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Utopia – racconto di Maria Sara Cetraro

Utopia - racconto di Maria Sara Cetraro

Giulia era riuscita a superare brillantemente il provino: bella presenza, simpatica e spontanea, indubbiamente la persona giusta per completare il quadro dei ‘freaks’ che la Casa avrebbe ospitato. Lei, in effetti, tra tutti gli inquilini era la più “normale”: da poco laureata in Lettere e di conseguenza, prevedibilmente, disoccupata. Gli altri erano soggetti dai trascorsi più o meno impensabili: l’immancabile gay un po’ eccentrico, il seminarista in crisi vocazionale, quello che aveva sposato in seconde nozze la migliore amica della figlia, quella che si era fatta ingiustamente cinque anni di carcere per uno scambio di persona, il culturista amante dei tatuaggi ‘total body’, quella che aveva mollato il lavoro da cubista per ritirarsi in un eremo sull’Himalaya, il senzatetto che per qualche sconosciuto legame di parentela aveva ricevuto in eredità una lussuosa villa del Settecento, la ventenne bocciata quattro volte alla scuola superiore e la madre di lei, iper-protettiva ai limiti dell’ossessione.

Dopo l’ingresso trionfale nella Casa, la prima settimana di convivenza era trascorsa piuttosto tranquillamente; gli inquilini avevano avuto modo di conoscersi, spendendo la maggior parte del tempo a oziare nel salotto o nel mega-giardino con piscina; chiacchieravano così, senza una reale connessione tra i vari argomenti che trattavano: il sacerdozio femminile, la relativa utilità di una laurea al giorno d’oggi, il luogo comune dell’amore che non ha età, le dinamiche organizzative di un Gay-Pride, le inaspettate botte di fortuna che ti cambiano la vita, la lentezza della giustizia italiana.
Ben presto, esaurita quella casistica, capirono di non avere molto altro da dirsi. Allora cominciarono a parlare dell’arredamento della Casa e di cosa avrebbero voluto cambiare, produzione permettendo. Il senzatetto arricchito diceva che il bagno con vasca della sua villa era cento volte più confortevole del minuscolo box doccia della Casa, e quasi rimpiangeva la sua sontuosa dimora. Con tutta probabilità sarebbe stato il primo ad essere nominato per abbandonare il gioco. L’unico acceso litigio tra i concorrenti era nato a proposito dei turni per la sistemazione della cucina dopo i pasti, ma si era risolto in breve tempo con l’intervento della mammina premurosa, che si era fatta carico del lavoro che spettava alla figlia.
Giulia partecipava con molto interesse ai momenti di forzata convivialità, esprimendo opinioni chiare e lineari; di rado si perdeva nei suoi ragionamenti filosofici, per poi tornare a sparare frasi ovvie non appena sentiva puntati su di sé gli occhi perplessi dei compagni.

La striscia quotidiana del programma era seguitissima perché, dopo pochi giorni dalla prima puntata, cominciavano già a trapelare i particolari di un’imminente storia d’amore tra il timido seminarista e l’ex-cubista convertita. Dal canto suo, la pluri-bocciata faceva di tutto per attirare l’attenzione dell’uomo dal corpo dipinto; nonostante avesse la madre sempre tra i piedi, non perdeva occasione per palpargli le braccia e faceva stupidi apprezzamenti su quanto i suoi muscoli fossero esaltati dalle linee perfette dei tatuaggi. Lui, nonostante il ringalluzzimento dovuto a quella corte spietata, non la considerava più di tanto, giacché era tutto preso a spararsi pose davanti allo specchio mentre, con enfasi “coatta”, svelava all’ex-carcerata e al gay la filosofia di vita che si celava dietro tutti i ghirigori che gli decoravano la pelle.
Chi più chi meno, tutti erano consapevoli che avrebbero condiviso lo stesso spazio vitale per qualche mese, ma per tanti aspetti, inevitabilmente, sarebbero rimasti dei perfetti estranei, seppure sotto perpetua osservazione.

La sera della seconda puntata il pubblico in studio era tutto in fermento; tra gli applausi entusiasti e i commenti degli opinionisti sulla settimana di clausura appena trascorsa, volavano frecciatine e pesanti insulti, soprattutto tra due ragazze sedute in prima fila; erano la figlia e la moglie di uno dei concorrenti, fino a qualche anno prima amiche per la pelle ed ora acerrime nemiche. La prima accusava la seconda di aver ridotto l’uomo ad un vecchio che si ostinava a fare il ragazzo, rendendosi ridicolo. L’altra rispondeva imputando all’invidia l’atteggiamento strafottente dell’ex-amica che, a suo dire, nascondeva in realtà il rodimento per essere stata abbandonata, dallo storico fidanzato prima e dal padre poi. E giù a contendersi l’affetto di quell’uomo, che in una confessione di qualche giorno prima, tra le lacrime, aveva ammesso di avere già nostalgia della famiglia, senza specificare se stesse parlando di quella di origine o di quella appena formata.

Verso la fine della puntata, la conduttrice annunciò le tanto attese nomination. Camminando disinvolta sui suoi trampoli vertiginosi, si avvicinò al maxi-schermo e chiese il collegamento con la Casa; dopo aver salutato i concorrenti con i soliti convenevoli banali, invitò Giulia a raggiungere per prima il confessionale. La ragazza, piena di sprint, corse verso la saletta rossa, socchiuse la porta e andò a sedersi, assicurando alla famiglia e agli amici che stava bene e che all’interno della Casa tutto procedeva alla grande.
Poi, dopo la richiesta da parte della conduttrice di assumere un tono serio vista la solennità del momento, giunse la fatidica domanda: «Chi intendi nominare?»
Silenzio.
La ragazza fissava la telecamera.
«Giulia, mi senti? Chi vuoi nominare perché esca dalla Casa?»
Lei sorrise fissando ancora la telecamera.
Silenzio.
Poi, con tutta calma, avvicinò la mano al petto, facendo attenzione a non spostare il microfono agganciato al colletto, ed estrasse da sotto il maglione un oggetto misterioso, sorrise di nuovo e abbassò lo sguardo. Iniziò a scandire le prime parole:

«La vita è una mascherata, tu dici, e questo per te è fonte inesauribile di divertimento, e sei così abile che ancora non è riuscito a nessuno di smascherarti; poiché ogni manifestazione tua è sempre un inganno; solo in questo modo tu puoi respirare e far sì che la gente non si serri intorno a te e ostacoli la tua respirazione…» *

Un libro??? Come aveva fatto a portare un libro nella Casa? Possibile che nessuno lo avesse trovato quando la produzione aveva ispezionato le valigie dei concorrenti per assicurarsi che non portassero con sé telefoni cellulari, laptop e tutto ciò che potesse costituire un contatto con il mondo esterno? Beh, un libro non era certo da considerarsi alla stessa stregua di un quotidiano ma, in verità, fino a quella decima edizione del programma, un problema simile, a fronte del regolamento, non si era nemmeno mai posto!

La conduttrice rise divertita e cercò di interrompere Giulia con qualche battuta infelice, pensando si trattasse di uno scherzo. In realtà, avrebbe dovuto mantenere un tono più risoluto che indicasse la gravità di quella violazione da parte della concorrente, che rischiava di essere squalificata per aver introdotto in Casa un oggetto proibito, o forse semplicemente mai contemplato nelle regole del gioco.
In studio era calato un silenzio pieno di imbarazzo. Nessuno si azzardava ad applaudire, per paura di essere zittito dagli autori, che nel frattempo si scapicollavano per trovare una soluzione a quell’insubordinazione inaspettata. Dapprima decisero di non interrompere il collegamento con il confessionale, per capire dove Giulia volesse andare a parare.
La ragazza proseguiva imperterrita, determinata a sfruttare al meglio quel momento di gloriosa solitudine… in diretta tv.

«…Non sai che giungerà l’ora della mezzanotte in cui ognuno dovrà smascherarsi? Credi che si possa sempre scherzare con la vita? Credi che si possa di nascosto sgattaiolar via un po’ prima della mezzanotte per sfuggirla? Non inorridisci a questo pensiero? In verità non dovresti scherzare su questo argomento, che non solo è molto serio, ma terribile.»

Mentre Giulia ancora leggeva, il ragazzo tatuato bussò alla porta del confessionale, preoccupato che all’interno fosse successo qualcosa; presi dal gesto folle della concorrente, né gli autori né la conduttrice si erano preoccupati di avvertire gli altri inquilini di quanto stesse accadendo.
Non ricevendo risposta, il giovane spalancò la porta deciso a chiedere spiegazioni, ma rimase impietrito davanti alla scena che gli si presentò davanti. Come se non lo avesse sentito arrivare, la ragazza continuava a declamare con veemenza parole sferzanti.

«In ogni uomo vi son degli ostacoli che, in un certo senso, non gli permettono di diventare completamente trasparente a se stesso; la cosa può raggiungere tali proporzioni, egli può, a sua insaputa, venir talmente coinvolto in circostanze di vita che stanno al di fuori di lui, che egli perde la capacità di manifestarsi; ma chi non si può manifestare non può amare, e chi non può amare è l’essere più infelice.»

Diventare completamente trasparente a se stesso. Il ragazzo tatuato, all’udire quell’espressione, si rese improvvisamente conto di non essere mai riuscito a diventare trasparente, soprattutto ai propri occhi. Aveva sempre sentito la necessità di rendersi ‘opaco’, per non offrire agli altri un accesso troppo diretto ai suoi sentimenti più profondi; per questo aveva preferito ostentare il suo aspetto esteriore piuttosto che lasciarsi scrutare dentro. I vestiti non erano bastati, finanche la pelle aveva voluto mascherare, come se quei tatuaggi potessero diventare la sua armatura, quella di un uomo valoroso, da temere e da ammirare al contempo.

Il resto della ciurma era rimasto nel grande salone; erano trascorsi pochi minuti da quando il ragazzo tatuato aveva raggiunto Giulia nel confessionale. Si guardavano con aria interrogativa, e dopo poco capirono che sarebbe stato inutile esprimere a voce le proprie domande, non valeva la pena sprecare altro tempo, tanto più che ormai si sentivano come abbandonati, finanche dall’occhio fisso che fino a quel momento li aveva controllati. Tutti insieme si diressero verso la stanza rossa. La porta era socchiusa e l’unica voce che sentivano era quella di Giulia, nitida, sicura.
Per primo fece capolino il seminarista in crisi, al quale quel testo suonava familiare: reminiscenze degli studi filosofici di qualche anno prima. Si girò verso i compagni accalcati dietro di lui, che si spintonavano e sghignazzavano; portò l’indice davanti alle labbra e li invitò ad entrare in silenzio. Quelli, stranamente, obbedirono senza protestare. Come fossero caduti in uno stato di ipnosi, sbattendo più volte le palpebre, guardavano Giulia ed erano come rapiti dalla sua lettura. Si disposero in cerchio intorno a lei, intorno a quel corpo immobile che emetteva solo suono; per un attimo sul volto della ragazza si disegnò un sorriso, come quello di chi accoglie con gioia la visita di un amico, ma gli occhi, quelli rimasero incollati alle pagine…

«E tu, per divertimento, ti eserciti nell’arte di diventare misterioso per tutti. Mio giovane amico, pensa, se non ci fosse nessuno che si interessasse di indovinare il tuo mistero, che piacere ne avresti? Ma soprattutto per te stesso, per la tua salvezza, – poiché io non conosco nessuno stato d’animo che possa meglio essere specificato come perdizione -, ferma questa pazza fuga, questa passione d’annientamento che infuria in te, perché è questo quello che tu vuoi, vuoi annientare tutto, vuoi saziare la fame del dubbio che è in te a prezzo dell’esistenza. È a questo che ti prepari, è per questo che indurisci il tuo spirito; poiché lo ammetti anche tu, non sei capace di nulla, solo questo ti fa piacere, girare sette volte intorno all’esistenza e soffiare le trombe, e poi lasciar che tutto finisca. Se ti trovi di fronte al nulla, la tua anima si acquieta; anzi, essa può divenir malinconica, se dal nulla ti viene incontro musicalmente l’eco della tua passione, poiché l’eco risuona solo nel vuoto.»

Silenzio.
Gli occhi di Giulia si spostarono lentamente dal libro che teneva tra le mani alla telecamera che aveva di fronte a sé. E fissi su di lei gli occhi sgranati dei compagni di gioco, svuotati di ogni fasulla certezza e in pochi minuti riempiti di stupore.

La pluri-bocciata scoppiò in lacrime. Tra i singhiozzi diceva di sentirsi come se qualcuno le avesse conficcato un pugnale nello stomaco. Perdizione, fuga, annientamento. Non potevano esserci parole migliori per descrivere il modo in cui aveva sprecato la sua giovane vita da quando aveva messo piede in quella scuola che odiava. Era stata la mamma ad iscriverla, contro la sua volontà. E si ostinava a tenerla lì, nonostante i brutti voti, nonostante la figlia non avesse mai portato a casa un’amica vera, nonostante i professori dessero per spacciato il suo futuro professionale. Le lacrime sgorgarono anche dagli occhi di quella madre troppo apprensiva, mentre tentava invano di asciugare il volto della figlia, per evitare che le colasse il trucco.
Girare sette volte intorno all’esistenza. Il seminarista in crisi aveva girato cinque parrocchie e due istituti religiosi e nessuno era ancora riuscito a spiegargli in che modo concretizzare la sua vocazione. Si rese conto che l’unica persona a cui non aveva rivolto la domanda decisiva era se stesso.
La giovane eremita aveva girato sei aeroporti prima di arrivare sull’Himalaya. Il settimo era stato quello di Fiumicino, quello del ritorno. Riconobbe che la lontananza fisica da casa non era riuscita a farle dimenticare il suo lavoro sfruttato, sepolto sotto i tappeti di un night club, insieme alle pailletes e alle scarpe col tacco. La vita solitaria lei l’aveva cercata, a differenza della donna incarcerata ingiustamente, che tra le mura della prigione, aveva subìto l’umiliazione e la derisione che spettano ai pazzi criminali. E per non rischiare di impazzire sul serio, aveva aggiunto un altro muro a quelli veri, lo aveva issato intorno alla propria anima ferita, per potersi convincere di essere lei la fortezza inespugnabile.
E dentro una fortezza si era barricato il barbone arricchito, improvvisandosi signore, ora costretto ad ammettere a se stesso che, più del bagno lussuoso della sua villa, ciò che gli mancava davvero era il profumo dei capelli della giovane volontaria che un tempo gli serviva da mangiare alla Caritas, e che non aveva avuto più il coraggio di cercare, dopo l’inaspettato sconvolgimento della sua vita. Si sentiva quasi in colpa, come se l’avesse ingannata tenendole nascosta la sua vera identità ed ora non meritasse più la dedizione e l’affetto che lei gli aveva riservato quando viveva ancora per strada.
Soffiare le trombe e poi lasciare che tutto finisca. L’eco di quel suono si era spento già poco dopo il giorno delle nozze, per il sessantenne ammogliato con la venticinquenne. Ma lui voleva illudersi che potesse durare per sempre, non aveva il coraggio di tornare dalla figlia e ammettere di essere stato un idiota quando l’aveva lasciata da sola ad affrontare la sua più grande delusione d’amore; per rifarsi una vita dopo la separazione, aveva cercato la fonte della giovinezza nella fotocopia sbiadita dell’unica donna che veramente lo amava come uomo – e come padre -, perché solo così poteva sentirsi esonerato dalle responsabilità più importanti.
Le stesse responsabilità che avevano deposto i genitori del ragazzo gay, quando lui aveva deciso di metterli al corrente della sua situazione sentimentale. Invece che sedersi a parlare per cercare di capire, lo avevano sbattuto fuori casa e la sua timida indole calpestata aveva reagito sfociando nell’ostentazione estrema. Sperava che, se la madre e il padre proprio non volevano incontrarlo di persona, almeno avrebbero potuto ammirare le sue prodezze o inorridire di fronte ad esse guardando in tv le riprese di qualche manifestazione a cui lui assiduamente partecipava.

Si alzarono tutti, tranne Giulia, senza proferire parola. Si diressero verso la porta che comunicava con l’esterno. Cominciarono a bussare, a dare pugni e calci, sempre più forti, sempre più disperati: «Fateci uscireeeeeeee!!!»

Dalla sala rossa si udiva ancora la voce di Giulia, sempre più forte, più disperata.
«È anche di voi che si parla qui» disse la ragazza rivolgendosi agli autori, mentre mostrava alla telecamera la copertina di quel libro sovversivo.
«Voi che succhiate la vita delle persone per nascondere la vostra mediocrità. Voi che neanche ve ne rendete conto, ma vi ostinate a vivere male e la vostra sopravvivenza si decreta soltanto nella misura in cui riuscite a far sì che gli altri vivano peggio. Avete perso la capacità di manifestarvi, di mettere la faccia nelle cose che fate, subdoli manipolatori delle menti, agghindati da elargitori di buoni sentimenti. È giunta la vostra mezzanotte, è ora di togliere la maschera, di porre fine allo scherzo, di distruggere l’inganno…»

Non fece in tempo a terminare il suo discorso.
Nero. Pubblicità e telepromozioni spiattellate per venti minuti di fila.
Poi di nuovo la diretta con l’annuncio inappellabile: chiusura forzata del programma, causa squalificazione di tutti i concorrenti, per il mancato rispetto del regolamento. Nei giorni successivi, valanghe di mail, telefonate, talk-show fondati su misere indiscrezioni, pagine e pagine di articoli sui giornali e servizi televisivi tutti uguali.
Polverone gigantesco. Poi, di nuovo, quiete.

10 mesi dopo…

Facce già viste, sorridenti. Si muovono disinvolti, come fossero a Casa loro.
La ragazza pluri-bocciata ora è matricola all’università, la madre apprensiva molto più disinvolta e spensierata.
Il ragazzo gay è sempre eccentrico ma meno arrabbiato di prima, finalmente è riuscito a parlare con i suoi genitori.
Il seminarista in crisi e la cubista-eremita sono fidanzati da sei mesi.
Il sessantenne scapestrato è tornato ad essere un semplice padre.
L’ex carcerata ha fondato un’associazione per le famiglie dei detenuti.
Il senzatetto arricchito ha trasformato la sua villa in una casa di accoglienza e la gestisce insieme alla volontaria di cui è innamorato.
Il tatuato non ha certo perso tempo e denaro per cancellare tutti i colori appiccicati al corpo, ma almeno, quando conosce nuove persone, pensa a mostrare più il cuore che la pelle.

C’è un’unica differenza nell’arredamento di questo luogo già vissuto: vetrate luminose e pareti piene di scaffali; scaffali pieni di libri, di ogni genere.
Libri ovunque.
Dopo il fallimento della prima casa di produzione, il nuovo staff ha accettato la proposta: una Casa che è un’enorme Biblioteca. Gli inquilini trascorrono le giornate a leggere e a discutere. Ogni tanto qualcuno va nel confessionale e legge dei brani ad alta voce, aprendo il dibattito con gli spettatori, che possono telefonare o scrivere ai concorrenti.
Anche se la striscia pomeridiana non registra un’audience molto alta nessuno se ne preoccupa, anzi: quelle sono le ore in cui la gente, impaziente di conoscere il finale dei libri segnalati, invade le librerie e le biblioteche italiane. Non si è mai visto un afflusso di persone così affamate di letture.
Le nomination non si usano per mandare via l’antipatico di turno, nella Casa nemmeno si litiga più; servono per permettere al pubblico di eleggere il libro della settimana abbinato ad ogni concorrente, così che un gran numero di copie possa poi essere distribuito nei piccoli paesi o nei centri che intendono fondare nuove biblioteche.

Hanno scelto un titolo stravagante per questo programma, a detta dei più colti un tantino ossimorico: “Grande Libello”. E la nuova conduttrice… Beh, non potevano ingaggiarne una migliore di Giulia.

* tratto da Aut Aut di Søren Kierkegaard.

Maria Sara Cetraro


 

 

 

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