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Solo un numero – racconto di Federica Cucco

Solo un numero - racconto di Federica Cucco

3.25 del mattino.
Non si vede una luce fuori. Nè un lampione, nè il faro di una macchina. Le finestre sono buie.
Nessun suono, nessuna anima .
Alzo la testa, si vede il mio fiato. C’è freddo, è una di quelle notti in cui venderesti l’anima al diavolo per una coperta. Le labbra e il naso sembrano fondersi con il mio respiro che colora di bianco questa notte. Non è una notte buia. E’ una notte nera. Che sta nascosta negli angoli della città. Una notte pronta a spaventarti.
Quando ero bambino, avevo sempre paura della notte, tutto diventava inquietante senza la luce del sole. I rami su cui si impigliavano gli aquiloni diventavano mani vecchie, lunghe, taglienti, pronte a staccarti ogni lembo di carne dal corpo. Mi svegliavo e urlavo. Poi arrivava mamma. Non diceva niente. Un leggere sorriso, una carezza su questi capelli arruffati e se ne andava, intonando le note di una canzone. Una dolce canzone che a volte mi sorprendo ancora a canticchiare.
Mia mamma fumava sempre. Ma sempre sempre. In tutte le foto di famiglia lei era sempre a lato con il braccio spostato per non farlo rientrare nell’inquadratura.
Non era bene farlo, le altre mamme la guardavano sempre un pò storta. Ma a lei non importava. A lei piaceva farlo e quindi lo faceva.
Ma il momento in cui fumava di più era durante il pranzo di Natale. Odiava da morire tutti i parenti. Li disprezzava, sorrisi i suoi che mi sembravano più ghigni di dolore. Ma faceva ridere, si sforzava a farseli piacere ma niente. L’odio più assoluto. E Natale lo aspettavi tutto l’anno, ma poi ti rendi conto che è sempre la solita recita con il debutto fissato sempre il 25 di quel mese freddo. E mi ricordo mia mamma che fumava, seduta sul davanzale della finestra, sfiorando i vecchi infissi azzurri della casa della nonna.
Come faceva quella canzone che mi cantavi mamma?
Le mani che tremano dal freddo mi riportano alla realtà.
Pochi stracci addosso. La giacca con quelle trame scozzesi e una toppa sul gomito sinistro. La giacca che mi ha regalato mio padre per questo giorno.
Cerca un posto con un appiglio, una maniglia, qualunque cosa va bene, ma che sia ben salda.
Guardami. Ben salda figlio mio. Non bere l’acqua che ti danno, sarà lì da giorni. Stai rannicchiato, basso.
E la cosa più importante figlio, non parlare. Quando arrivi non parlare. Hai capito bene? La lingua è l’unica cosa che ci rende ancora uomini e quando arriverai lì non sarai uomo, sarai quello che decideranno loro. Non parlare. Promettilo.
Ho dato parola a mio padre senza capire. Poi se ne è andato, un pezzo di pane in uno straccio bianco, quello che aveva cucito la mamma nella saletta della casa azzurra, quella bella casa azzurra sul mare.
Un giorno ti porto di nuovo là papà, così peschiamo insieme.
La via piena di fango comincia a popolarsi di anime sporche. Potrebbero essere anziani da come si trascinano, ma guardo con più attenzione. Forse sono bambini, dalle vecchie stampe di cartoni occidentali.
Fari dritti negli occhi. Scendono quattro uomini, ci urlano qualcosa. Non capiamo. Ci fanno segno di tirare fuori i soldi. Buste sbiadite. Una coppia vicino a me non ha tutti i soldi. Uno degli uomini del faro tira uno schiaffo alla donna. Gli dico di fermarsi ma poi mi accorgo di una cosa che mi fa tremare le gambe. Il suo compagno non dice niente. Piange in silenzio. Non muove un muscolo. Lo strattono. Gli dico di fare qualcosa e lui mi taglia il cuore con questi due occhi che forse ne hanno già viste troppe di cose.
Lei tende un braccio verso di lui. I quattro uomini la portano via. Poi si sente uno sparo. Mi manca il respiro, sento che sto per svenire, mi manca la saliva. La bocca salata come questo maledetto mare.
Mare che scandisce il nostro tempo. 120 ore e 32 minuti. Ho contato ogni secondo per non vedere la morte intorno a me.
L’inferno è su questa barca e lo puoi toccare, lo puoi sentire perché ti entra nelle ossa spaccandole una ad una, entra nei polmoni e ti secca il respiro ed entra nei tuoi ricordi, facendoti credere che prima di quel giorno non ci sia stato che questo. Il mare.
Il mare, questo barcone maledetto e queste anime perse.
366 spiriti già morti. Non so come ma riesco ad addormentarmi e volo con il mio pensiero.
La sua ultima lettera risale a due mesi fa. Lei è già passata dall’altra parte.“Oggi ci prendiamo un gelato e ti do un bel bacio grosso.” Anche se lontani, le nostre lettere erano sempre rivolte ad un tempo presente. Come se fossimo uno di fronte all’altra. Una cosa sciocca, forse. Una cosa dolce, penso.
L’ho conosciuta,forse la conosco da sempre. E’ da una vita che cerco lei negli occhi degli altri. Subito ho pensato fosse una stupida, io con le scarpe rovinate su un lato. La scarpa destra slacciata. E sono piuttosto sicuro che il primo giorno in cui l’ho notata avevo una macchia di sugo sul bordo della camicia. Pessimo. Un incontro davvero disastroso. Sguardi imbarazzati, silenzio. E il silenzio, si sa, non promette mai qualcosa di buono, almeno così mi hanno sempre detto. Non si ha niente da dire. O forse basta solo guardarsi per dirsi tutto. Ecco fra noi, è sempre stato così. Pochi suoni e tanti occhi. Occhi, i nostri, che sapevano di sbagliare ogni volta che si incontravano.
Mi ha salvato, ricostruendomi dai piedi fino alla punta del naso. E litigavamo così tanto, che una volta urlate le ultime parole, quelle che fanno più male e che non si pensano, si poteva sentire ancora il fischio delle nostra rabbia. Uno contro l’altro. E poi facevamo l’amore da star male. Facevo l’amore con lei, con i suoi pensieri, le sue labbra e i suoi capelli.
E l’ho lasciata andare. Il panico che mi mozza il fiato in gola, l’assurda paura di essere sfiorato per davvero. La paura di poter stare davvero bene. Dio com’è bella. Potrei disegnare, a memoria, i nei sulla sua schiena bianca. Potrei elencare tutte le sfumature dei suoi occhi.
Avrei potuto fare un sacco di cose.
Un colpo forte, in lontananza delle voci che però non conosco. I quattro uomini urlano di nuovo, hanno fretta di fare qualcosa. Un vecchio di fianco a me dice che dobbiamo saltare. Ma saremo lontani dalla riva almeno 40 metri, è buio e non si vede niente. Ci sono dei bambini, non sanno nuotare. Altro urlo dei quattro uomini del faro.
Prima di saltare nascondo al meglio che posso le lettere più care della mia esistenza.
Guardo il cielo per un istante, si vedono tante stelle qui.
Salto.
Ad ogni bracciata perdo sempre più le forze.Mi ha sempre fatto ridere l’essere umano. Quando sa di essere molto vicino alla morte comincia a correre, a dimenarsi come se quegli stupidi movimenti potessero davvero contare a qualcosa.
L’acqua salata negli occhi, in gola, nel cuore.
E in un attimo smetto di soffrire
Non sento più niente
E mi lascio andare. Mi lascio sprofondare nei ricordi di papà che pesca e tutto contento porta il pesce fresco a casa, di mia madre che mi mette le toppe nei pantaloni. E di lei, Dio com’è bella.
E in un attimo un’esistenza finisce. Un pensiero si spegne, una vita si dimentica tra liste di numeri, di nomi, di storie che non conosceremo mai.

E domani forse leggeranno della mia morte, scriveranno di sicuro male il mio cognome ma non mi importa. La cosa che mi piacerebbe davvero sarebbe quella di essere ricordato con il mio nome, i miei capelli, la mia barba che proprio non vuole crescere. Vorrei avere un contorno, non essere nella solita lista, detta distrattamente dalla giornalista di punta.
Non sono più uomo, non sono più persona, non sono più parola.
Solo un numero. Vittima numero 112 di quel dannato Ottobre.

 

Federica Cucco

 

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