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Luna Park – Racconto di Debora Porfiri

Luna Park - Racconto di Debora Porfiri

Rimanevano tre gettoni gialli accartocciati nella mano di Agata. Le lettere in rilievo si sfregavano sotto la morsa della bambina, emanando un tintinnio plasticoso che nessuno poteva udire.

Ogni gettone avrebbe aperto la porta a una gioia temporanea, a dei brividi effimeri, a delle goccioline di sudore che si sarebbero evaporate in un batter d’occhio, o forse sarebbero volate vie con il phon di quella sera.

Quei gettoni non sarebbero serviti, non quella sera, anzi, mai più. Sarebbero finiti prima in una tasca, in seguito in un cassetto, per l’anno successivo. Per poi finire in un sacchetto della spazzatura, inceneriti in chissà quale discarica della regione: triste epilogo per tre gettoni vagabondi portatori di promesse da 2 franchi l’uno.

Agata li stringeva stretti, stretti nella sua manina. Non era ancora entrata nella casa degli specchi e aveva lasciato per ultima la sua attrazione preferita. Chiamarla giostra sarebbe stato esagerato: non c’erano meccanismi elettronici, qualche lucina qua e là, ma niente di funzionale. Tre scivoli, qualche zerbino da mettere sotto le chiappe e dei sacchi di sabbia per attutire il colpo. Ad Agata non piaceva l’alta velocità, né l’oscurità e ancor meno l’altezza. Forse erano brividi troppo grandi per lei. Aveva paura di avere paura.

Come ogni estate, il luna park si era insediato vicino al campeggio, in riva al lago. L’appuntamento era regolare, Agata non lo avrebbe perso per niente al mondo. Malgrado l’anno in più maturato dalla volta precedente, la bambina aspettava con ansia gli stessi momenti: gli specchi e gli scivoli. Quella sera era l’ultima, dopodiché gli orsetti che nessuno pesca mai sarebbero migrati verso nuovi lidi e nuove facce deluse.

Agata e la sua famiglia erano appena tornati dalle vacanze al mare, il sapore del sole ancora fresco sulla pelle. Papà ci porti al luna park? aveva chiesto insistentemente la piccola. Nonostante le ore passate a guidare, il papà non voleva deludere Agata e sua sorella, già pronte vicine alle valigie ancora da disfare. La mamma non ci sarebbe andata, figurati, il bucato non si fa mica da solo e poi hanno annunciato temporali, fareste meglio a stare a casa.

E proprio al momento di entrare nella casa degli specchi, eccolo quel vento energizzante che preannuncia scompiglio. Agata l’aveva sentito entrarle sotto la pelle, sembrava acqua con le bollicine. Non avevano neanche avuto il tempo di rifugiarsi in macchina: il cielo si era aperto su di loro, solo per dare ragione alla mamma, aveva pensato Agata. Il suolo non era stato in grado di assorbire tant’acqua, così il Luna Park si era trasformato in pochi minuti in una piscina attraversata da cavi e tuoni. Il papà aveva preso Agata in braccio, mentre sua sorella correva nel fango, a piedi nudi per non rovinare i sandaletti appena comprati sul lungomare. La mamma lo avrebbe strozzato, gliel’aveva detto o no che davano temporali? Agata stringeva il collo del suo papà tra i suoi gomiti, e i gettoni restanti nella sua mano destra. Le dispiaceva per sua sorella e i suoi sandaletti comunque fradici, ma la prossimità con il suo papà non aveva prezzo, neanche quello dell’amore fraterno.

Mentre l’acqua non dava segno di smettere, i tre avevano trovato riparo sotto la pensilina del punching ball, ormai spento. Sotto ogni giostra si potevano intravvedere gruppuscoli inzuppati, non necessariamente nuclei familiari, eppure bagnati uguali, quasi euforici di aver condiviso un’attrazione imprevista. Che fosse in occasione dell’ultima serata?

Anche Agata provava un’ebbrezza inaudita, un misto di libertà e trasgressione che per anni avrebbe associato all’estate. Guardando alternativamente suo padre e sua sorella, cercava di carpirne i veri sentimenti, non quelli rassicuranti che volevano trasmettere a lei, la piccola di casa, un po’ paurosa e dalla lacrima facile. Il divertimento iniziale aveva lasciato spazio a un’inquietudine serpeggiante, l’acqua continuava a scendere e a salire lungo le caviglie. Era tardi ormai, la mamma doveva essere preoccupata da morire, bisognava rientrare ed affrontare il torto marcio.

Nel frattempo, Agata aveva cominciato a tremare in braccio al suo papà. Le lacrime facevano tutt’uno con le gocce di pioggia calde e graffianti. Era stanca, voleva tornare a casa anche se sapeva benissimo che cosa li aspettava. Allora il papà aveva deciso di correre, correre, correre fino al posteggio sterrato dall’altra parte della strada. Dopo qualche breve istruzione, il trio si era tuffato nella pioggia, sulla strada buia illuminata solo dai fari e dai lampi, dentro alle pozze senza confini. Agata – dalla sua postazione privilegiata – poteva quasi immaginare il piacere di saltare in quelle pozzanghere, e splish e splash. Non vedeva l’ora di arrivare alla macchina, per placare la paura che sentiva crescere attorno a lei, e al tempo stesso desiderava che quella corsa non finisse mai, che rimanessero loro tre con quell’elettricità nell’aria e quell’odore di temporale estivo che scompiglia i piani e dà ragione alla mamma.

Debora Porfiri

 

 

 

 

 

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