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Stagioni di donna – Racconto di Rossana Perino

Stagioni di donna - Racconto di Rossana Perino


Diluvio di primavera

La pioggia tamburellava veloce e sonora sul tetto di metallo come solo gl’improvvisi scrosci primaverili sanno fare al di sotto del tropico, dall’altra parte del globo.
Il cielo basso e imbronciato non dava alcun presagio dell’esistenza del sole al di là della massa di nubi.
Una cortina d’acqua separava le vetrate della veranda dal parco di fronte, fradicio fino all’inverosimile; sfocò lo sgurdo, l’acqua che scorreva per il viale trasversale si cambiò d’un tratto in un canale morbido di liquido spesso e verdastro, un nastro immobile ma vivo, muto ma querulo.Si ritrovò a Venezia con gli stessi silenzi dorati e l’incessante gorgoglìo della pioggia leggiera., Venezia simbolo recente di una sua nuova conquista, di una inimmaginabile vittoria su se stessa, prima uscita in pubblico delle sue capacità d’intellettuale e d’insegnante. Eppure solo poche ore prima lui le aveva rovesci ato in faccia a voce alterata di essere diventata sfrontatamente piena di sè. Sì, proprio a lei che di se stessa non aveva mai pensato più di tanto e che a se stessa aveva sempre anteposto i propri doveri di madre di famiglia, senza mai alcun rimpianto, che tanto c’era una vita di fronte.
E adesso, con gli occhi fissi alle foglie che si piegavano accondiscendenti sotto il peso delle larghe gocce, non poteva fare a meno di rigirare nella mente con vana incredulità la nuova accusa, una nuova personalità di cui lei non era minimamente cosciente. Nel suo intimo lei si sentiva finalmente solo più coerente, si adattava più comodamente al mondo degli altri, aveva finalmente trovato uno spazio per sè, aveva sciolto i legacci del quotidiano.
Eppure non era offesa, era solo amareggiata; buttava giù a forza quel sapore di carta cellophane che solo la sconfitta sa dare mentre considerava che in fondo era stato ingiusto questo scoppio d’ira gratuito anche se analizzandone il comportamento, lei riusciva anche a comprenderlo, perfino a giustificarlo.
Il solito gioco, l’inesplicabile prontezza di sempre alla comprensione ed alla tolleranza, quel suo ineluttabile buttarsi alle spalle il proprio io per affrontare con pazienzae dedizione il suo. Le gocce scivolavano giù libere sulle larghe, carnose foglie della monsteria per formare poi una corona brillante sugli orli arricciati prima di abbandonarla per sempre seguendo un loro ineluttabile itinerario ignoto.
Il cielo cominciava a sollevarsi ad occidente, in direzione dell’oceano; era ora di muoversi, lasciare la vetrata per seguire l’itinerario di sempre.

Un’altra estate

Una nitida linea curva, l’orizzonte sembrava tracciato di punta da un pennello intinto nel turchese fluorescente. Così lontano e irrangiugibile, anche se, sogguardando ad occhi socchiusi, sarebbe bastato allungare un dito per sfiorarlo.
Il vocio era soffice e rotto a tratti regolari dall’eterno arrotolarsi dell’acqua sulla sabbia fine della riva. Là dove cadenzatamente avanzava per ritirarsi subito dopo, un arco brillante di gusci e conchiglie ammiccava compiacente assieme ad una cresta di spuma leggiera.
Le gambe incrociate sulla spugna soffice del telo a strisce solari, ritta sulla schiena teneva l’indice pigro tra le pagine di un libro senza impegno. Con costanza regolare gli occhi scandagliavano allerti la riva al di sopra della montatura degli occhiali scivolati sulla punta del naso.
La magia del mare ripeteva se stessa con immutato stupore stagione dopo stagione, per quel che riuscisse ad andare indietro con la memoria; una costante fedele e rincuorante in una realtà spesso ostile. Tutto mutava tranne la magia del mare.
Fissò lo sguardo sulle gambe abbronzate…il sole alto accarezzava di luce la superficie compatta dell’acqua spezzata solo dal ritmo di larghe bracciate. Nuotavano fianco a fianco, lui come fosse il padrone del mondo, lei ubriaca d’estate.
La grotta era lì, l’ingresso sommerso dalla marea già alta. Con un inarcarsi di schiena s’immersero assieme per riemergere subito dopo nel magico fresco silenzio, dominato dallo sciabordìo dell’acqua all’interno.
In alto sulla volta, una crepa lasciava passare una sciabola di luce che proiettava una macchia turchese al centro del cerchio nero di roccia. La soffice carezza dell’alga, la fragranza stordente della pelle calda brunita del sole, gli occhi stretti d’attesa mentre le ginocchia si scioglievano e il vortice sgretolava la mente annullandone la volontà.
Rabbrividì, d’un tratto si era sollevata la brezza e la superficie dell’acqua si era increspata come due labbra corrucciate. L’ombrellone aveva allungato la sua immagine sulla sabbia e schioccava a secchi intervalli regolari.
Allungò la mano verso il borsone fiorato, inforcò gli altri occhiali e ripose il libro ripiegando ancora una volta l’angolo della solita pagina.
Si tirò su e li avvolse con lo sguardo, corpi sani belli abbronzati e instancabili d’infanzia. Raccolse la voce più ferma che le riuscisse e li chiamò decisa.
Si volsero: “È già ora, Nonna?” disse il più grande dei due con voce lamentosa mentre l’altra alzava su di lei due occhi larghi di attesa sulla boccuccia stretta a cuore.
Si allontanarono tutti e tre assieme, i due sgambettando e capitombolando nella sabbia calda della sera, lei tirandosi dietro ancora un’altra lunga fragrante estate.

Libero autunno

La ventiquattrore a lato, sedeva nella sala d’aspetto anonima e banale assieme a tanta altra gente e mai più sola. Ognuno un’isola, ogni donna una storia. Un nastro di silenzio sottendeva tutte quelle vite, le legava assieme come un tutt’uno indissolubile.
Le ginocchia si sfioravano, ma nessuno dei due parlava sebbene un rosario di cose non dette gravitasse tra di loro.
C’era tanto risentimento da parte di lei, tanta angoscia per quell’incomprensione, quel non sentirselo vicino nella fredda tempesta dei sentimenti.
Quel dono era inatteso, non programmato, ma era un dono dell’essere in due sul sentiero scosceso e irto di sassi, piuttosto che soffice di muschio e di erba che stavano percorrendo fianco a fianco con tanta fatica ma assieme.
Quel temuto cerchio, quella corona scura attorno all’occhio chiaro aveva rivelato tutto e niente; qualcuno era avido di vita, qualcuno s’imponeva con tutta la forza dell’essere ancora solo cellulare eppure quel qualcuno la metteva ancora una volta di fronte ad una scelta più grande di lei.
La prima reazione era stata stupore di fronte a quel cerchio perfetto che aveva sperato mai si formasse. Scherzi della primavera, sbilanci passeggeri. Poi lo sgomento, il peso del cielo sulle spalle.
“Devo dirglielo, ma come faccio!”.
La vita procedeva con il suo solito ritmo banale, ma i ritmi interni di lei non l’assecondavano. Ogni attimo era una cellula in più, ogni giorno una parte dell’essere.
“È strano, si diceva, è strano come immediatamente s’inneschi il processo dell’amore”.
Si accarezzava il ventre piatto e l’amava già per quello che era, per quello che sarebbe stato, per le rinunce che le avrebbe imposto, per le gioie indicibili che le avrebbe regalato, per il dolore sordo che le avrebbe inflitto, per il cuore che le avrebbe rubato per sempre.
“Ma come faccio a dirglielo!”
Viveva stretta nel suo piccolo universo, attiva e impegnata nel suo meglio, accarezzando la peregrina inconfessata speranza che il divenire le avrebbe offerto una comoda e immediata risposta.
Era facile in fondo, le bastava portarlo avanti amandolo così come lei già l’amava.
“Provo a dirglielo stasera, al ritorno dal lavoro”.
La sua strada di uomo in ascesa era erta, fitta di trabocchetti. La sua donna era a casa ogni sera, ma un sorriso non bastava a smussare le amarezze di un’intera giornata da uomo. Era stanco e sfiduciato la sera, in cerca di un abbraccio alieno dai mostri alla porta di casa.
“La domenica, provo a dirglielo domenica prossima”.
La notte lo sfiorava con lo sguardo e muta gli narrava la sua nuova storia; provava a dirgli con lo sguardo che uno in più non avrebbe cambiato le cose di tanto, che tanto era già lì con loro e che aveva l’universo di fronte.
La reazione era stata quella ovvia, quella che lei non voleva spettarsi: fastidio, scontento, disappunto.
“Non è questo il momento”.
Ed era arrivato l’autunno.

Sereno d’inverno

Due lastre di ghiaccio gelide, la finestra apriva i suoi occhi su di un mondo grigio e anonimo. Tetti su tetti di tegole inzuppate.
La camera poco illuminata gravitava in una nube densa, opaca e ovattata. Unica macchia di colore la valigia aperta sul letto disfatto: rossi, arancioni, azzurri brillanti, gialli solari.
Gli occhi fissi alla finestra, lasciava dondolare dai lacci una Reebok grigia di vita; le labbra inarcate con gli angoli all’insù, quel suo sguardo in tento e corrucciato dall’iride scurissima, quasi senza pupilla, scrutav a al di là dei vetri opachi e senza vita. Lasciò cadere la scarpa con un sorriso, un leggero corrugarsi del labbro superiore che rivelò un’incognita fossetta infantile. “Sono vecchie” pensò ” ma vanno ancora bene!” e si alzò di scatto sulle gambe feline e nervose. La maglietta piccolissima e bianca le dava un’aria giovane, rabbrividì: “Accidenti ai termosifoni…!” Allungò la mano, il radiatore era appena tiepido.
Sul tavolo un bicchiere, fece per prenderlo ma ci rinunciò, sul pelo dell’acqua galleggiavano nugoli di granelli di polvere; accanto al bicchiere un biglietto aereo – un invito, una promessa, una minacci.
Tolse il tappo alla boccetta di profumo e lo annusò, denso, profondo, pesante di notti nere e senza fine.
Lo mise giù. “Dio, che odore qui dentro!”, si disse torcendo il muso con quella sua tipica strizzatina di naso; si guardò attorno, le mani sottili sui fianchi da ragazzo.
Andò verso l’armadio aperto con il suo passo lungo e leggero, c’era ben poco da frugarci dentro. Si sedette sul tappeto vecchio come l’infanzia, gli occhi allargati inseguì il filo…una corsa in bici, allegria ansante e sconosciuta, una macchia di sole dopo l’altra tra gli alberi fitti.
Le biciclette sull’erba mentre la gola è tesa e il petto si alza veloce; poi una spirale, prima dolce e lenta, poi stretta e veloce e uno scoppio di stelle.
Sorrise ancora, la fossetta fece un balzo, “Forse dovrei mettere giù due parole”. Incrociò le braccia sul petto leggero a consolare una nuova solitudine.
Dalla cornice sghimbescia una foto ammiccava, un po’ sfocata; l’accarezzò appena con lo sguardo severo dei sopraccigli inarcati. Memorie aspre, giorni di sole opaco e turgide attese.
Si tirò su i capelli scrutandosi di profilo nello specchio, l’immagine era vuota.
Infilò la vecchia maglia sgrananta di sempre e i calzoni di due misure più grandi, i preferiti.
Sul tavolo il biglietto aereo, inanimato eppure vivo. Ne carezzò i bordi con le sue dita leggere, un’esplosione di sole e di palme, l’acre profumo di salsedine.
“Forse dovrei scrivere due righi…”, ma era buio il cuore.
Sulla sedia una giacca e un paio di pantaloni, grigi, ben ripiegati; le scarpe appaiate a lato. Si avvicinò, ne spianò le grinze che non c’erano, distese la cravatta con il nodo già fatto.
Il dito corse alla ciocca di capelli, cominciò ad attorcigliarla ritmicamente a spirale mentre sullo schermo dell’anima ripassava i suoi se e i suoi ma di sempre.
La valigia sorrideva sfacciata, appesantita dai colori. “Devo chiuderla”, si disse e si avviò.

Rossana Perino

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