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La vecchia – Racconto di Elisabetta Lo Cascio

La vecchia - Racconto di Elisabetta Lo Cascio

– Mamma???- chiamava la ragazza dalla sua stanza.
La notte era fredda, ed il vento sibilava tra le imposte.
– Mamma???- continuava a chiamare, ma non ottenendo risposta decise di alzarsi dal letto e di andare in camera dei genitori.
Il padre non c’era faceva il turno di notte, mentre la madre, almeno all’apparenza, dormiva profondamente.
– Mamma svegliati! Ma come fai a dormire? La casa è gelata!-
– Sei tu Marta?
– E chi deve essere?
– Ah, non lo so- che risposta strana, e con che tono le era stata data come se davvero non fosse sicura che quella ai piedi del letto fosse la sua primogenita. Almeno a questo punto l’attenzione di Marta si era spostata dal freddo che sentiva alle affermazioni strampalate della madre, corredate da uno sguardo strano ed indagatore.
– Che succede ancora?- chiese la sorella piccola dal corridoio tutta preoccupata.
“In che senso ancora?” si chiese Marta, e poi ad alta voce:
– Mamma la casa è congelata ci sono i pinguini, per favore potresti accendere il riscaldamento? Guarda mi esce il fumo dalla bocca- ed effettivamente espirando la condensa usciva copiosa.
– Ma figlia mia stanotte le hai proprio tutte tu, mi sembra di essere tornata indietro a quando eravate piccole che non si riusciva a dormire.
– Ma si può sapere di cosa parli?
– Mamma non ricorda niente allora davvero stava sognando.
– Beh vedi – si decise a spiegare la madre- prima è successa una cosa abbastanza singolare, e ancora non capiamo se siamo state noi a sognarla o se tu sei di nuovo, per così dire, sonnambula. Clara si era alzata per andare in bagno mezzoretta fa, e poi è passata da qua per mettersi un po’ della mia crema per le mani. Io stavo ancora leggendo. All’improvviso senza nessun rumore sei comparsa tu sulla soglia della porta.
-Io?
– Si tu. Sei stata un attimo ferma a fissarci in un modo strano e inquietante, poi hai iniziato a parlare, con una voce che non sembrava neanche la tua, ma quella di una vecchia. Ci hai detto di smetterla di fare tutto quel chiasso, che finora eri stata paziente ma adesso non ci sopportavi più perché disturbiamo continuamente il tuo eterno riposo. A quel punto tua sorella ti ha chiesto di smetterla di parlarci in quel modo , tu hai sgranato gli occhi guardando verso l’infisso e noi ci siamo girate a seguire il tuo sguardo, ma ovviamente non c’era nulla. Poi ti stavo chiedendo cosa ti era preso, ma sulla porta non c’eri più. Ti abbiamo trovata a letto che dormivi profondamente.
– Beh forse hai ragione, sarò stata sonnambula. Certo erano anni che non mi capitava.
Durante l’adolescenza alla ragazza erano successe cose simili. Una volta sognando d’inseguire il proprio cane, era entrata in piena notte in camera della madre correndo come una pazza, era saltata sul letto e continuando a correre era tornata in camera sua e si era rimessa a dormire. Un’altra volta il padre si era alzato perché aveva sentito degli stranio rumori provenire dalla strada, in effetti stava andando a fuoco qualcosa, si era fermato un attimo sulla porta della stanza della maggiore per controllare che dormisse, prima di uscire dal balcone del salone. Lei era in dormiveglia e la figura del padre fermo sulla porta si era inglobata al suo sogno trasformandolo in un incubo, e ancora non si ricordava come avesse fatto a trovarsi in piedi vicino a letto di sua sorella Clara ad urlare a squarciagola quasi causandole un infarto.
Ma queste cose erano accadute in un tempo lontano e per lei inquieto, erano anni che non succedevano più e rimase un po’ stupita dal rinnovato episodio, chiedendosi cosa l’avesse tanto angosciata da farle rinnovare quell’esperienza. Alla fine dopo averci riso su ed aver convinto la madre ad accendere i riscaldamenti, anche se il termostato diceva 18 gradi, si rimise nel suo letto imitata dalle altre due.
Ma ormai faticava a prendere sonno. Continuava a pensare all’episodio di sonnambulismo, e più ci rifletteva più montava in lei l’inquietudine. Iniziò a fare pensieri strani e a ricordare tutte le cose particolari che erano successe ultimamente, sempre quando le tre donne erano a casa da sole. Luci che non si accendevano, o che venivano trovate accese al rientro, porte che sbattevano quando lei e la sorella si beccavano, specialmente quella che separava la zona notte dalla zona giorno che non era soggetta alla corrente, e le chiavi di casa che ovunque le mettessi sembravano sempre teletrasportarsi sul mobile vicino la porta, quasi che qualcuno avesse fretta di uscire, ma a domanda nessuno si ricordava di averle prese tanto meno poggiate là.
“Se ci fosse qualcosa di strano in questa casa” pensò “il nostro impavido Jimy (il cagnolino) se ne sarebbe accorto”, ma la piccola peste dormiva saporitamente nella sua cuccia sotto la scrivania e non si era mosso di una virgola dalle nove della sera prima.
Era quasi risprofondata nel sonno, quando sentì una voce provenire dalla camera dei genitori, era una voce strana bassa ma che perforava i timpani, roca e sussurrante, sentì la madre emettere un verso tra la sorpresa ed il terrore e con la pelle di tutto il corpo accapponata si precipitò di là.
Vicino all’infisso c’era una figura completamente in ombra ma distinguibile, continuava a sussurrare con quella terribile voce volgendo le spalle, le frasi era incoerenti ma sicuramente minacciose. Sua madre era a dir poco atterrita ed si trovava raggomitolata sul letto incapace di muovere un muscolo. Sentì la porta della camera della sorella che si apriva ed il cane che iniziava a guaire in modo incontrollato.
– Alzati Mamma, presto- anche lei era morta di paura, ma più forte era la voglia di scappare insieme alla sua famiglia il più lontano possibile da quei sussurri perforanti; si avvicinò alla madre continuando però a fissare la figura spettrale,e con un bisbiglio disse alla sorella che si era affacciata alla porta della camera di non muoversi da lì.
Aiutò la madre ad alzarsi e piano piano come in un sogno guadagnarono la porta. Quando stavano per attraversarla però, la cosa iniziò a voltarsi, le donne travolte da un vento gelido per un attimo ebbero l’impressione si trattasse di una vecchina con lunghi capelli bianchi e una faccia costellata da mille solchi, ma mentre la fissavano i lineamenti iniziarono a modificarsi fino a che non ebbero più nulla di umano. Quando l’ombra incominciò ad urlare avanzando verso di loro, il terrore ebbe il completo e totale sopravvento, ed accecate da esso scapparono via per il corridoio seguite dal cagnolino. Sentendo di essere braccate da qualcosa di antico e malefico fuggirono via urlando dall’appartamento molto probabilmente per non tornarci mai più.

 

Elisabetta Lo Cascio


 

 

 

 

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