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L’estate in cui divenni adulta – Michela La Grottiera

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Come fa una persona, una ragazza, a vivere in una condizione per cui il suo mondo interiore –le sue fantasie- sia molto più esteso di quello reale?
Me lo chiedevo di continuo, quell’estate. Forse la risposta era che succedeva così quando uno passava tutto il giorno in casa, a bollire nel caldo delle pareti gialline, cercando disperatamente occupazioni per il pomeriggio.
Pensavo, pensavo e pensavo, e facevo mille cose: leggevo un libro al giorno, con una voracità che non avevo mai posseduto, guardavo serie tv su internet fino a finire i gb del cellulare, gettavo due punti sulla tela del ricamo con un’attenzione vivissima che durava qualche minuto, e poi lo abbandonavo sul fondo di un cassetto. A volte uscivo, ma erano sempre i soliti posti –il paese, il supermercato, un rapido giro in macchina- che finivano per annoiarmi più dell’afa in cui vivevo in casa.
La presenza di mia nonna non aiutava. Completamente cieca, si trascinava per la casa strisciando le pantofole sul marmo del pavimento che produceva un soffio annoiato e disturbante, ed era una pena vederla così; i momenti peggiori erano però i pasti, quando non trovava la bocca e insisteva nello spingere il pomodoro infilzato sulla forchetta contro il mento. Allora dovevamo aiutarla, e gli sforzi di mia madre erano tutti diretti all’imboccarla, e io restavo muta e svogliata anche a pranzo.
Dovevo compiere 19 anni alla fine di quell’estate, ma non mi sentivo molto più adulta di quattro o cinque anni prima.
Ero stata un’adolescente silenziosa e riflessiva –una noiosa insomma- e adesso ero una giovane donna che cercava di fare tutto quello che non aveva fatto prima; vale a dire litigare rumorosamente con mia madre, per evidenziare il contrasto generazionale, e bucarmi le orecchie sempre più in alto, a volte sotto le mani di un orefice locale, più spesso con ago, ghiaccio e sughero. Leggevo Kerouac e Steinbeck ed Hemingway e progettavo un viaggio in camper sulla Route 66. Mi piluccavo le pellicine attorno alle unghie fino al sangue, e tormentavo i miei principeschi riccioli biondi con trecce artificiosamente trasandate.
Fu quella l’estate in cui ebbi Gem. Gemma, la ragazza del bar. Gemma dai capelli corvini e la cavigliera fissa, ogni giorno un po’ più consunta.
Gem che partorì te, mio caro bambino.

Solo adesso capisco cosa intendano le persone quando parlano di predestinazione, quando sentono che ciò che è accaduto loro è stato voluto dalle mani di un astuto burattinaio.
La mattina che le parlai era sui gradini del marciapiede di fronte al bar. Io ero lì perché stavo andando a fare la spesa. Lei era lì perché non aveva altro dove andare.
Sai che novità -avrò pensato- sempre i soliti sballati di paese. E sono passata oltre. A quell’epoca prestavo molta attenzione alle cose che catturavano il mio sguardo per qualche minuto, poi me ne dimenticavo e passavo oltre. Ma quando passai di nuovo di lì, al ritorno, con tre bottiglie di latte in un sacchetto e frutta varia nell’altro, quella ragazza era sempre lì, e questa volta aveva un dettaglio in più: piangeva, o almeno mi è parso che piangesse con quell’atteggiamento tipico di chi trattiene le lacrime sulla soglia delle palpebre, e asciuga rapidamente qualunque goccia sfugga giù per le guance. Perché non vuole farsi vedere.
Mi fermai, dall’altro lato della strada e la osservai più a lungo. I capelli, nonostante lo stato di trascuratezza nel quale erano tenuti, trasudavano salute e forza, cosa chele invidiai. Era scalza e aveva i piedi ustionati dal sole, ma le sue Birkenstock giacevano a fianco a lei, scalzate via con noncuranza. Non riuscivo a vederle la faccia, ma già da quella prima impressione generale sentivo che il fascino che esercitava su di me non si sarebbe mai esaurito.
Quando alzò gli occhi, e me li puntò addosso, ma probabilmente senza vedermi, ne fui certa: non era bella di una bellezza tradizionale, e non era neppure affascinante, come si suol dire di certe persone: era magnetica.
Mi avvicinai a lei come attratta da quel campo magnetico che generava, e con il solo desiderio di averla più vicino e osservarla meglio. Solo quando le vidi gli occhi arrossati e quelle mani infantili e sporche di strada mi venne l’impulso di aiutarla.
“Tutto bene?”. Che attacco banale. La verità era che, qualsiasi cosa avesse detto, non mi sarei mai sentita abbastanza cool per lei.
Mi studiò un momento e poi mi abbracciò i polpacci. Piangeva rumorosamente ora. Io ero in imbarazzo, perché la gente cominciava a guardarci e perché non volevo pensassero che c’entravo con i problemi di quella. Insomma, mi conoscevano tutti lì.
Così la trascinai per le braccia fino a dietro al palazzo: appena si alzò vidi che era incinta, in stato avanzato; ma non smetteva di singhiozzare così le feci senno di seguirmi: la portai in uno dei box abbandonati sotto il mio condominio.
Non ci ragionai su, la portai lì d’istinto, come se fossi certa che era la cosa giusta da fare.
Quando si fu calmata mi disse il suo nome, e che era incinta. Nient’altro. Era diffidente: si vedeva che non era abituata ad essere aiutata in modo disinteressato.
Le chiesi di cosa avesse bisogno. Mi rispose che voleva trovare un posto in cui vivere per un paio di mesi, finché il bambino non fosse nato, un posto dove il padre di suo figlio non l’avrebbe trovata mai. E poi chissà, se ne sarebbe andata quando avrebbe trovato dei soldi.
Non chiesi da cosa se ne voleva andare, non chiesi perché quell’uomo non la dovesse trovare.
Mi offrii di aiutarla. E lei accettò.
Non sapevo, nel momento in cui glielo proposi, che quella scelta avrebbe cambiato la mia vita radicalmente, e per sempre.
Gem visse in quel box fino a settembre; io rimanevo in fibrillazione tutta la notte, e al mattino mi precipitavo giù a portarle la colazione e a vedere come stava; non riflettei mai sulla gravità di quello che stavo facendo, nel tenere una sconosciuta incinta in un box come fosse un cane di cui accudirmi. Tutto ciò dava un senso alla mia estate, e mi bastava. Gem non mi chiedeva mai niente su di me, ma mi parlò molto di sé. Mi raccontò della sua infanzia con un padre violento e dell’adolescenza passata al bar, in mezzo ad adulti che la guardavano con l’appetito di un bambino in un negozio di caramelle. Mi disse dell’alcool conosciuto da giovanissima e imparai quanto fosse facile procurarsi della droga in paese.
Mi sentivo in difficoltà in sua presenza, perché i miei tentativi di ribellione a mia madre e i miei buchi alle orecchie mi apparivano tiepidi e ridicoli in confronto alla durezza della sua vita. Era più piccola di me, ma tra le due ero io a sentirmi una bambina. Eppure la stavo aiutando, e il suo avere bisogno di me mi faceva sentire importante.
L’estate era torrida ma non più così noiosa: trascorrevamo quasi tutto il tempo assieme, e anche agosto passò in fretta.

Uno dei primi giorni di settembre scesi nel box e non la trovai: dopo qualche attimo di panico, pensai che doveva essere tornata dal ragazzo, ora che si era fatta grossa ed era prossima al parto.
Sentii la sua mancanza, ma ormai erano i miei ultimi giorni in campagna e mi preparavo a trasferirmi in un’altra città per cominciare l’università.
Un paio di giorni dopo –ero ormai in partenza- aprii la porta di casa, e trovai un neonato addormentato. Te, amore mio. Avevi solo un biglietto che mi esortava a prendermi cura di te.
Ti presi in braccio e seppi subito che non ci sarebbe stata università o vita in un’altra città per me. La mia vita ora eri tu.

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