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Oltre gli occhi – racconto di Silvia Ruggeri

Oltre gli occhi - racconto di Silvia Ruggeri

Suona ogni mattina. Sempre alla stessa ora, da anni.
Metto la sveglia due ore prima di iniziare a lavorare. Ho le mie abitudini e mi piace prendermela con calma.
Il primo caffè, la prima sigaretta, le prime notizie al telegiornale e la prima doccia della giornata.
Dopo circa un’ora e mezza di lenti preparativi esco di casa, ogni mattina alle 7.30.
La macchina parcheggiata al solito posto, la fermata al tabaccaio per il secondo caffè e la seconda sigaretta, i 10 km di strada per arrivare a lavoro.
A volte penso che quei chilometri sono infiniti. Sono troppi per sopportare i miei pensieri, la mia malinconia, la pesantezza dei miei stati d’animo. Anche il cd che ascolto è sempre lo stesso da un po’… le prime tre canzoni mi piacciono, quindi ogni volta lo faccio ripartire dall’inizio e, al termine del tragitto, spengo la macchina quando il display dell’autoradio indica la settima traccia. E’ così da un paio di mesi.

Non sono una persona molto socievole, ho solo un amico dai tempi del liceo. Da quando si è sposato ed è diventato padre lo vedo molto raramente. Non mi è mai piaciuto stare in mezzo a troppa gente, trovarmi in posti affollati, sentirmi pervaso da rumori, suoni e luci. Mi sarebbe piaciuto fare l’impiegato, magari in un grande ufficio, in modo da confondermi senza necessariamente distinguermi in nessun modo. Mi sarebbe bastata una piccola stanzetta, anche in fondo al corridoio e senza grandi pretese.
Non sono mai stato ambizioso. Ho sempre pensato che il lavoro rientri nei doveri di un uomo ed è una rarità che questo possa coincidere con il piacere, con una reale passione. Il lavoro che faccio da 15 anni non l’ho scelto, non ho mai desiderato farlo. Penso che sia un impiego come un altro, dà uno stipendio ed è stato un insegnamento di mio padre.
Questa è stata la sua eredità, insieme alla casa in cui abbiamo vissuto insieme prima che se ne andasse, stroncato da un infarto. Quando mi aveva proposto di seguire il suo stesso percorso lavorativo ero molto scettico ma un buono stipendio mi aveva convinto. Ero dubbioso perché pensavo fosse un lavoro molto faticoso fisicamente ma, essendo un giovane con forti braccia e pesanti muscoli, potevo farcela.
Mi sono adattato da subito, senza grandi difficoltà. Le procedure da seguire sono sempre le stesse e la mia giornata è scandita da momenti precisi.
Questo aiuterebbe chiunque, soprattutto un tipo come me.

Parcheggio l’auto nell’area dipendenti.
Mi sento inquieto più del solito, come se avessi qualcosa allo stomaco che mi fa respirare in malo modo. L’aria fuori è fredda, umida. La nebbia avvolge l’enorme entrata lasciando tutto poco nitido e tenebroso. Ormai mi sono abituato alla poca luce, dentro ci sono pochissime finestre perché la gioia, la spontaneità, la libertà non vivono qui…inizio a convincermi che sia meglio non ci siano finestre. Non sopporto lavorare sentendomi in questo modo.
Prima di timbrare fumo l’ennesima sigaretta.
Vado a cambiarmi ed indossare la divisa da lavoro, aspettando di cominciare le mie attività. Inizio facendo un giro di osservazione entrando nelle aree in cui sono posizionate tutte le celle. C’è sempre un pessimo odore, nonostante si cerchi di pulire il più possibile. Queste zone non sono mai silenziose e i rumori si intrecciano come nodi in gola.
Chi vive lì non ama vivere lì, l’ho sempre saputo. E’ impossibile non pensarci trovandosi a contatto con così tanti sguardi, ogni giorno, da 15 anni. Durante questa fase di perlustrazione emergono problemi di salute dei detenuti o altri aspetti che vanno risolti urgentemente. Io mi occupo prevalentemente di monitorare e coordinare questo settore. Le mie attività sono scandite nel tempo precisamente. Ogni azione viene svolta ad un orario puntuale e secondo uno schema preciso. Mi occupo anche del sostentamento, fornendo ad ognuno il cibo, le terapie e l’acqua. Quest’area è molto grande, circa 3000mq, e piena di celle: molto piccole se ospitano solo uno o leggermente più grandi se ne accolgono un numero superiore.
Oltre questo settore si estende una zona piena di macchinari per la produzione che coinvolge i detenuti. Ho libero accesso anche a questo spazio ma non ci entro quasi mai. Lascio che se ne occupino i miei colleghi…ad ognuno il suo compito. Non mi mancano certo le cose da fare e difficilmente ho il tempo per fermarmi o riposare un attimo.
Dopo l’osservazione e la fase del sostentamento, entro in ogni singola cella per accertarmi delle condizioni psico-fisiche di ognuno. Spesso sono precarie e necessitano dell’intervento del medico reperibile.
E’ capitato che l’unica cosa da fare fosse accertarne la morte.
La reclusione è una condizione di vita pessima. Credo che, a chiunque la sperimenti, tolga una buona parte di dignità, costringendo a vivere in condizioni di privazione per cui non valga la pena vivere.

Quella mattina eseguo tutto secondo i protocolli. Ho anche fatto accedere e sistemato nuovi ospiti nelle loro stanzette. Ho compilato moduli, osservato e raccolto le indicazioni di cui ho bisogno perché tutto sia in regola. La mia attenzione ad un certo punto si è focalizzata su un nuovo arrivato. In tanti anni di lavoro ne ho visti tanti che giungono da noi inquieti, stressati, terrorizzati, abbattuti e frustrati ma lui mi colpisce particolarmente. La cosa che mi attira subito solitamente è lo sguardo, non lo evito mai. Spesso sono loro a temerlo e questo mi dà forza, animando in me una sorta di egoismo e superiorità.
Lo osservo per un po’, continuando a fare il mio lavoro. È l’unico, in mezzo ad altri tre, che vuole dare le spalle. Gli altri sono rivolti verso le sbarre ma lui è rimasto tutto il tempo voltato dall’altra parte. È giovane, per questo ho pensato a qualche problema di salute. Dopo circa tre ore, entro in cella cercando di capire come mai stesse assumendo questo comportamento ma non risponde a nessun tipo di richiamo, neanche a quelli più violenti.
Il medico dopo una visita non ha rilevato niente di anomalo. Decido di sistemarlo in una cella singola. Così ho fatto e lui ha continuato a tenere il volto rivolto verso il grigio muro di cemento.
Sono quasi le 16, la giornata di lavoro è giunta al termine.
Posizionato frontale a lui, l’ho guardato a lungo ma ad un certo punto me ne sono andato.
Tornando a casa, tanti sono stati i pensieri ma è troppa la voglia di staccare e riposare la mente. Mi sono fermato a prendere una pizza, quattro birre e davanti alla partita di calcio mi sono addormentato profondamente.

Ogni giorno faccio più o meno le stesse cose, in modo meccanico, abituale.
Arrivo al parcheggio con le note della traccia numero 7.
Mi sento stanco come se non riposassi da molto tempo. Guardandomi riflesso sullo specchietto retrovisore ho pensato che il mio sguardo inizia ad invecchiare, gli occhi incominciano a voler guardare oltre quei movimenti meccanici ed abituali. Mi rendo conto che la fatica che sento oggi non è fisica. Timbro il cartellino, mi cambio e inizio il giro di osservazione.
Lo incomincio da lì, dalla cella n°48. Con stupore vedo che non si è spostato di un centimetro, è rimasto immobile e fermo per 16 ore. Rientro in cella e mi siedo frontale a lui. Rimango lì a lungo, mi ha contagiato con la sua immobilità. Dopo molto tempo, la sua testa si alza leggermente ed i suoi occhi incrociano i miei per qualche secondo.
In quel momento vengo invaso da un brivido lungo la schiena, come una scossa di empatia e consapevolezza fino ad allora taciuta. Sono riuscito a capire, ad immedesimarmi in quello stato d’animo. Inizio a parlare con lui, immaginando che possa rispondere. Gli altri non si comportano così perché ancora stanno cercando in tutti i modi di reagire alla prigionia. C’è chi piange disperato, chi tira calci alle grate, chi urla, chi ha accettato tutto questo come condizione dell’esistenza, chi emette forti segnali di stress, chi si lascia morire… Più lo guardo e più rivedo me stesso dentro ai suoi occhi languidi.
Si trova in un totale stato di rassegnazione, quella per cui non vale la pena stare al mondo. Tutta la postura del suo corpo, nella sua totale estraneità e immobilità, comunica la piena rinuncia a trovare pace e la totale sofferenza dell’anima. E’ come se sapesse che non può più fare niente per cambiare quella situazione. Tra poco verrà preso insieme ad altri per andare nell’altro settore e non potrà scegliere per sé stesso o cambiare le cose. Se altri dimostrano di averlo accettato, lui no. Si è solo adattato al pensiero della morte.
Ho pensato che io sono come lui. Mi sono adattato ad una vita che non mi appartiene.
Ho sempre desiderato fare solo un lavoro tranquillo…quanto vorrei adesso una piccola stanzetta piena di scartoffie in fondo ad un lungo e buio corridoio!
Devo prendermi una pausa.
Mi sento soffocare.
Esco fuori per una o più sigarette, circondato da una nebbia fitta. Non riesco a smettere di pensare alla sopportazione. Io l’ho fatto per anni. Ho lasciato che altri scegliessero per me rendendomi una persona ordinaria. E poi c’è lui…come posso non pensare a lui, ai suoi occhi e a tutto ciò che mi ha comunicato. Per 15 lunghi anni non ho visto niente, non ho capito niente. Tutto così meccanico e abituale, come se stessi lavorando con oggetti e non con soggetti. Sapevo che non era così ma avevo creduto sempre che loro fossero nati per uno scopo preciso.
Io ho solo accontentato mio padre, ho avuto uno stipendio per 15 anni e non avrei mai immaginato che…
Devo rientrare, mi richiamano dentro. E’ il momento del trasporto nell’altra area. Il collega mi dice di accompagnare i detenuti delle celle dal numero 41 al numero 60. Inizio con i primi cinque… dopo circa 40 minuti è il momento di portare i successivi. Con lui ho fatto molta fatica, non vuole muoversi. Ho dovuto sollecitarlo in malo modo. Cammina insieme agli altri con la testa bassa e molto lentamente. È magro e profondamente depresso. Il mio collega li porta via ma prima di andarmene lo guardo ancora una volta. Con un movimento veloce della testa si gira incrociando il mio sguardo. Rimaniamo così per circa 10 secondi, ma uno strattone lo fa allontanare. Torno di là con il pensiero che in quei pochi secondi lui ha lottato per l’ultima volta, trovando la forza di guardare la persona che non lo ha fatto sentire inesistente e gli ha prestato qualche attenzione. Un ultimo grido silenzioso di aiuto.
Ho realizzato in quel momento che mi sono sentito invisibile per anni, proprio come lui.
Ho visto tanto di me in quel detenuto. Come è possibile?
Sono stanco, la testa è pesante. Per la prima volta decido di tornarmene a casa prima. Mi fermo a prendere molte birre, prima di rientrare a casa.

Il mattino dopo alle 7 sono già fuori.
Le troppe domande e l’estenuante ricerca di risposte non mi hanno fatto chiudere occhio. Non sto mettendo in discussione solo la mia esistenza ma anche quella degli altri… quella di colui che mi ha permesso di comprendere lo stato d’animo altrui. Se prima la convinzione è che tutto è già scritto, che ad una strada, qualunque essa sia, siamo destinati, ora ho messo in dubbio ogni certezza.
Parcheggio ed entro subito, senza fumare. Mi cambio ed inizio, come ogni giorno, il giro di osservazione.
Alle ore 8.30 sono seduto nell’ufficio del mio capo e presento la lettera di dimissione. A lui non spiego la reale motivazione del mio gesto ma gli infiocchetto un discorso uscito al momento e che neanche ricordo. Cerca di convincermi, visti i rapporti di amicizia avuti con mio padre, ma capisce poco dopo che sono fermo ed immobile sulla mia posizione.
Durante la fase di perlustrazione delle celle non ho potuto evitare di andare oltre ai loro occhi. Mi sono accorto di iniziare a proteggermi evitando di guardarli e che, anche se incrociavo gli sguardi, la sensazione percepita non è più quella di superiorità, ma di terrore, sofferenza e ricerca di pietà. Mi sono sentito un codardo bastardo perché ormai ho capito e non posso nascondermi. Non sono più lo stesso di prima.
Lui e i suoi occhi mi hanno cambiato.
Esco da quel posto alle 10 del mattino, con tutta la giornata davanti ed una pagina bianca su cui scrivere la mia vita. Ho pensato che anche loro avrebbero meritato la spontaneità e la sensazione nuova di libertà. Mi sono reso conto che non è così necessario, come ho sempre pensato, sfruttare la vita di un altro essere vivente senza colpe, attribuendogli uno scopo preciso e privandolo di ogni possibilità di cambiamento. Oggi sono convinto che sarebbe meglio ci fossero tante finestre di vetro trasparente. Quello che so per certo è che io non potrei più mettere piede lì dentro.
Uscendo dal parcheggio vedo arrivare un altro camion con un altro carico. Dalle grate intravedo gli occhi di molti di loro, spaesati ed impauriti. I grossi musi cercano di captare qualche segnale che li orienti e che gli faccia capire dove si trovano. È straziante.
Con la mia auto inizio ad accelerare, tenendo i finestrini abbassati per prendere aria.
Guardo lo specchietto retrovisore e mi lascio alle spalle la scritta “Allevamento Bovini”.
Accendo una sigaretta, inizio ad urlare, il cd riparte dalla traccia numero 7.
Premo OFF.

 

Silvia Ruggeri

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