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Nella tasca in alto a sinistra – racconto di Anna Chiara Morciano

Nella tasca in alto a sinistra - racconto di Anna Chiara Morciano

Erano da poco passate le cinque del pomeriggio e il bollitore sul fuoco fischiava.
Tony mise in infusione la sua bustina di Earl Grey e attese qualche minuto. Preparò con cura un piccolo tramezzino e portò la sua tazza di tè, insieme alla merenda, nel salotto, dove sprofondò nella poltrona. In televisione, erano ormai settimane che non si parlava d’altro che del recente referendum. Tony bevve qualche sorso. Non riusciva quasi mai a farlo senza storcere un po’ il naso, nonostante ci avesse messo una zolletta di zucchero e una nuvola di latte. Il tè non gli era mai piaciuto, era sempre stato più un tipo da caffè, ma lei lo beveva ogni pomeriggio e, anche adesso che non c’era più, lui non avrebbe rinunciato a quella vecchia abitudine di coppia. Era un modo come un altro per non sentirne la mancanza.
Tornato in camera da letto, Tony riprese a ripiegare le magliette che aveva selezionato dall’armadio e appoggiato sulla sedia. La valigia era ormai quasi pronta. Il beauty case lo avrebbe completato la mattina successiva con spazzolino e dentifricio. Non erano rimaste molte cose da spuntare dalla lista. E poi a lui piaceva viaggiare leggero. Fece un po’ di spazio tra le magliette per il panama, il taccuino e l’inseparabile macchina fotografica. Anzi no, queste ultime cose sarebbe stato meglio metterle nel bagaglio a mano, rifletté. Erano decenni che non preparava una valigia da solo. E si vedeva. Aveva osservato quella valigia vuota e aperta sul letto per quasi mezz’ora. Alla fine si era arreso all’idea della lista per superare il blocco. Eh, sto diventando vecchio, ci aveva scherzato su. Chissà cosa avrebbe detto lei, aveva continuato a pensare, dal momento che era lei l’esperta delle liste, che iniziava a stilare settimane prima di una partenza. In realtà, Tony sapeva benissimo cosa portar con sé. Probabilmente era proprio la visione di quella piccola valigia e di sole due mani a sorreggerla che lo aveva paralizzato in mezzo alla stanza, in preda ad una strana amnesia.
In tutti i modi, qualunque blocco avesse avuto, per il momento era passato. Al contrario di quelle piccole vivaci fitte al braccio. Dovevano essere i postumi dell’ora di tennis del giorno precedente. La racchetta era sembrata più pesante del solito. E il fiato più corto. Tutta colpa della torta al mascarpone di sua sorella Margie.
Chiusa la valigia, Tony andò davanti allo specchio. Nonostante l’età, manteneva ancora un fisico piuttosto atletico e i controlli di routine di pochi giorni prima non lasciavano presagire nulla di grave. Comunque, decise di aggiungere al suo bagaglio qualche medicinale, giusto per partire più sereno.
Infine, aprì un cassetto e prese alcune carte. Il biglietto aereo. Un lungo volo per Cuba. Tony lo soppesò tra le mani, lo sguardo un po’ perso e la fronte lievemente corrugata, come volesse quasi ricordare il perché di quel viaggio. Da solo. Lo ripose nella piccola tasca dello zainetto, a portata di mano e al sicuro da ogni ripensamento.

Quel viaggio doveva essere un regalo per sua moglie Annie. Una settimana a L’Avana, loro due soli, come sempre. Da quando l’aveva conosciuta, due giovani irlandesi di Belfast in un roseto sul colle Aventino nella capitale italiana, entrambi giornalisti in erba, lei non aveva fatto altro che parlare di Hemingway. La sua unica ossessione, a parte i toffee fudge che accompagnavano il suo tè.
In quei quarant’anni di matrimonio, un viaggio dopo un altro, avevano collezionato cartoline e ricordi da ogni dove e specialmente da tutte quelle località in cui aveva messo piede lo scrittore. Non chiedetemi il perché, ripeteva Tony agli amici. Annie aveva dei desideri bizzarri, lo sapeva bene, ma era felice di poterli realizzare. Appena l’anno prima, seguendo quella ormai vecchia scia letteraria, erano stati persino a Caorle, un paesino nel nord dell’Italia. Era stato un bel viaggio, il più felice, ricordava Tony. Forse perché l’ultimo con la sua Annie. Ne avevano approfittato per visitare Venezia e Verona. Una foto in particolare, al centro del caminetto, lo rimandava a quei giorni. Era stata scattata da un passante. Una vecchia coppia innamorata, un tavolino in piazza con una tovaglia color dello Spritz, due bicchierini di grappa locale e l’Arena sullo sfondo. Se non era felicità quella, molto ci somigliava.
Di ritorno dall’Italia, Tony avevo deciso, così, quasi all’improvviso, che l’anno successivo sarebbero andati a Cuba, come ultima meta mancante di quel curioso vagabondare, e avrebbe fatto trovare i biglietti ad Annie il giorno del suo compleanno, sotto la teiera.
Avrebbero camminato lungo le strade de L’Avana Vecchia, tra gli edifici coloniali spagnoli, avrebbero visitato i musei e i teatri del centro. Avrebbero fatto una foto sotto il Cristo dell’Avana e poi l’avrebbe portata a bere il mojito al Bodeguita del Medio e il daiquiri al Floridita, come era solito fare il suo Hemingway. Quella parte le sarebbe piaciuta molto. Aveva organizzato quasi tutto nei minimi dettagli. Si era applicato come non mai. E la sorpresa effettivamente gli riuscì.
Purtroppo non avrebbero potuto mettere in pratica quell’impeccabile itinerario. Annie lo abbandonò qualche mese dopo. A volte, Tony aveva l’impressione di doversi ancora scrollare di dosso lo strazio di quel giorno. In quella lunga notte, mano nella mano, Annie si fece promettere che ci sarebbe andato da solo. Un viaggio come quello, una volta organizzato, non poteva essere annullato per alcun motivo. Lo avrebbe fatto anche per lei. La risposta ancora la ricordava Tony. Come pretendi che ti prometta questo, ora, se non so neanche dove andrò domani, senza di te?
-Tu promettilo.
-Te lo prometto. Ma perché ci tenevi tanto a visitare tutti quei posti?
-Ogni coppia ha le sue follie. E quelle erano le nostre. E tu eri più pazzo di me ad assecondarle.
Una lieve risata, soffocata da un colpo di tosse.
-E qual è stato il viaggio più bello?
-E’ stato quello fatto ogni giorno con te. Quando sono salita sulla vespa di un perfetto sconosciuto, in giro per i colli romani. Quando siamo stati per tre giorni interi in quel cottage, ti ricordi?, senza che nessuno sapesse niente. Quando siamo fuggiti dal nostro matrimonio perché avevo voglia di un gelato. Quando ho guidato di notte per farti una sorpresa. Quando ti ho accompagnato in ospedale per la caviglia rotta. O quando mi hai tenuto per mano, quella volta in ambulanza. Quando mi hai portato al faro, al mare o all’osservatorio astronomico o ancora in quel ristorante thailandese, anche se poi faceva schifo- Scoppiarono entrambi a ridere. -Ecco, questi e molti altri sono stati i viaggi più belli, seppur brevi o non sempre felici.
Le diede un bacio sulla fronte, senza staccarsi dalla sua mano per le ore restanti.
Qualche mese dopo, aveva accantonato quasi del tutto l’idea di mantenere la sua promessa, quando una sera, in televisione, Tony si imbatté per caso in un film di cui Annie gli aveva parlato. Il cammino per Santiago. La storia di un padre che porta a compimento quel lungo pellegrinaggio al posto del figlio, morto lungo il tragitto e di cui custodiva gelosamente le ceneri nello zaino. Quell’uomo doveva essere decisamente pazzo, concluse.
Tony non aveva mai creduto né ai segnali dall’aldilà né ad altre simili sciocchezze. Eppure… Non era stato anche lui un pazzo? Così l’idea del viaggio si insinuò di nuovo nella sua testa, senza riuscire a scacciarla. Finì con l’arrendersi a essa. Per Annie avrebbe fatto quell’ultimo viaggio da solo, ma non proprio da solo.

Ora che la valigia poggiava ai piedi del letto, quasi ultimata, a Tony mancava solo una piccola cosa da fare. Fondamentale. Si diresse verso la libreria, prese il loro libro e ne estrasse una foto. Sembrava piuttosto vecchia. In bianco e in nero, un po’ ingiallita e macchiata qua e là. Ma ciò non aveva contaminato la bellezza di Annie che, poco più che ventenne, gli sorrideva spensierata. Dietro la foto, una frase a penna aggiunta di recente.
“Sono così vicino, dietro di te, che se stendi la mano, penso che tu riesca a toccare la mia. Addio amore infinito, ci vediamo lungo la strada” – Leonard Cohen
In modo quasi solenne, Tony inserì la foto nella tasca della giacca, in alto a sinistra. Sarebbe stata appoggiata sul suo cuore per tutto quel lungo viaggio.
Aveva appena notato un bottone difettoso quando un’improvvisa fitta al braccio, questa volta dolorosa, lo colse impreparato e lo costrinse a sorreggersi. Avrebbe fatto meglio a riposarsi un po’.

Una leggera brezza si insinuò dalla finestra aperta, accarezzandogli il viso, e a Tony, steso a letto, parve di scorgere un gabbiano. L’animale preferito di Annie. Ma non c’erano gabbiani in quella zona. E lui non credeva ai segnali dall’aldilà. Eppure…
Un sorriso gli si affacciò sul volto stanco. Decise di chiudere gli occhi per un momento. La giacca ancora salda tra le braccia.
Quelle scarpe, vicino ai bagagli, ne avevano percorse di strade. Ma, per quell’ultimo viaggio, forse il più importante, non gli sarebbero servite.

 

Anna Chiara Morciano

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