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lo stabilimento dell’allegria – Racconto di Fabio Testaverde

lo stabilimento dell’allegria - Racconto di Fabio Testaverde

Il nuovo Governo, in carica da quasi quattordici mesi, aveva proclamato di donare a tutti i suoi cittadini l’eterna felicità. Proprio a tal fine era stato costruito, da non di più quattro mesi – utilizzando, ristrutturando e trasformando otto loft in disuso situati agli estremi margini di periferia della Zona Levante del Paese, nel bel mezzo di un imponente e depresso giardino, carico di vigorosi cipressi corvini e di incolte rose vermiglie –, lo stabilimento dell’allegria… In ogni caso, già prima della realizzazione del sopraddetto stabilimento, si esigeva, o, per meglio dire, il giovane Governo esigeva da ogni soggetto quanto meno l’ottimismo… L’obbligo per tutti, come detto, era quello di essere in fin dei conti felici. Era vietato essere infelici. Tutti si dovevano uniformare, volenti o nolenti, e convertirsi alla felicità… Al riguardo, poi, parallelamente alla concretizzazione dello stabilimento dell’allegria, era stata pure emanata la Legge delle famiglie che obbligava tutti i nuclei familiari a passare per l’appena detto stabilimento per convertirsi. Da qualche mese, ancora, era entrata in vigore finanche la Legge delle nascite. Infatti, i nuovi nati dovevano passare subito, dopo cinque giorni dalla nascita, per lo stabilimento dell’allegria ed essere sottoposti al trattamento per la conversione…

In questo cupo e opprimente scenario, permeato innanzitutto di conquisa abiezione, i moti di rivolta non mancarono di certo. Nondimeno, furono tutti sedati sul nascere dalle forze di polizia governativa, anche con metodi non proprio ortodossi… In alcuni casi, per spegnere sul nascere i focolai di rivolta, ci si servì di delatori governativi, ovvero invasati e ossessi remunerati dal Governo per il procacciamento del semplice desco, i quali, insinuandosi subdolamente tra le spire dei prodromi delle rivolte, portarono ab origine al loro obliante annichilimento. Quindi, a ben vedere, ribellioni vere e proprie non ve ne furono… Ciò nonostante, soltanto tre sfuggenti individui, il pessimista, lo scettico e l’infelice, resistettero imperterriti nelle loro idee, cercando, massime individualmente, a ogni buon conto, e questo fin dall’insediamento del recente Governo, di sottrarsi, in tutti i modi, al mesto regime della felicità coatta. Questi tre imprendibili indipendenti oggi rappresentavano ormai, e ciò ancora dopo quattordici mesi dalla nomina, l’unica spina nel fianco per l’attuazione completa degli ambigui programmi del nuovo Governo… I ditteri rivoltosi!… I ditteri rivoltosi!… Così venivano chiamati altresì loro, pur non essendo dei sediziosi nel senso stretto del termine, anzi, sarebbe meglio dire, così venivano additati, con schernente spregio… A tutti i costi, dunque, al fine pure di configgere in tutto il popolo un rimprovero nella mente e nel corpo, bisognava convertire anche loro…
Addirittura il premier, in un lungo discorso ripreso per intero da tutti i canali televisivi e riportato per intero da tutti gli organi di stampa (d’altronde, lui aveva un controllo totale dei mass media), pretestando una grande pericolosità per lo Stato, mise l’accento sulla necessità di bloccare tutti quelli che come il pessimista, lo scettico e l’infelice ostacolavano con nequizia il grande disegno voluto da lui e dal novello Governo, il Paese felice e spensierato in cui ogni cittadino si sarebbe dovuto riconoscere…

Il presidente, non a caso, facendo bordone con i suoi ministri, arrivò persino a mettere una taglia sulle loro teste…
Dopo una lunga ed estenuante caccia, a un dipresso verso la metà del mese di novembre, in un giorno in cui, tra i muggiti del vento, il sole serotino spandeva ormai gli ultimi bagliori di respiro giornaliero nel cielo particolarmente terso, i tre furono catturati non dalla polizia governativa ma da alcuni civili in palamidone, delatori palafrenieri convertiti forzatamente alla felicità due mesi avanti, e portati presso lo stabilimento dell’allegria. Qui – nel maggiore dei dodici laboratori di cui era composto lo stabilimento, quello cioè nel quale vi erano le attrezzature più importanti e sviluppate per le ricerche scientifiche (tra le quali, il meccanismo per la conversione) –, alcuni medici, per la precisione tre, cominciarono, con l’ausilio di cinque assistenti in camicia denim, ad esaminarli accuratamente…
Nel bel mezzo degli esami, l’infelice, con voce argentina, fece ai suoi persecutori: «Ma come avete fatto a trovarci?… Chi vi ha detto del contado?…».
«Semplice…», proferì, con apparente calma, il dottor Andrea Feliciano, uno dei persecutori, il più sicuro dei tre, senza dubbio, «La pania è stata ben congeniata… Le vostre fidanzate, innanzitutto… ma mettiamoci pure i vostri parenti più stretti…».
«Delatori maledetti, tutti!», si affaccendarono ad asserire di conserva i tre disgraziati.
«Non delatori!», ribatté repentinamente il dottor Feliciano, con timbro non troppo parco, facendo per altro, in un moto di rabbia, cadere al suolo il suo bisturi.
Dopodiché, subito si chinò quasi come se volesse raccoglierlo; nondimeno, non sollevando immediatamente il bisturi dal niveo pavimento ma frenandosi per alcuni attimi in quella posizione, nel mentre, pertanto, era ancora piegato, dichiarò con voce distesa ma ferma: «Io direi cittadini modello!».
Poi, rialzandosi di scatto con in mano il bisturi, si mise a fissare in modo belluino l’arredamento bianco, i macchinari impersonali, le molteplici sedie letto e i tre sventurati. Per qualche secondo, stette così; in seguito, il suo sguardo, poco meno inconsapevolmente, si mise ad oscillare in modo esclusivo dall’uno agli altri dei tre poveretti e viceversa.

Malgrado ciò, il dottor Feliciano, pressoché di sorpresa, lo trattenne infine sull’infelice e, con il braccio eretto in modo parecchio strambo, puntò il suo bisturi in direzione dello stesso.
In quel medesimo istante, come se l’aria, l’ambiente e ogni altra cosa circostante reagissero simbioticamente agli umori del dottor Feliciano, il gelo aumentò nel già freddissimo laboratorio. La temperatura, insomma, bassa di per sé, si fece ancora più bassa, anzi, bassissima, in modo affatto innaturale.
Il corpo dei tre, allora, legati saldamente braccia e piedi a tre sedie letto munite di braccioli e poggiapiedi, ebbe uno spasmo atroce. Fu un impaniante attimo, comunque.
Alle loro narici, intanto, e ciò accadde un minuto esatto dopo il verificarsi dello spasmo, alcuni assistenti applicarono, collegandoli molto a fondo, fin nelle cavità interne delle stesse, dei lunghi tubicini, da cui, immantinente, cominciò a fluire lento lento un liquido rossiccio.
L’infelice, indi, in un impulso di ferma risolutezza, tra l’obnubilamento e il dolore, chiese con tono flebile: «Perché?».
«Perché cosa?», domandò, di rimando, il dottor Feliciano, allo stesso tempo guardando con occhi severi il povero infelice.
«Ma io non desidero essere felice, perché dovete costringermi ad esserlo?».
Quasi all’unisono, ma non del tutto, anche il pessimista ripropose quanto appena espresso dall’infelice.
«In questo nostro mondo dovete essere felici!», ruminò il dottor Feliciano.
Nel mentre si occupava dei malcapitati, un altro medico, il dottor Felipe Felix, un tipo alquanto umbratile, arcuò, molto apaticamente, due volte il capo in avanti, presso a poco come se volesse confermare in silenzio la tragica interiezione del collega.
«Ma io sono solo un diffidente!», esclamò lo scettico, anch’egli stordito e infirmato per il trattamento.
«Non vuol dire nulla, devi essere felice!», urlò il dottor Feliciano, con gli occhi iniettati di sangue.
Il terzo medico presente nel laboratorio, il dottor Ilario Allegri, un uomo pingue, alquanto sudaticcio e che putriva in maniera quasi parossistica, al suono di questa nuova esclamazione, si mise a ghignare sadicamente.
«Ma perché?», domandò supplice il pessimista. Anche quest’ultimo, ormai, come i suoi compagni di sventura, sembrava sul punto di restare completamente privo delle percezioni.
Il dottor Feliciano, grattandosi la sua testa calva, si rivolse a tutti e tre, strepitando energicamente: «Perché se continuerete ad essere infelici, finirete per suicidarvi!».
«Ma chi lo dice?», fece lo scettico, sorridendo con disperata nervosa ironia, in un ultimo stimolo del dolorifico dormiveglia.
Questa fu l’ultima frase che venne pronunciata nell’infausto laboratorio. A questo punto, difatti, i tre subirono gli effetti finali del trattamento, il cosiddetto loboteudemon, ovvero la rinomata lobotomizzazione eudemonica introdotta dal recente negriero Governo, meccanismo fiore all’occhiello e pratica principe dello stabilimento dell’allegria, divenendo anche loro felici…
Una volta per sempre, in conclusione, il programma del nuovo Governo era realizzato. Lo scopo definitivamente e irrevocabilmente raggiunto… Tutti erano felici felici… Nel nuovo mondo ognuno rideva come uno spaventapasseri sprovveduto… Tutti erano ormai dei gioiosi e allegri abulici manichini… Insomma, si viveva nell’indarno Paese della felicità e della spensieratezza forzosa… Un mondo velato senza abbacinante infelicità?!…

 

Fabio Testaverde

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