pensando che qualcuno potesse avere bisogno d’aiuto, abbiamo seguito le orme sul sentiero. Si sente bene?
-Si, si grazie. – Rispose l’uomo felice di poter tornare alla sua vita e di lasciarsi alle spalle la caverna con tutti gli strani sogni della notte. Era ancora turbato dalle visioni fantastiche che l’avevano perseguitato durante il sonno. Come a volte succede, faceva fatica a tornare del tutto alla realtà, ma un caffè versato dal thermos del poliziotto lo aiutò a chiudere la pagina di quella strana avventura. Si alzò aiutato dall’agente e fece qualche passo barcollante, ma si sentiva tutto intorpidito, quasi non si reggeva in piedi. Aveva le mani serrate a pugno, forse come reazione al freddo o alla tensione delle ultime ore. Stese le dita e qualcosa cadde a terra. Pensò ad un sassolino e stava per andare via quando un riflesso di luce lo fece chinare per vedere di cosa si trattasse. Raccolse un piccolo pendaglio d’argento con incastonato un turchese sul quale era incisa un’aquila. Lasciò la bocca del teschio stringendo in mano il ricordo di un sogno che forse non aveva solamente sognato.

 

Stefano Zingone

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