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L’abbraccio mancato – Racconto di Patrizia Bortolini

L'abbraccio mancato - Racconto di Patrizia Bortolini

Avevo circa otto anni, ero ancora una bambina. Dormivo in camera con mio fratello piccolo.
Una notte mi svegliai di soprassalto: avevo sentito uno strano trambusto provenire dalla camera dei miei genitori. Non capivo cosa stesse succedendo, e me ne stavo silenziosa, col cuore in gola, acquattata sotto le coperte, le orecchie tese a percepire i suoni. Passi veloci su e giù per le scale, voci sussurrate, porte chiuse bruscamente, una macchina che partiva. Il cuore che batteva forte, impaurito.
Dentro di me intuivo che era accaduto qualcosa di grave, ma non avevo in coraggio di buttare via le coperte e andare a vedere! Ricordo ancora l’ansia e la paura che mi attanagliavano per quel senso di ignoto, di mistero.
Fuori buio, appena appena un inizio d’albeggiare. Il mio fratellino dormiva tranquillo, ignaro.
Rimasi immobile a letto. Giù in cucina qualcuno si muoveva.
Finalmente venne l’ora di alzarsi. Sentii la voce di mia nonna che mi chiamava. Mia nonna? Perché mai era venuta a casa nostra, di notte per giunta. E la mia mamma dov’era?
Scesi col cuore in gola, spaventata. Non alzai neppure gli occhi a guardarla ed inspiegabilmente non chiesi nulla.
La colazione era pronta, quando lei dolcemente mi disse:
« Sai Patrizia, stanotte la mamma è stata male. Il papà l’ha portata in ospedale. Ma non preoccuparti, ritornerà presto! »
Feci cenno di sì con la testa, e stetti zitta. Non ebbi nessuna reazione visibile, ma lo stomaco si bloccò. Respirai a fatica qualche istante, poi indossai il grembiule blu, afferrai la cartella, salutai la nonna, che mi diceva di stare tranquilla e, come in trance, mi incamminai verso scuola.
Le amichette mi aspettavano nel cortile come sempre; chiacchieravano come sempre, ignare del mio piccolo grande dramma. Io non dissi nulla. In aula la mattinata proseguì come ogni giorno. La maestra Pia spiegava, interrogava, ma io con la testa ero lontana, lontana. Non ascoltavo, non sentivo niente, stavo in silenzio, e dentro avevo un mare di dolore; lo tenevo stretto il mio dolore, affinché nessuno se ne accorgesse. Ad un certo punto non ce la feci più. Mi afflosciai sul banco, posai la testa sulle braccia e scoppiai a piangere, piano.
La mia compagna di banco, stupita, mi chiese cosa avessi ed io, singhiozzando, finalmente dissi: “Mia mamma è in ospedale!”. E finalmente lasciai andare tutta quella emozione trattenuta.
Mi venne vicino la maestra la quale, facendomi una lieve carezza, cercò di consolarmi e di rassicurarmi. Poi ripresero le lezioni.
Lo ore non passavano mai, quel non sapere nulla di mamma mi faceva immaginare le cose più brutte. La mia testa di bambina era persa e piena di paura. Quando suonò la campanella, di corsa tornai a casa, sperando con tutta me stessa di trovarla lì che mi aspettava, ed invece no.
La malattia di mia madre fu più lunga e grave del previsto, purtroppo rischiammo anche di perderla.
Con molta fatica si riprese. Io e mio fratello stavamo dai nonni. Spesso mi chiedevo se mai sarebbe tornata casa con noi, come prima, e questo smarrimento mi rendeva sempre più scontrosa e taciturna.
La prima volta che andai trovarla in ospedale, fu per me angosciante. Ancora rivedo quei corridoi lunghi, piastrelle rosso mattone, la statuina della Madonna in un angolo coi vasi di fiori, quelle camere enormi dai soffitti altissimi, i finestroni grandi, piene di letti, odore di medicine, una tristezza che aveva impregnato anche i muri.
Entrai con timore, tenuta per mano dalla nonna, che quasi mi trascinava.
E la vidi. Leggermente in penombra. Mia mamma era là, pallida e con un filo di voce, piccola dentro una marea di lenzuola bianche. Mi fermai ai piedi del letto. Paralizzata, non mi muovevo da lì. Avevo paura, tanta paura. Paura che fosse troppo fragile per toccarla, paura di perderla ancora o di averla già perduta, paura che non fosse più lei!
Non ebbi il coraggio di abbracciarla, non riuscivo ad avvicinarmi. Trattenevo le lacrime e alla fine uscì un fievole e soffocato “ciao”. Dentro di me un rovinoso tumulto, tanta voglia di correrle tra le braccia e tanta voglia di scappare via!
Mia madre tornò a casa dopo molto tempo, indebolita e spaventata da quanto le era accaduto; poi piano piano, un passo alla volta, la vita riprese normale per tutti noi… ma appena accennava a qualche piccolo malessere, anche il più insignificante, subito mi prendeva allo stomaco quella paura cruda e prepotente.
Sono trascorsi tantissimi anni da allora. Naturalmente lei non c’è più, la sua casa è vuota, i ricordi nell’aria. Forse non sono stata la figlia che lei avrebbe voluto.
Ancora oggi mi tormenta il fatto di non essere riuscita, in quella circostanza drammatica, a darle quell’abbraccio disperato di cui anch’ io avevo tanto bisogno! E quanti altri abbracci le ho negato a causa della mia ritrosia.
Ciao mamma…

 

 

Patrizia Bortolini

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