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Oxe – racconto di Dario Maria Desantis

Oxe - racconto di Dario Maria Desantis

La sberla arrivò all’improvviso. Non fu un fulmine a ciel sereno, piuttosto un raggio di sole nell’acqua torbida, quando vidi il mio ragazzo combattere su quel ring di periferia, tra raffiche di pop-corn e lo schiamazzare di un pubblico da rottamazione. Dopo il quarto round perse conoscenza, nonostante continuasse a rimanere in piedi, e le prese come si può prendere l’influenza, senza nemmeno accorgersene. Gli sganassoni volavano come virus del raffreddore che invece di farti lacrimare gli occhi e colare il naso, te li facevano diventare gonfi e sanguinolenti.
Io comunque ne fui letteralmente affascinata, non da lui, ma dal pugilato. Sentii una specie di vulcano nella pancia che mi fece capire che il pugilato sarebbe stata la mia ragione per vivere. Purtroppo facevo parte di quelle ragazze non particolarmente abituate alle pratiche sportive, fatta eccezione dell’andar per funghi, qualche domenica all’anno, con un vecchio zio sclerotico che altrimenti mi avrebbe tolto il saluto, oltre che la busta per il mio compleanno.
I miei muscoli, che per un eccesso di ottimismo chiamavo così, erano praticamente delle morbide bistecchine, simili a quelle che mia madre mi faceva da bambina e che lei spacciava per piccatine, nonostante non rimanesse nemmeno l’ombra dei capperi e delle olive al peperoncino, dopo che le aveva stracotte. Ma non siamo qui per parlare di gastronomia, ma di santi cazzotti, di dondolio sulle gambe, di veloci scambi di passi, di piede d’appoggio e di uppercut fatali. S’intende che io ero lontana anni luce da questo fantastico repertorio.
Decisi che avrei incominciato a frequentare, con irriducibile fermezza, la palestra più rude, con la fama più losca della città. Non volevo cascare nella panna montata di quei circoli femminili, dove le signore bene, radical chic, zampettano su tappetini profumati alla verbena e di sportivo hanno soltanto l’etichetta sul body. Non so se ho reso l’idea.
Come mi presentai, il titolare mi disse, senza degnarmi neanche di una sbirciatina, se per caso non avessi sbagliato indirizzo e non volessi prendere in considerazione di andare a scuola di violoncello che stava a due isolati più avanti. Io risposi che non mi aveva neppure guardata e lui concluse che lo aveva già capito dalla mia voce. E figuriamoci se avesse avuto la malaugurata idea di palpare i miei addominali simili alla torta di mele del Mulino Bianco.
Per quel giorno pensai che fossero più che sufficienti i frutti che avevo raccolto. Quantomeno, la prima nozione che avevo appresa era quella che avrei dovuto avere una voce meno flebile. Non necessariamente afona o rasposa, sempre femminile certo, ma con un tono come dire ‘inquadrato’. Ovvero idee precise per affrontare i sacrifici e poche parole utili per non perdere tempo e non farlo perdere agli altri. Non bisogna fare domande, bisogna aver già capito le eventuali risposte. Fu questa la seconda nozione fondamentale che imparai in palestra il giorno dopo.
Il titolare mi chiese la quota di iscrizione e mi buttò da parte come un mazzo di chiavi sbagliato. Nello stesso momento mi trovai davanti un sacco di patate che assomigliava a un troll che fosse nato con i guantoni al posto delle mani. Intendo naturalmente i guanti da allenamento, da pungiball. Era bitorzoluto di cicatrici. Con le orecchie a cavolfiore e il naso come una melanzana. Insomma un cesto malandato di verdure. Ma nonostante avesse l’aspetto spappolato di uno che fosse stato travolto da una locomotiva, aveva una voce garbata, con un tono quasi argentino. Vi sembra impossibile? Anche a me. Pensai che una collezione di pugni può anche alterare le vibrazioni delle corde vocali, nei modi più disparati. Sono i miracoli del mondo del pugilato. Quando hai una motivazione d’acciaio, anche quattro denti spezzati ti rendono più bello.
Mi mise subito al lavoro, chiedendomi ‘scusa’ o ‘per favore’ ad ogni esercizio che mi faceva fare. Capii che era un suo modo di intercalare che gli derivava, suppongo, da un lieve cortocircuito nel cervello. Quando era un po’ emozionato, per aver intravvisto un centimetro di inguine, attraverso una scucitura dei pantalonacci della mia tuta, o l’insenatura del seno a filo della canottiera, ripeteva le parole due o tre volte di seguito: “Scusa, scusa, scusa”. “Per favore, per favore, per favore”. Ho voluto ripeterlo perché ci trovo un ritmo non estraneo ad un certo movimento del pugile. Qualche giorno dopo, gli dissi di smetterla con quei ‘per favore e scusa’ che mi mettevano in imbarazzo. Lui rispose: “Scusa” e non lo disse mai più.
Sudore come se piovesse. Ossa rotte. Qualche volta sangue dal naso a causa di un movimento maldestro. Vesciche alle mani che bucavo con ago e filo. Muscoli indolenziti che mi facevano rimpiangere la mia cara assenza di muscoli. Come si dice: “Se una cosa non esiste, non può farti male”. Però ero talmente gasata e felice che tutto ciò rappresentava una conquista, della quale andavo fiera. Per la strada camminavo con il mio borsone sulla spalla, con un passo dinoccolato e un tantino sbruffone, tanto per far capire, a chi mi guardava, di che pasta ero fatta. Quale fosse allora la mia pasta, ancora non lo sapevo. Sapevo però che di qualsiasi pasta fossi, mi piaceva un casino. La semplice scritta BOXE gialla stampata sulla borsa nera, era per me fonte di orgoglio e di vanità. Quante ragazze potevano vantare una tuta logora e macchiata, una coda di cavallo legata con l’elastico, delle scarpe da ginnastica scalcagnate, delle quali era preferibile non conoscerne l’odore, dopo ore di palestra? Non crediate che non mi piacessero le docce, ma preferivo sentirmi addosso la fatica che avevo fatto. Ritornavo verso casa la sera, quando quasi tutti rientravano per cena, e alcuni consumavano gli ultimi aperitivi, appoggiati al bancone dei bar illuminati di arancione. Rivedevo i salti alla corda, le flessioni, i piegamenti sulle braccia e sulle gambe, le contrazioni addominali, gli step, le frenetiche corse sul posto che mi facevano maledire il mio allenatore. Lui si stringeva nelle spalle come per dire: “O crepi o te ne vai!”. Quando si sentiva particolarmente di buon umore, mi portava una zolletta di zucchero imbevuta con due gocce di limone e diceva che dovevo fare il triplo di quello che avevo fatto finora. La cosa curiosa era che io non provavo nessuno schifo per quella zolletta che mi offriva senza togliersi i guanti lerci e spelati, anzi gliene ero riconoscente. Pensai che dovesse avere una terribile malattia alle mani per nasconderle in quel modo un tantino bizzarro. Comunque era un ottimo allenatore. Non perdeva mai la pazienza, ma neppure l’intransigenza. Mai avrei immaginato che quel sacco di patate avesse una mente così fervida ed una inesauribile fantasia. Sapeva cambiare gli esercizi, mescolarli sapientemente tra di loro, improvvisare dei movimenti che non erano mai nocivi o noiosi, ma sempre carichi di energia e di benessere.
Un giorno mi disse: “Tornatene a casa. Non voglio vederti per due giorni”. Io, già con il magone che mi strangolava, gli chiese: “Perché, cosa ho fatto di male, di sbagliato?”. Lui rispose: “Ci rivediamo tra due giorni. Riposati e mangia roba sana. Lascia perdere tutte le porcherie che ti consigliano i giornali”.
Passai i due giorni più lunghi e ansiosi della mia vita. Oscillavo tra la speranza che il tipo mi avesse riservata chissà quale sorpresa, e l’angoscia che mi avesse cacciata per non perdere più tempo. Ma allora, che stupida, per quale ragione mi avrebbe detto di tornare? Forse per lasciarmi cuocere nel mio brodo e convincermi che avevo fallito nel pugilato? Cosa pensava di me? Che fossi una femminuccia che non vedeva più in là del proprio naso? Comunque, al di qua del proprio naso che cosa c’è mai da vedere? Cosa c’è che merita considerazione?
Molti pensano che il pugilato sia uno sport brutale e ottuso. Questi sono forse entrati qualche volta in una palestra, magari per incontrare un amico, ma mai nella confidenza di un pugile. L’aspetto può essere decisamente aspro, ma il bello va oltre. È saper intuire, tra le scarse parole, l’intrico di emozioni e di razionalità. È un tessuto di previsioni, di strategia, di delicatezze e di scatti fulminei, come il soffice acquattarsi di un puma e il guizzo saettante di un serpente. Il pugile compie ogni mossa studiata per portare l’avversario sul proprio terreno. Ma non è detto che ciò debba comportare la vittoria, anche perché quello che sta di fronte a te fa lo stesso lavoro. Per accettare di finire magari come controfigura di un pungiball, bisogna avere un bel paio di palle, garantito!
Se fossi una poetessa, dedicherei un libro di poesie al pugilato e non mi soffermerei sul dannato tripudio delle vittorie. Piuttosto andrei a scavare negli asciugamani sporchi e fradici, nelle spugne da buttar via, nelle bende e nei cerotti con attaccati lembi di pelle. Se fossi un Garcìa Lorca al femminile, canterei il rintocco dei minuti, lo stordimento dei secondi e il silenzio degli spogliatoi, dove una borsa afflosciata aspetta, con una certa apprensione, di essere di nuovo riempita da un combattente senza vanagloria, al di fuori del ring. Respirerei le ombre e le lampade che sfrigolano, gli sgabelli di metallo e i lettini sui quali i pugili sperano di non doversi sdraiare, ed anche quando ne avrebbero bisogno, preferiscono restarci seduti, con le braccia tra le gambe, a recuperare tutto il fiato consumato durante l’incontro. Se fossi una poetessa avrei a disposizione centinaia di parole vere o inventate, per incantare e trascinare in viaggio anche i più distratti lettori, se fossi capace di raccontare una storia avvincente. Se fossi una poetessa. Ma io preferisco essere un pugile. Voglio dire che non faccio il pugile, ma che sono un pugile. Capite? Sulla carta d’identità di un pugile non c’è scritto ‘maschio’ o ‘femmina’, ma c’è su ‘pugile’.
Quando, dopo i due giorni fatidici, ritornai in palestra, trovai il mio Saccodipatate che mi aspettava sul quadrato, fingendo di non aspettarmi. Contrariamente al solito, indossava una canottiera rossa pulita, un casco di cuoio da sparring partner e un paio di guantoni giallo-oro, con stringhe rosse e scarpette bianche con le frange, spiccicate a quelle di Muhammad Ali, nato Cassius Marcellus Clay Jr. come diceva mio nonno che non era mai riuscito a superare quella sua forma di nostalgia anagrafica.
Ah, dimenticavo uno stupefacente paio di calzoncini a fiori hawaiani. Il completo, a dir poco accecante, avrebbe atterrato una mandria di bufali. Persino il mio esiguo senso estetico gridava vendetta. Lui, con una faccia tosta incredibile mi disse: “Sei stata un po’ troppo assente per i miei gusti, se pretendi di essere un pugile!”. La risposta mi rimase in gola, come un’aspirina non solubile. Lui ne approfittò per continuare: “Adesso devi recuperare il tempo perduto. E già che ci sei, bisogna che perdi qualche chilo di troppo. Non vorrai mica diventare obesa?”.
In quel momento, vi giuro che l’avrei ucciso con un manubrio di trenta chili, se fossi stata in grado di lanciarglielo in testa. Lui si rivolse a me così: “Ehi tu, stai dormendo?”. Io lo guardai stringendo i denti, con l’impressione che mi si sgretolassero. E lui: “Sali qui. È arrivato il momento di fare il primo incontro”. Mi sembrò una frase talmente ovvia, data la situazione, che chiusi gli occhi un momento, per realizzare dove fossi. Certo non sarei salita sul ring per fare merenda. Soltanto dopo pochi secondi avrei capito, a mie spese, il senso preciso di quell’invito. Ma prima di quel momento gli feci un sorriso a trentasei denti, falso come le promesse di un ministro. Giurai a me stessa che gli avrei sparato quella sua melanzana dietro la nuca. Gli avrei dato una tale batosta che non se ne sarebbe mai più dimenticato, anche senza doversela segnare nell’agenda.
Il tempo di cambiarmi e saltai sul ring complimentandomi tra me e me per il completo che avevo scelto per l’occasione del mio rientro. Era tutto bianco tranne per le scarpette e i guantoni rossi. E due sottili bande anch’esse rosse sui pantaloncini. Misi il casco e il reggiseno protettivo che mi davano l’irruenza di una walkiria. Appena sentii il gong, che qualcuno fece con la bocca dicendo: “Gong!”, mi avventai su di lui sferrandogli un diretto destro che avrebbe tramortito un rinoceronte. Lui reclinò la testa sulla spalla e mosse delicatamente le mani come un violinista, ma per me la musica fu tutta un’altra faccenda. Quando riaprii gli occhi strabici e appannati, sentii gli uccellini di Biancaneve che cantavano in girotondo sulla mia testa. Lui scese dal ring e andò verso il distributore d’acqua che era l’unico tocco di eleganza del locale, nonostante sembrasse più uno stagno per delle allegre ranocchie. Da lontano e sottovoce, in modo che dovetti aguzzare le orecchie, mi disse: “Vattene a spasso e torna, se vuoi, quando sarai un pugile, non una ballerina”.
Io risposi: “Cosa cavolo c’è di male ad essere una ballerina?!”. E lui: “Niente, ma allora devi portare il tutù. Vai a ballare il tuo ‘Volo del cigno’”. Ed io, marcando volutamente la correzione: “La morte del Cigno!”. E lui: “Ehi, non ho bisogno di lezioni da una femminuccia come te!”. Più per insultarlo che per una reale convinzione, gli gridai: “Il solito stronzissimo maschilismo!”. Lui non fece una piega. Si tolse i guantoni, cosa che non gli avevo mai visto fare prima, tanto che provai un certo timore, e mi rispose: “Sei tu che vuoi tirare di boxe. Non te l’ha ordinato il dottore. E io non te lo impedisco”.
“Hai ragione Capo. So di aver fatto un casino, ma so anche che tu sei troppo più forte di me”.
“Balle, ti avrebbe stesa anche un neonato con un braccio legato dietro la schiena”.
“Capo, non voglio litigare, voglio soltanto sapere perché”.
“Perché ti sei lasciata trasportare dalla rabbia. La rabbia incasina la testa”.
Mi accasciai su una panca con l’impressione che fosse piena di chiodi come quella di un fachiro. Lui, il sacco di patate, si sedette accanto a me. Muoveva i piedi con l’aria di non potersi abituare a non essere sul ring. Poi, con lo sforzo più inaudito che avessi mai sentito nella voce cristallina di un ex pugile, mi disse: “Tutto sommato, non sei mica male”. Io gli saltai letteralmente in braccio, proprio come una ragazzina a cavallo delle ginocchia del papà, e gli schioccai un bacio sonoro su quel nasone a melanzana. Lui, prima sorrise con una piega svirgola della bocca che sembrava una paresi, poi con il solito tono scorbutico, disse: “Non mi piacciono i baci. Non sono un dannato finocchio”. Fui felice di quella risposta, perché voleva dire che aveva ricominciato a vedere in me un pugile e non una femmina, magari desiderabile ma non affidabile. Lui si allontanò verso gli spogliatoi. Dopo poco ricomparve con il suo grugno migliore, che cominciavo ad adorare, la tuta lercia e bucata e i vecchi guantoni da allenamento, che da quel momento non si sarebbe mai più tolti, se non a Natale.
Era insomma sparito il costume assurdo da Arlecchino con il quale mi aveva stordita e sdraiata. Compresi allora che sia le sue parole che la variopinta mascherata erano state tutta una messa in scena per farmi innervosire, e di conseguenza farmi perdere la concentrazione. Avevo infatti completamente dimenticata la sua fondamentale e insistente raccomandazione: “Non devi odiare. Non devi pestare l’avversario come se ti avesse dato della puttana. Devi solo centrare un bersaglio in movimento”.
Praticamente ricominciammo daccapo. Ma non starò ad elencarvi di nuovo tutta la sfilza di allenamenti. Le diete, i periodi di astinenza da qualunque cosa, il salto della corda a piedi uniti e alternati, le ore di stretching che mi sobbarcai per tutto quell’anno. Quello che voglio dirvi è che il mio Saccodipatate riuscì a portarmi ad una forma tale che potei affrontare i pugili più pericolosi, intendo dire i pugili donne della mia categoria Superpiuma, senza troppe preoccupazioni. Anzi di dodici incontri che feci, vinsi sette volte per k.o, quattro volte ai punti e un pareggio.
Ormai mi seguiva, come la mia ombra, la fama di ‘Nata per picchiare’. Infatti erano pochissime le atlete che erano disposte a farsi cambiare i connotati al punto che i fidanzati non le avrebbero riconosciute. E qualcosa di vero doveva pur esserci, se parecchie di loro erano veramente state mollate dopo un incontro con me.
Un giornalista mi aveva addirittura definita ‘Tsunami’ e disse: “È una delle tre donne più pericolose al mondo. Le altre due non le conosco”.
Quel Natale, Saccodipatate mi regalò un paio di guantoni nuovi fiammanti. Io, che non pensavo potesse essere così sentimentale, non avevo comprato niente per lui. Mi sentii proprio una stronza. Misi i guantoni sotto l’albero finto con la neve incollata e le lampadine intermittenti, che tiro fuori tutti gli anni. E, per farmi perdonare, lo invitai a rimanere a cena. Lui accettò e tutti e due ne fummo felici.
“Scusa capo, non ho regali per il momento”, dissi “ma ti prometto che te lo farò appena sarò sul ring”.
Lui nascondendo la faccia dietro a una manona, come se dovesse tossire, mi disse: “Non ho bisogno di nessun regalo. Il mio regalo sei tu”. Mi commossi davvero, lo giuro, anche per l’ingenuità della frase. In cucina piansi nell’arrosto mentre lo guarnivo di patate al forno. Fu una cena gustosa e abbondante, proprio come si usa nei festeggiamenti, e anche simpatica per lo spirito inedito di Saccodipatate. Un brindisi dopo l’altro, tirammo fino alle undici, voglio dire alle ventitré. Sicuramente dovevamo essere un bel po’ brilli per decidere di andare in palestra a incrociare i guantoni. Entrammo in palestra, sul cui ingresso l’insegna al neon si era in parte fulminata, lasciando lampeggiare friggendo soltanto la parola OXE. Dentro ci aggredì subito l’acre miscuglio di sudore rancido e di gabinetti che non avevano mai visto un disinfettante. A costo di sembrarvi retorica, vi devo dire che a me quell’odore piaceva. Mi faceva sentire me stessa, più di quanto avessero mai fatto i preziosi profumi, degli spot televisivi, che avevo ricevuto in dono dagli ammiratori. Salimmo sul ring ridacchiando come due allegri compagni da osteria. Ciascuno di noi si infilò soltanto i guantoni, aiutandosi con i denti, lasciando le stringhe a penzoloni. Tanto si trattava di un gioco di pochi minuti. Dapprima cominciammo a ballarci intorno, fingendo smorfie crudeli come certe maschere di carnevale, poi lasciammo partire qualche bel colpo, per il quale ci complimentavamo a vicenda del tipo: “Ehi ragazzina, dove hai imparato a boxare così?” oppure “Ohoh, questa volta mi hai fatto male davvero!”. Sembravamo due pessimi attori un po’ rimbambiti che imitassero una telecronaca senza capirci un’acca.
Saccodipatate, a quel punto, compì un mezzo giro su se stesso, come uno spadaccino, e mi affondò il suo guantone nel fegato abbastanza tosto da farmi temere che avrei tirato su l’arrosto con le patate. Io risposi, senza tanti salamelecchi, con una serie ritmata di jab, una delle mie specialità che tanto infastidivano le mie avversarie. Per qualche momento sembrò che fossi riuscita a fiaccargli le braccia. Infatti le teneva un po’ basse, all’altezza più o meno dello stomaco, e le ruotava in modo curioso come gli ex campioni, ormai un po’ statici seppure ancora elastici all’apparenza. Tutto sommato era una posizione troppo innocua per non lasciar prevedere una qualche improvvisa esplosione. Per merito suo, ero allenata ad affrontare tutte le insidie. Lui scattò verso di me, come se avesse vent’anni di meno, e sparò una saetta d’inferno in direzione del mio sterno. Io invece di indietreggiare per schivarlo, ne approfittai per sganciargli un diretto d’incontro proprio in mezzo agli occhi, come se lì ci fosse scritto: “Chi centra il bersaglio vince un orsacchiotto”. Il risultato fu devastante, come lo scontro frontale di due pullman. Tutti e due ci eravamo scagliati l’uno contro l’altra raddoppiando la violenza dell’impatto, nonostante non avessimo alcuna intenzione di farci del male. Volevamo soltanto divertirci, mettendo a segno un colpo degno della nostra stima reciproca. Eravamo pugili dopotutto, non vi pare? A ripensarci forse ognuno sperava che l’altro avrebbe schivato la mazzata. Il dolore allo sterno mi fece soffocare per un po’, ma non era stato micidiale in quanto, avendo le braccia più lunghe di lui, ero riuscita in parte a tenerlo a distanza. Quando mi ripresi gli dissi: “Ehi capo, non è che volevi ammazzarmi?!”. Lui non era steso sul pavimento. Era in ginocchio, con le braccia lungo il busto in modo che i guantoni toccavano terra, con i polsi piegati all’indietro. La luce, sulla sua testa a ciondoloni, metteva in risalto la sua incipiente pelata. Questo particolare mi fece troppo tenerezza e lo chiamai: “Capo! Dai non fare il cazzone. Capo. Ehi capo!”. Si adagiò all’indietro, un po’ di sbieco e rimase lì in ginocchio e mi ricordò la morte di Marlon Brando nel film ‘Giovani leoni’. Questo ricordo mi terrorizzò letteralmente. Scagliai via i guantoni che partirono in due direzioni opposte. Uno dei due andò a sbattere contro la pila dei secchi provocando uno sbatacchiare di dentiere di ferro. Mi inginocchiai anch’io per reggergli la testa, o per qualunque altra cosa sapessi fare compreso quello che non sapevo fare. Le mani mi si sporcarono di sangue che usciva dal naso e dalle orecchie. Mi trovai a pensare che quelle orecchie con il sangue sembravano broccoli al sugo. Credo che, in certi momenti, la natura ti faccia un’iniezione di stupidità per impedirti di impazzire. Io continuavo a dire: “Capo. Capo. Capo.”. Per le strade fuori si sentivano i rintocchi sgangherati delle campane che chiamavano alla messa di mezzanotte, e le insulse zampogne dei finti pastori che sbucano fuori dalla naftalina, solo per questa occasione. In fin dei conti era Natale e tutti avevano il diritto di mentire per essere allegri. Appoggiai il mio viso sulla sua testa, mentre lo sostenevo contro il mio seno, e gli parlai dolcemente. Il mio alito soffiando gli muoveva appena i capelli.
“Lo vedi che avevo ragione a chiamarti Saccodipatate? Alla fine hai sbagliato anche tu. Con i tuoi insegnamenti mi hai fatto diventare… troppo pericolosa”.
Continuai fino all’alba, credo, con le lacrime che mi s’incrostavano sulla faccia, come la sporca luce dei finestroni a rete, a ripetere: “Saccodipatate svegliati. Svegliati ti prego. Svegliati Saccodipatate. Ti prego. Svegliati. Svegliati. Svegliati ”.
Invece no.

 

Dario Maria Desantis

 

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