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Sangue di mare – Racconto di Emanuela Di Fede

Sangue di mare - Racconto di Emanuela Di Fede

Il suono del mare era sempre lo stesso, ma ogni volta che lo sentivo provavo uno stupore nuovo, in qualche modo diverso dalla volta precedente e sempre maggiore in intensità. Non è come quando il cuore batte più veloce, ma più forte… con una contrazione più profonda. Era come essere chiamati all’interno, in quella parte di noi che non ha nome, né volto, né sangue, ma è il nostro nome, il nostro volto, il nostro sangue.

Le persone che nascono a mare non riescono a starvi lontane a lungo, perché sono fatte di mare e al mare tornano continuamente.

Quel pomeriggio le onde si infrangevano sulla sabbia con decisione, ma senza alcuna veemenza, tirava un vento appena percepibile e tuttavia l’odore del sale arrivava prepotente dalle narici fin dentro i polmoni e viaggiava su e giù per le vene, mischiato a quello della terra e al respiro degli alberi. Per arrivare al mare, in quel punto, bisognava percorrere una strada sterrata e attraversare il bosco antistante la spiaggia.

Il mare, la terra ed il cielo. La loro musica, il loro profumo e i loro colori. Tutti insieme, in un tratto di terra di non più di trecento metri di percorso, in cui, inermi, i miei sensi si abbandonavano a quella strana sensazione tra inquietudine e piacere.

Mi sfilai le scarpe e cominciai a camminare sulla sabbia. Erano circa le quattro del pomeriggio, il sole era ancora alto e forte, la spiaggia desolata quasi come sempre. Nuda, silenziosa e selvaggia come anche io lì potevo essere.

Lui era lì, seduto sul tronco di un albero, con un paio di pantaloni blu laceri, una larga camicia bianca profondamente sbottonata, i piedi immersi nella sabbia, le mani lentamente incrociate l’un l’altra e lo sguardo dritto e forte verso il mare.

Accanto a sé la sua modesta barca blu, bianca e rossa.

La prima volta lo vidi venire dal mare. La luce dell’alba illuminava, appena roseggiante, i contorni delle cose: quasi arrivato alla riva, scese col suo possente fisico dalla barca. Nonostante l’anziana età, Seppia – così si faceva chiamare – aveva una presenza statuaria: gambe robuste, non un filo di pancia, una schiena grande scolpita dal lavoro di una vita, la pelle tirata dal sale ed ambratissima, tipica di chi vive sempre a mare e che faceva oltremodo spiccare i peli bianchi che gli ricoprivano il petto e gli occhi di un azzurro vivissimo.

Trascinò la barca sulla sabbia, mi guardò e si sedette accanto a me. Guardai attentamente le sue mani da pescatore: grosse, incallite, intente a snodare con pazienza la trama delle reti. Quel lavoro che profuma di mare, che colora di buio sotto un tetto di stelle, che ha il suono del silenzio al largo. Quando un pescatore torna al suo porto, all’alba, dopo una notte di lavoro, la sua fatica sa di sale ed è molto più pieno della sua rete: giacché, come da sempre accade, il mare da all’uomo molto di più di quello che l’uomo prende dal mare.

Come quella mattina che lo conobbi, quel pomeriggio restammo in silenzio a lungo. Seppia non era un uomo di tante parole.

Non sapevo molto della sua vita, da dove venisse, se avesse abitato sempre là, in quella cascina vicino al mare o se fosse scappato da una vita completamente diversa. E nemmeno lui sapeva molto di me. Eppure ciascuno aveva “sentito” l’altro ed entrambi avevamo capito quanto bastasse sapere.

A volte le cose non dette mettono in comunicazione le persone più di quanto si pensi; e senza sapere bene né come, né precisamente quando ci si mostra e disinfetta le ferite a vicenda.

Seppia non credeva agli incontri “per caso”. Neanche quel mare dove adesso viveva era stato per caso. A volte le persone e i luoghi si confondono come il mare col cielo all’orizzonte. Seppia era quel luogo e quel luogo era Seppia.

“Vedi” mi disse “il fondo del mare non è tutto uguale. C’è dove è sabbioso, dove roccioso, dove è più basso, dove è più profondo.. dove è limpido, dove si fa scuro, quasi nero. Le parti più belle sono  ben nascoste, ma sono anche quelle più difficilmente accessibili e più pericolose, a volte.

Noi nascondiamo le nostre ferite perché bruciano, perché ci fanno male o perché ne abbiamo vergogna. E quando qualcuno prova a disinfettarle inevitabilmente ci scansiamo, lo odiamo e ingaggiamo una lotta a perdere. Ma quello che può uscire dalla fessura di una ferita, ti assicuro che è molto potente. E anche molto bello.

Il punto è che le ferite, guariscono davvero quando le lasci all’aria aperta, esposte. Più una ferita è profonda, più cose nasconde.. se lasci che si infetti dell’odio e del rancore che provi ti sarà molto difficile accedere alle cose belle che può generare”.

Non avevo mai pensato a una ferita come un dono, ma solo come un terribile ed ingiusto peso. Tutte le persone in fondo ne hanno almeno una abbastanza profonda perché s’infetti, e tutta la loro vita dipende non dal fatto che l’hanno riportata, ma solo da come la trattano.

Seppia ne era uscito una persona migliore.

“Se sei confusa vai piano ma avanza. I cambiamenti stancano, ma una volta avvenuti rilasciano nuova energia, rinnovano. E più sono apparentemente silenziosi, più rivoluzionano. Non opporre resistenza”.

Seppia trascinò la sua barca in mare e si allontanò.

Nutriva un amore infinito per quel luogo, ma sempre trattenuto con pudore, come a proteggerlo.

Quel pomeriggio fu l’ultima volta che ci parlammo, con le parole almeno.

Oggi torno ancora lì.

Io non so cosa mi succeda in quel posto, so solo che tutto quello che lì accade rimbomba dritto nel mio cuore.. tutto quello che lì sento, risuona dentro come battito. Ecco, il punto è che lì, in mezzo a quella natura, in mezzo a quei colori, in mezzo a quegli odori, riesco a sentire il mio battito. Riesco a sentire me e a riconoscermi. Quella terra è fatta di me e io sono fatta di lei. Fino al pianto, fino al sorriso. Lei sa tutto e conserva i miei momenti più veri. Custode del mio cuore.

 

Emanuela Di Fede

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