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Mele marce – racconto di Davide Vendetta

Mele marce - racconto di Davide Vendetta

“Mi raccomando raccoglile tutte!” disse la madre a Timothy. Era un giorno caldo quello in cui la madre chiese al figlio di raccogliere le mele cadute dall’albero, piantato sul retro del giardino di casa. Erano giorni che le mele si erano posate sul soffice prato, la madre temeva che colonie di formiche le avrebbero mangiate prima di loro se qualcuno non le avesse tolte di li, lei era troppo indaffarata per farlo cosi chiese al figlioccio di sbrigare lui la faccenda. Al contrario di lei non aveva impegni, passava la giornata a bighellonare, come del resto fanno tutti i ragazzi i giorni prima di tornare a scuola, prepararsi all’anno scolastico non era una cosa da Timothy, seppure gli piacesse, non apprezzava il modo in cui si faceva scuola, la vedeva più come una cosa da prendere alla leggera piuttosto che farcisi dei grossi pensieri, lui era cosi spensierato. In fin dei conti frequentava ancora le scuole elementari.
Preso dal compito assegnato si diresse fuori respirando quell’aria pulita, vivevano per strade residenziali, li non trafficavano molte macchine, questo permetteva a loro di respirare un’aria migliore rispetto a quella tra i condomini della loro piccola città. Gli alberi si illuminavano con i raggi di quel cielo, da un po’ seguivano solo giornate radiose, il tempo era clemente, talmente tanto da evitare di tormentare anche i piccoli insetti, quelli che vivevano nel giardino attorno la casa. Il verde presente valorizzava la qualità dell’aria, se già lo smog di per se era minimo, gli alberi, riducevano ancora l’inquinamento, fornendo un’ospitale dimora alle specie animali deboli e considerate più insignificanti.
Il prato asciutto nascondeva una moltitudine di piccoli animaletti, le formiche erano la maggioranza, una sovrappopolazione in grado di predominare quelle terre, si incamminavano in vari gruppi andando a raccogliere cibo, trasportavano una mantide morta e delle briciole di pane, cadute dal panino mangiato dal piccolo Timothy mentre mangiava il panino con prosciutto cotto preparato dalla mamma. Preferirono quello alla frutta, da loro non venne toccata una singola mela, il che rassicurò il bambino, trovarle guaste non gli sarebbe andata giù, si schifava facilmente con certe cose.
Non sopportava gli insetti, riteneva che questi fossero disgustosi. Da piccolo venne spaventato da questi.

Era dietro casa a giocare, aveva sette anni, camminava calpestando aree di terra dove, a quei tempi, mancava l’erba. La notte aveva piovuto molto ed il terreno si era impregnato dell’acqua rendendosi fangoso. La cosa lo divertiva, saltava da una pozza all’altra ridendo per il rumore (a lui ricordava una puzzetta). Continuò a giocarci tutto il pomeriggio tanto che si mise ad inventare una versione fangosa del gioco della campana. Giocò tra le pozzanghere finché non cascò.
Si macchiò la faccia di quell’umida fanghiglia melmosa, era interamente coperto. Gli abiti si colorarono di un marrone da lui disgustato e definito “marrone cacca”, tentava di pulirsi con le mani scavando con le piccole dita, come un archeologo in cerca di fossili lui tentava di riportare alla luce un viso, il suo. Quando gettò lo sguardo sulle mani gli sembrò di vedere qualcosa di strano, come un piccolo muoversi. Mettendosi le mani di fronte cercò di capire cosa avevo visto nel frattempo che si puliva la faccia.
Scoprirlo lo scioccò.
Erano vermi tanti piccoli e rinsecchiti vermi, strisciavano spuntando dalla terra bagnata sulle sue mani.
Quell’immagine lo sconcertò, quei schifosi animaletti si muovevano tra le sue mani. Di certo non bastava questo a traumatizzarlo, l’immagine fornita si legava ad un altro ribrezzo che rendeva la situazione peggiore, le due cose si legavano tra loro instaurando un brutto ricordo vivo per una ripugnate sensazione. I vermi erano anche sul suo viso, strisciavano su quell’innocente volto insudiciato di fango. L’idea che lo avrebbero mangiato partendo dalle guance fino a mordergli la lingua lo impauriva, tornando a guardare quei piccoli organismi gialli sulle mani che sparivano nascondendosi sulla terra in mano non poteva che spaventarsi. Di colpo gridò dirigendosi di fretta verso la porta di casa si mise ad urlare battendo la porte con le sporche mani.
La nonna uscì fuori preoccupata e con un fiatone per i pochi passi fatti si mise li buona a pulire il nipotino. Usò uno degli stracci sotto il lavandino e passandoglielo per tutta la testa lo pulì da quella sua paura, le lentiggini riemersero, cosi come il sorriso entusiasto, quei parassiti poggiati su lui erano andati, la nonna lo rassicurò di averli tolti tutti.
Quell’immagine, quel pensiero, portarono il piccolo Timothy a detestare la visione di qualsiasi “schifoso insetto strisciante”.

Il piccolo uscì fuori, sul portico della casa erano scivolate le mele cadute, rotolate fino a li per via della pendenza, infatti dietro casa il terreno era più alto.
Quando pioveva Timothy si dilettava vedendo le correnti provenire da dietro fino al fronte della casa, la casa gli appariva al centro di un fiume, mentre il corso d’acqua la circondava. In quei momenti gli veniva una paura scaturita dalla sua fervida immaginazione. Temeva che se mai ci fosse stata una forte corrente un giorno la casa sarebbe andata via con l’acqua, magari finendo verso la strada. La mamma lo rassicurava sempre, gli spiegava di come le fondamenta ancoravano l’abitazione al terreno, senza pensarci gli spiegava che, per quanto poco probabile, era più facile che entrasse l’acqua in casa piuttosto che questa si spostasse. Queste parole lo spingevano contro altri timori.
Tenendo in mano una busta bianca di plasticaccia, Timothy cominciò a raccogliere le mele. Si erano fermate nel prato di fronte la casa, se avessero ruzzolato ancora sarebbero finite per la strada attirando qualche roditore o finendo spiaccicate dalle ruote della macchine. L’anno precedente una famiglia di ratti si era instaurata nel giardino, per mesi dimorarono li allargando la cerchia.
Il gruppo di topi si estese ad un punto problematico, il cane di casa innervosito dalla presenza di questi provò a cacciarli, come fosse un gatto, peccato che gli mancasse l’istinto predatore di quest’ultimo. Avendo come unica offensiva la propria bocca finì a sua volta morso da quei infimi ratti malati, presto si ritrovò ferito gravemente dalle infezioni. Nonostante il dolore non si arrese, una sera tentò ancora di sterminare quei ratti, si erano stabiliti sotto la quercia ed un melo successivamente abbattuto. Avevano rosicchiando l’interno delle piante. Dopo lo scontro, il mattino, Timothy rinvenì il cane sdraiato a terra, tra resti di topi sparpagliati in giro, era li a terra il suo amico, ferito da incisivi dei roditori, quei sorci contaminati avevano ucciso un membro della famiglia.
Un bambino non dovrebbe poter vedere il suo cucciolo in quello stato, graffiato, morso ma soprattutto il modo in cui lo era. Le zone in cui presentava ferite erano scavate a fondo tanto da mostrare i tessuti interni, il pelo da quei punti era sparito, sembrava che si fossero cibati di lui. Il muso poi, quello era orribilmente sfigurato, ancora teneva qualche ratto tra i denti quando lo vide Timothy, gli avevano rosicchiato di tutto dalle zampe alle zanne, come se mangiargli la faccia non fosse stato abbastanza, no volevano divorargli anche i canini. Dopo aver visto quel cadavere capirono di necessitare di una disinfestazione, non avrebbero più lasciato che qualche frutto attirasse animali nel loro giardino.

Cosi ritrovandosi in una splendida giornata di sole, il piccolo si mise a raccogliere tutte quelle squisite mele, le adorava e nella testa canticchiava la canzone di sbiruli. Prendendone una dopo l’altra cominciò a sentirsi Crash, purtroppo anche arrivato a cento non avrebbe beneficiato di una vita extra, peccato poteva tornargli utile. Amava quel gioco, pensando al Bandicoot non poteva che chiedersi il motivo per cui le sue mele erano verdi e non rosse e gialle, immaginava che il colore particolare di quelle mele le rendesse più gustose, se non speciali. Immaginando di interpretare quel personaggio si mise a fare qualche giro finché stanco non si posò, sentiva fame e per l’età che possedeva ancora non era in grado di cucinare, ma la fame cresceva e la mamma, beh lei ci avrebbe messo molto a tornare, aspettarla non era la miglior scelta.
Non sapeva come riempirsi la pancia, desiderava uno di quei panini con mortadella, peccato che tornando alla porta si accorse di come questa fosse chiusa, si era scordato di farsi lasciare le chiavi per poter rientrare. L’avessero attaccato i lupi sarebbe rimasto all’uscio della porta a farsi sbranare.
Non poteva aspettare la pancia gli stava supplicando di mangiare. Preso dalla fame non poté fare altro se non vedere quelle verdi mele come un ottimo spuntino, in attesa che la mamma tornasse. La busta era piena di sfavillanti mele luccicanti della stessa rugiada del prato. Le esaminò attentamente una ad una, le posò davanti, facendo un confronto più scrupoloso di quelli per eleggere miss Italia. Scelse quella di un calcedonio verde, chiara come poche, quella mela non presentava ammaccature, era perfetta. La strofinò sulla maglietta per poi addentarla. Era squisita quella mela, solo uno stupido non riconoscerebbe la bontà di certi frutti. Cosi succosa da non lasciarsela scappare, non era il solo a pensarlo. Lo intuì dopo aver mandato giù il pezzo di mela addentato. Non era il solo ad averla gradita, poiché all’interno di questa erano presenti dei piccoli viscidi vermi gialli, infiltrati nel genuino frutto per divorarlo dall’interno.
Quell’immagine devastò Timothy, il loro aspetto ripugnante era troppo da sopportare, quei organismi erano sul suo cibo, e magari ne aveva mandato giù qualcuno, ritrovandosi con un parassita strisciante nello stomaco. Un parassita molto simile se non esattamente quello reperibile tra le feci di quei animali portatori di vermi. Lo stesso tipo di verme che si nutrì della carcassa del suo cane davanti quei innocenti occhi infantili.

Gridò follemente, la sua fobia era incontrollabile, lanciò il frutto il più lontano possibile dalla sua vista, prendendo le mele rimaste si diresse alla porta cercando inutilmente di aprirla battendo i pugni. Continuava a battere senza capire che nessuno avrebbe aperto, non sarebbe entrato di certo cosi, la porta poteva reggere una giornata passata a prendere i suoi piccoli calci. Il piccolo non si arrendeva, provando a spingere la porta non fece che affaticarsi, portandosi sulla soglia in pietra e volgendo la testa sul prato cominciò a vomitare. Non reggeva il pensiero di schifose creature striscianti nel suo corpo. Ebbe la prova di averle mangiate, in quanto almeno un verme ne uscì dalla bocca, ancora vivo, si mise a mangiare il vomito del bambino. Timothy tremava, quello che poteva sembrare un’insignificante insetto non era che un resistente mostro che anche da mangiato aveva resistito, concedendosi, dopo essere stato rigurgitato, un banchetto quasi digerito. Sia l’intruso sia il disgustoso rigurgito sul prato condividevano l’essere stati ingoiati dalla stessa persona.
Si accasciò a terra in preda dei suoi terrori.
Dopo un gran colare di lacrime disagiate si riprese. Tornando alla porta afferrò la busta alzandola con il suo contenuto, pensò di continuare il suo lavoro fino al ritorno della madre, aspettare il suo ritorno frignando per l’accaduto non era giustificabile, decise di raccoglierle tutte mostrandosi proprio un tesoro di mamma.
Sollevando la busta questa si strappò. Caddero tutte le mele al suo interno, battendo sulla soia in pietra dell’entrata di casa, si ammaccarono.
La busta pagata dieci centesimi al supermercato locale non valeva poi molto, incomprensibile oltretutto pensare come possano farla pagare, viste le deboli prestazioni ed il pessimo materiale usato.
Timothy raccolse nuovamente le mele mettendole perpendicolari alla porta di casa, come le luci usate per le piste degli arei, posizionate ai bordi della carreggiata lungo tutto il percorso in ambo i lati. Finché non ne prese una particolare.

Non ricordava se fosse stata già raccolta cosi o se avesse formato una chiazza marrone in seguito alla caduta. Rimane fatto che la guardò perplesso per dei minuti… fino a che non spuntò.
Dalla chiazza marrone emerse un grasso vermicello, era un rosa simile a quello dei cartoni, un rosa caldo. L’anellide si mosse facendo una specie di chinò di saluto nei confronti del bambino, sembrava salutare l’umano, o quanto meno esaminarlo. Timothy stava esplodendo dentro, il disgusto lo avrebbe portato a vomitare una cascata se non lo avesse già fatto, si sentì mancare. Gelava guardando quell’insulso fattore di repulsione.
Sporgendosi dal frutto molestò la vista di Timothy.
Appena riprese senno il piccolo lanciò la mela, questa cadde nel prato mentre lui si accasciò tenendosi dalla schiena in su contro la porta. Quella ripugnanza lo aveva demoralizzato, credeva che il lombrico si movesse consenzientemente. In seguito a grandi respiri riemerse da quella paura, tempo sprecato il suo, quel giorno sarebbe sprofondato nel ribrezzo della sua fobia.
Il lombrico, dopo essersi trascinato fino a Timothy, trasportando il frutto in cui si era stanziato come una chiocciola, si eresse in maniera da sfoggiare una certa altezza, quasi da superiore.
Il piccolo giunto allo stremo non poté far altro se non agire d’impulso, corse verso il verme, voleva schiacciarlo. Arrivato su lui alzò il piede, per poi… venire afferrato.
Incredibile eppure era cosi, quell’anellide non era un comune organismo, era superiore. A dimostrare ciò era la grinta e la forza con cui si batteva, superando il limite fisico. Ciò era ben visibile agli occhi del bambino, afferrato attorno il piede si sorprendeva di quanto quel lombrico potesse allungarsi, senza strapparsi per giunta, non sentiva bisogno nemmeno di toccare suolo, come se a comporlo ci fosse stato uno scheletro o dei muscoli.
Non apparteneva agli ordinari anellidi catalogati per anni dai biologi, era diverso. La parte del suo corpo priva di anelli si colorò di rosso, apparendo come stesse pompando qualcosa. Timothy si accorse di come riuscì a morderlo senza nemmeno riscontare problemi nel raggiungere la carne, nonostante fosse vestito. Lo mordeva rosicchiando lo strato di pelle dal corpo, mordeva voracemente il bastardo.
Il piccolo emise un grido sfiatato per il terrore del momento, il suo incubo proveniva da una mela guastatasi, un frutto diabolico.
Il lombrico stringeva la presa fortemente, quasi volesse trascinare il bambino nella mela. La ferita si espandeva, il dolore era incessante, ragionando il piccolo capì di rimediare subito o il verme si sarebbe fatto strada nel suo corpo, e come una mela lo avrebbe divorato dall’interno. Il dolore poteva solo peggiorare.
Agitato Timothy scalciò con il piede calciando la mela lontano, la sua speranza che il verme si staccasse era vana, poiché riuscì a sopportare la distanza in cui la mela arrivò, anzi il piccolo cadde venendo trascinato dal lombrico verso la mela. I suo vestiti si sporcavano mentre scorreva tra i ciuffi d’erba. Nella sua totale esasperazione notò un sasso più avanti, gli sarebbe bastato allungare il braccio per afferrarlo. Avvicinato di forza alla mela era arrivato poco distante dalla pietra, poté finalmente afferrarla, in poco si sarebbe liberato, pensava.
A poca distanza dal frutto sollevò la pietra scagliandola con forza sull’anellide, dividendolo. Lasciò la presa. In meno di un minuto si era liberato dalla stretta dello schifo strisciante, finalmente libero tirò un sospiro di sollievo.
Nulla per cui realmente gioire, perfino un neo studente di zoologia sa la capacità di quella specie, molti si rigenerano se non sdoppiarsi con tale evento di suddivisione. E cosi da un disgusto verme diventarono una coppia di disgustosi vermi, Timothy rabbrividì. L’immaginazione rese il suo nemico non indistruttibile bensì privo di debolezza, poiché ferirlo non faceva che concedergli un alleato.
Provò rimorso per la stupida scelta di lapidarlo contemporaneamente il lombrico formatosi dal taglio si diresse verso lui, cercò di salirgli sulla scarpa e nel pieno disgusto venne pestato con l’altra scarpa, si pestò il piede da solo, segnando questa volta un risultato positivo. L’aveva schiacciato, il vermiciattolo nato da un taglio era spiaccicato, una poltiglia di sangue sulla sua scarpa. Sentì una forte soddisfazione spiaccicandolo, portato da questa euforia cercò di far soccombere anche il lombrico nella mela nello stesso modo.
Camminò fiero sentendosi un vero sterminatore, arrivando alla mela il verme era chinato verso lui, ma Timothy non provò pietà per l’essere ripugnante, poggiando sul frutto il piede era deciso a sopprimere definitivamente quello obbrobrio, presse con tutta la sua forza intento a devastare la casa dell’anellide.
Ma quello, come detto, non era un comune anellide, era diverso, che sia stato per il frutto o per una propria volontà non si sa, quello che è certo è come si sia difeso, come sapesse che poca più pressione lo avrebbe ucciso. Resisteva, infatti respinse la grande scarpa spingendo con tutta la forza, e il bambino cadde di fronte il lombrico. Si erse ancora come dovesse mostrare la propria superiorità, non gli era stata concessa la pietà e lui avrebbe fatto lo stesso, tornò l’umano ad essere preda. Si lanciò subito come un serpente prendendolo ai vestiti, Timothy nella foga del momento non poteva fare altro che tirarsi indietro.
Era finita, quel animale gli appariva alieno per le doti mostrate, lo trascinava ancora a se. Lo scopo di divorarlo era evidente e chissà magari avrebbe usato il suo corpo come casa, sempre che la mela non fosse per lui speciale.

No, Timothy avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non finire con i vermi nello stomaco, l’adrenalina lo rafforzò, sebbene sprecasse energie dimenandosi le sue prestazioni non calavano, riuscendo nell’impresa di sfuggire alla morsa dell’avversario. I vestiti si stracciarono verso il collo, ma andava bene cosi, non gli importava degli abiti, si era salvato, la sua sola preoccupazione era nell’attesa del ritorno della madre, aspettando che si presentasse non poteva che allontanarsi dall’anellide. Girò per casa e per almeno un’ora il verme passò il tempo seguendo il ragazzino strisciando velocemente, forse non era poi cosi lungo da coprire il perimetro dell’abitazione.
Dopo il primo giro di casa Timothy si accorse del veleno per topi al cancello, l’avevano preso un anno dopo l’infestazione dei roditori, ed ora era li buttato, sopra presentava pochi fili di ragnatele. L’ultima volta era stato usato per uccidere un tasso imbucatosi nel giardino, la mamma non era tipa da far del male a povere bestioline, ma quando si tratta di proteggere il proprio figlio si fa ciò che non si vuole. Ragionando capì che per quanto potesse essere vigoroso, il verme, non avrebbe potuto superare un ingente dose di veleno, meno che non fosse stato immortale, in quel caso c’era da arrendersi.
Nei suoi rapidi movimenti il piccolo prese il sacco con dentro il veleno in polvere, facendo un altro giro di casa rincorse il verme che, accorgendosi dei suoi passi roteò la mela puntando verso il bimbo. Nel pieno della gioia Timothy scattò verso lui gettandogli contro il veleno. Rovesciò tutto il contenuto del sacchetto, seppellendolo sotto quella pericolosa polvere bianca. Non vide ulteriori mosse di contrattacco.
Il piccolo saltò di gioia, aveva vinto, il boss era sconfitto, si sentiva l’eroe trionfante di una dura guerra.

Poco dopo tornò la madre. La macchina risalì il viale d’ingresso dirigendosi verso sinistra. Si parcheggiò li.
“Timothy sono tornata!” gridò, “allora hai fatto quello che ti avevo… Timothy! Vieni qui!” gli ordinò, vedendo le prove di un incompiuto lavoro. “Si mamma” disse lui con tono quieto e rilassato, non pensava a fatto alle mele, si era scordato dell’incarico e come dargli torto, era preso dal sopravvivere. Qualsiasi arrabbiatura della madre sarebbe stata una passeggiata, dopo quello che aveva subito, era pronto a prendersi le sue colpe. “Cos’è questo?! Stavi giocando con le mele?” gridò, lui ovviamente spiegò come la fragile busta non aveva resistito, e lei con tono più sereno continuò, “questo non spiega comunque il perché tu non abbia finito”. “Scusa mamma, faccio subito!” disse lui, contento avrebbe terminato il suo incarico orrendamente interrotto. “E mi spieghi cosa hai fatto ai vestiti? ” lui improvvisò “mi sono messo a giocare”.
Rimase allibita per come aveva ridotto i panni “giocando”.
Procedendo verso il giardino, prima di raccogliere le altre mele, tornò sul suo sterminio. Portando con se la busta delle ceneri, messa fuori casa accanto l’umido, usò una paletta per buttarci all’interno la polvere di veleno, prima che questa avvelenasse ancora o peggio venisse trovata dalla madre, ora rimaneva lei l’unica sua preoccupazione, una bellissima preoccupazione rispetto la precedente, bastava non farla arrabbiare e se anche accadeva non era certo un’assassina.
Provò una grande soddisfazione nel vedere quel vermiciattolo stecchito e rinsecchito, la sua tana poi, quella si era sciupata, il veleno sembrava aver tolto tutta la vita della mela, anche l’acqua, finendo per colorirsi di quella polvere bianca.
Posò la busta al suo posto. “Vieni quiii!” urlò lei, “spiegami perché qui c’è del veleno!” indicava la busta da lui posata, l’aveva notata uscendo di casa per portare una nuova busta al figlio, tanto per fagli raccogliere le mele comodamente. Lui subito con la scusa pronta spiegò “il vento ha fatto rovesciare la sacca, quando lo vista a terra era uscito tutto, ho pensato di buttare tutto. Lei voleva dirgli che non serviva ma ormai era fatta, di certo non era possibile recuperare il veleno misto a cenere, quando sarebbe servito ne avrebbero comprato dell’altro. Il figlio chiese “mamma mi fai delle fette di pane e con della mortadella, ho fame!” e lei “si, si ecco adesso vado a farle”.

Era fatta, tutto era tornato alla normalità. Timothy raccolse il resto dei frutti a terra, belli e senza intrusi celati all’interno, ne assaggiò anche una, peccato che il sapore lasciava desiderare. Arrivato all’albero si poggiò, gli forniva una bella ombra dopo la sudata fatta. C’erano ancora altre mele attaccate ai rami degli alberi, già che c’era pensò di prendere anche quelle, si sarebbe tolto dalla mente il problema di doversene occupare in seguito.
Allungando la mano staccò una mela color giada dai rami dell’albero, provocando un oscillamento che fece cadere le altre mele. Ne rimane illeso, o quasi. Giusto una gli cadde sulla testa, nessun dolore, i capelli attutirono. Mettendo quello splendore di frutto nella busta rimase impressionato, guardando in basso si era accorto dei segni sulla frutta caduta.
Erano tutte ammaccate, con una chiazza marrone.
Erano mele marce.

Davide Vendetta

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