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L’insurrezione lucana – racconto di Rosario Angelo Avigliano

L'insurrezione lucana - racconto di Rosario Angelo Avigliano

All’improvviso, affannato, impaurito mi buttai a precipizio dalla scarpata che costeggiava la rotabile. Mimetizzato sotto rovi, nessuno fortunatamente, mi notò. Sulla mia testa un fiume umano a piedi e a cavallo a risalire un ripido costone dirimpetto al mio paese. Su un cavallo bianco pezzato un uomo irto sulle spalle. Un militare. Di sicuro un Generale. Parlava uno strano italiano, forse più spagnolo. Si, era uno spagnolo. Al suo seguito pochi uomini ma tutti in uniforme e a cavallo.
“Generale Borges, u gëneralë di i cafunï vuolë parlà cu vuië!”, il messaggio irriverente e provocatorio portato a voce da un claudicante brigante. Riconobbi e seppi poi che quel brigante era Ninco Nanco che su ordine di Carmine Donatelli Crocco portava ambasciate avvelenate a quello straniero.

Su di un carro cinque scrofe scannate, pronte per la cucina da campo che, da lì a poco, sarebbe stata allestita. Un monaco francescano dentro una “zimarra” lisa e sudicia, faceva avanti e dietro ad una colonna di una decina di muli trainanti barelle volanti per briganti agonizzanti. Era l’ultimo giaciglio di cafoni pronti per l’estrema unzione. Ad ognuno di quelle anime, il monaco, sussurrava in un orecchio:

Per istam sanctam unctionem
et suam piissimam misericordiam,
adiuvet te Dominus gratia
Spiritus Sancti. Amen.
Ut a peccatis liberatum te
salvet atque propitius allevet. Amen.

Un rito alla buona, senza Olio Santo e senza aspersorio con acqua santa, ma valeva per l’ultima benedizione. Chissà pensai, da malcapitato viandante, che valore avesse davvero quell’ultimo rito per guadagnare il Regno dei Cieli. Chissà!

Una decina di donne a piedi nudi si reggevano alla coda dei cavalli dei loro cavalieri. Avevano facce sottomesse ed obbedienti. Pregavano e bestemmiavano ad ogni sasso che rendeva ardua la salita sconnessa. Erano davvero tanti. Forse un migliaio ed anche più! Ad un certo punto volgendo lo sguardo in su notai tre volti conosciuti. Pasquale Ciaìodd, Pepp Arniùr, Roccö Robbaviëndë! Tre compaesani di cui si erano perse le tracce in paese da diversi mesi. Nessuno sapeva dove fossero e con chi. Svelato l’arcano! Si erano uniti ai briganti e stavano, dopo mesi, per tornare a Vaglio che era lì! Arroccato, inviolabile, imbattibile. Distante un ponte di pochi metri che univa montagne attraversate da un fosso. Il fosso Rummolo.

Un villaggio rinchiuso nelle antiche mura da ore osservava quell’orda di briganti ai piedi del paese. Donne, vecchi e bambini avevano trascorso l’intera notte nelle Chiese aperte nella preghiera di interminabili ore. Mai fu venerato così tanto, la reliquia del Preziosissimo Sangue come avvenne quella notte. Quei granelli di sabbia imbevuti nel sangue della passione e donato al paese, dall’ultimo feudatario di Vaglio che, nei riti della settimana santa diventano quasi piccole pietre, ingrossandosi miracolosamente quella notte però, rimasero granelli. Il miracolo non avvenne! San Faustino, il Santo bambino Santo Patrono di qui, adagiato sotto l’altare maggiore della Chiesa Madre, sembrava commiserare quel popolo di impauriti. Pregato ed invocato a fare il suo dovere, anche a lui, quella sera, questa cosa non riuscì un granché! Grani di Santo Rosario attraversarono per chilometri quelle mani di duroni e calli nell’andirivieni di litanie e rosari.

Molti ebbero dritte di mettere ai balconi ed alle finestre lenzuola bianche per tentare di evitare un devastante saccheggio ed incendio. Quello che infatti, da li a poco sarebbe accaduto. E fu davvero così, quelle case furono risparmiate. Vicoli e viuzze stracolme di vinacce munte e stramunte, coloravano di rosso la pioggia battente di quel dì che scorreva nei cunicoli dei vicoli. Alcuni, i più fortunati, quelli che avevano parenti e amici altrove, avevano lasciato il paese già da qualche giorno, avendo avuto cura di mettere in salvo animali e masserizie. L’essenziale per sopravvivere. Carri stracolmi di porci e persone lentamente, prendevano la via opposta a quella della morte! Chi rimase qui invece, mise a disposizione quello che aveva per se e per gli altri. Nelle decine di cantine infatti, in una forma di solidarietà sociale, una quantità industriale di pancotto e rape. Quelle cantine, si erano trasformate in un battibaleno e per quella notte in cucine da campo. Restarono aperte fino all’alba e fino all’ultimo mestolo di quel misero pasto. L’ultimo pasto prima della tempesta.

Alle prime luci dell’alba si udirono le prime scariche di vecchi fucili ad avancarica. I briganti avanzavano coraggiosi e spietati con grande difficoltà risalendo una ripidissima costa. Ma la cosa che più ci spaventò non furono le scariche di fucili. No, non furono quelle! Furono Briganti che spuntavano da ogni dove. Da vicoli, strade e piazze. Enormi cavalli senza selle, cavalcati da barbuti cafoni armati fino ai denti, sprezzanti e senza paura, seminavano terrore e panico.

Spari fortissimi di arma da fuoco facevano tremare scuretti e pareti.

Due di loro si fermarono davanti una casa palazziata sprangata. A loro se ne aggiunsero un’altra decina che li aiutarono a sfondare quell’antico portone.

Entrarono e in un angolo della grande corte, una serva impietrita e terrorizzata, accovacciata di fianco ad antico pozzo, si tranquillizzò solo quando incrociò lo sguardo innamorato di quel brigante.

Stranamente si sentì al sicuro nonostante avesse la consapevolezza che stesse per consumarsi, da lì a poco, un’atroce vendetta. L’ultima volta che lo vide, qualche mese prima, in un tiepido pomeriggio di fine maggio le disse che, si sarebbe unito ai briganti per sfuggire agli otto anni di leva obbligatoria che un Re lontano, aveva riservato per lui.

Si proprio lui! Vincenzo che nel frattempo era diventato il Brigante Ciaiodda, era tornato in paese per saldare conti.

A quattro a quattro Vincenzo, salì le scale di corsa e si trovò nell’enorme salone di quella grande casa. Lui, un ricco proprietario terriero, seduto davanti ad un grande camino con la pinza dei carboni del fuoco, scardinava ceppi arroventati.

Ciaiodda era lì, davanti al signore delle angherie e dei soprusi per ucciderlo da vicino. Voleva farlo con le sue mani. Quelle che, avevano vangato per quel padrone e per anni migliaia di zolle. Sarebbe stato troppo semplice freddarlo da lontano e con un’arma da fuoco. Se avesse voluto avrebbe potuto farlo. Voleva di più!

Gli si avvicinò, dopo aver ordinato ai suoi compagni, di stare a distanza ed essere solo spettatori. L’arroganza e la supponenza di quel padrone svanì in un attimo, perdendo di botto persino il decoro e la dignità del controllo degli stimoli fisiologici.

Gli stivali da gran signore immersi come scafandri in un putrido lago di “piscio”. Il suo! Ciaiodda gli si avvicinò e lo guardò l’ultima volta negli occhi prima che il detto “ti cavo gli occhi” diventasse realtà.

Fu così! Prima di tagliargli la gola e recidergli il capo lo straziò accecandolo. Prese la testa dai capelli grondante sangue, con due buchi rossi nelle orbite degli occhi e la ripose in una rudimentale gabbia di legno. Il resto del corpo ancora caldo lo lasciò lì in quella pozza di sangue e “piscio”.

Stessa sorte ad altri e in altri palazzi e fra questi una innocente ragazzina. Filomena. Morta ammazzata, mentre piangeva riversa, sul cadavere del padre assassinato al centro di un chiostro di un antico convento in fiamme. Era giovane e bella ed era l’unica che con questa storia non c’entrava per niente.

Una mattanza dall’una e dall’altra parte fino a quando un trombettiere agli ordini di Crocco, squillò l’adunanza e all’improvviso il silenzio tombale, piombò sul paese in fiamme nell’eco dello strazio di chi stava piangendo morti.

Teste affilate su un muraglione in segno di vendette e repressione. Poco distante un antico convento nel fumo asfissiante di resina e paglia.

Mentre la lunghissima colonna di briganti prendeva la via per Pietragalla, Borges, rigoroso come sempre, ferito ad un piede poggiato ad un bastone, in religioso silenzio diede l’ultimo saluto ad un prode suo Capitano. Salvatore Castagna. Capo della gendarmeria borbonica di Potenza che nel 18 Agosto del ’60 tentò, da valoroso militare, di sedare l’insurrezione Lucana. Morì a Vaglio il 16 Novembre 1861.

 

Rosario Angelo Avigliano

 

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