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Innocenza violata – Racconto di Rossella Campisi

Innocenza violata - Racconto di Rossella Campisi

Silvia percorreva il lungo vialetto alberato del parco, calpestando quel manto di foglie secche e dalle tinte calde che lo rivestiva e che a ogni suo passo crepitavano come fossero biscotti croccanti sotto i suoi piedi. Tutto intorno il paesaggio aveva il tipico colore autunnale ed era come ritrovarsi all’interno di un pittoresco dipinto ad acquerello dalle tonalità e dalle sfumature delicate e che davano a quel luogo una pennellata cromatica che rendeva caratteristico quel periodo dell’anno.
Era una domenica di fine ottobre e quel giorno, pur essendoci un tiepido sole, l’aria era piuttosto fredda.
Silvia col mento schiacciato sul collo, teneva sollevati gli angoli delle due falde del paltò marrone con le punta delle sue affusolate dita per far in modo che l’aria gelida non filtrasse andando a investire così la sua già malconcia gola.
Era arrivata all’appuntamento con più di mezz’ora d’anticipo.
Aveva trovato posto su una delle panche di legno tra quelle più esposte al sole anche se ancora un po’ umidicce e infilato le mani all’interno delle tasche del suo cappotto per riscaldarle.
Non riusciva ancora a credere come avesse potuto cedere alla serrata corte di Riccardo.
Lei non era tagliata per queste cose, non aveva il tempo neanche per starci dietro.
Per lei non esisteva altro che il suo lavoro e con gli uomini in generale, non gli andava di stringere rapporti che andassero al di là della semplice collaborazione lavorativa o della fidata amicizia. Su quella stessa panca, dopo qualche minuto si era venuto a sedere un distinto signore non più giovane, che le ricordava tanto il nonno che non aveva più.
Questi teneva al guinzaglio un piccolo cane dal pelo fulvo e dal musetto delizioso, che aveva poi lasciato libero di scorrazzare all’interno del parco mentre lo guardava divertito stuzzicare alcuni di quei piccioni che se ne stavano a pochi passi da lui, intenti a pizzicare qualche briciolina di pane abbandonata per terra.
Poi, inforcati gli occhiali, apriva il suo giornale e cominciava a leggerlo tenendo una pipa spenta in bocca ma che emanava un forte odore di tabacco.
Silvia sfilò il cellulare dalla tasca del suo cappotto e guardò l’ora.
Erano le 10.30, mancava ancora mezz’ora all’appuntamento e lei in testa ripassava le parole da dire in quella circostanza.
“Che bella giornata” oppure “che freddo fa oggi” o forse, pensava, era meglio affrettarsi subito al bar lì di fronte per prendere qualcosa di caldo e che fosse più buono di quella brodaglia che solitamente bevevano alla macchinetta del loro ufficio.
All’improvviso l’anziano signore si alzò di scatto per andare a recuperare il cagnolino che si era allontanato un po’ troppo per rincorrere uno di quei volatili e il suo giornale cadde per terra.
Silvia guardò verso di esso sbirciando tra i titoli principali.
La sua attenzione venne d’un tratto catturata da una notizia che imperava a grosse lettere al centro della pagina e che annunciava la morte di un noto medico della città, primario di chirurgia pediatrica dell’ospedale Vittorio I, un certo Professor Merli.
No, non poteva essere lui.
Silvia guardò attentamente la foto che lo ritraeva e subito si portò una mano alla bocca e sgranò gli occhi.
Si, era proprio lui, ed anche se l’immagine appariva sgranata, riconobbe lo stesso sguardo gelido di allora.
Come poterlo dimenticare, a Silvia era rimasto tatuato nella memoria.
Improvvisamente le ritornarono i ricordi dell’adolescenza e soprattutto il dolore e la vergogna di quel periodo che purtroppo ancora oggi si portava dietro a distanza di quindici anni.
Nel frattempo il signore fece ritorno col suo cagnolino.
Silvia si chinò, raccolse il giornale e glielo porse ma lui con molto garbo, le rispose che poteva tenerlo. Riprese il guinzaglio che un attimo prima aveva lasciato su quella panca, lo mise al collo del cane e la salutò sollevando il cappello dalla testa.
Silvia fece un cenno con la nuca e lo guardò allontanarsi. Poi, con le mani che le tremavano, cominciò a leggere la notizia.” Ieri sera si è spento il noto primario di chirurgia pediatrica dell’ospedale Vittorio I, dopo una lunga malattia che lo ha stroncato all’età di settanta anni “.
Continuò a leggere l’articolo muovendo gli occhi velocemente da sinistra a destra e divorandolo in pochi minuti. Quel medico era descritto come un padre eccezionale, un marito devoto, un ottimo professionista, un chirurgo dalle capacità indistinte, ma evidentemente nessuno meglio di lei conosceva realmente il mostro che regnava in lui.
Silvia si sentiva indignata nel leggere quelle belle parole su un uomo che di bello non aveva proprio niente.
Cominciò a tornare indietro con la memoria.
Il professore aveva operato di appendicite lei di appena dieci anni e poi due anni dopo il fratello di ernia inguinale e proprio a quel periodo si rifacevano i suoi più dolorosi ricordi.
Un mattino col papà si erano recati in ospedale per far visita al fratellino che aveva appena subito l’intervento.
La mamma era già lì ad attenderli, non si spostava un attimo dalla camera di Robertino che aveva solo sei anni.
A Silvia la vita ospedaliera la attraeva molto, voleva fare il chirurgo da grande. Quel mestiere l’appassionava così tanto che la curiosità la faceva sbirciare in ogni angolo di quel reparto in cerca soprattutto della sala operatoria che suscitava in lei un forte interesse.
Appena arrivati nella stanza del fratello, lo abbracciò, gli consegnò l’ennesimo pacchetto di figurine dei calciatori da attaccare sull’album regalatogli il giorno prima e mentre lo aiutava ad aprire le bustine, udì d’un tratto la voce del primario alle sue spalle.
Era una persona alta, dai capelli brizzolati, lo sguardo severo e l’aspetto fiero.
Silvia lo guardava dall’alto al basso affascinata da quel suo camice bianco e dallo stetoscopio che gli penzolava giù per il collo.
I suoi genitori lo avevano conosciuto qualche tempo prima tramite una loro zia di cui era un caro amico e tra di loro si era subito instaurata una forte fiducia e stima. Inoltre era uno dei medici più accreditati di quel tempo e godeva di una notevole fama all’interno sia dell’ospedale che in tutta la città.
Era noto a tutti e la zia aveva la fortuna di conoscerlo.
I genitori di Silvia, non appena si presentò l’occasione si rivolsero a lui per un parere medico più approfondito, fiduciosi del suo aiuto e della sua disponibilità.
Sembrava davvero un uomo per bene e gentile, dava sicurezza a tutti coloro che lo consultavano e Marco e Giovanna ne erano rimasti entusiasti dopo quel primo controllo così accurato e meticoloso che aveva effettuato ai loro figli nel suo ambulatorio.
La mamma, in quei giorni all’ospedale, aveva avuto modo di raccontare al professore non solo della passione della figlia verso la medicina ma lo aveva messo anche al corrente della sua preoccupazione per lo stato fisico della ragazzina ritenuto da lei troppo esile a causa della costante inappetenza e avversità verso qualunque tipo di cibo.
Quel giorno lui, rivolgendosi a Silvia, le chiese cosa volesse fare da grande e una volta appreso il suo reale interesse verso tutto ciò che riguardava il settore chirurgico, con la scusa di farle fare un giro proprio nelle sale operatorie dell’ospedale, la portò con se, rassicurando la mamma e dicendole sotto voce, che era anche un pretesto per farle un controllo medico.
Scesero lungo le scale che li portavano al piano inferiore.
A Silvia batteva forte il cuore, finalmente si realizzava il suo grande sogno.
Ma il professore, dopo aver attraversato un interminabile corridoio, la fece entrare all’interno di un ambulatorio comunicandole che prima le avrebbe fatto una visita accurata come richiesto dalla madre, dopodiché si sarebbero certamente recati in una delle sale operatorie che stava proprio li di fronte.
Era così grande il desiderio di vedere la strumentazione medica utilizzata in quelle sale che la ragazzina accettò quella condizione senza batter ciglio.
In quel reparto regnava un silenzio assoluto, sembrava ci fossero solo loro due.
Il professore, dapprima la fece sedere su un lettino e poi cominciò a sfilarle la maglietta.
Che pratica insolita pensò Silvia, solitamente il suo pediatra le faceva solo alzare la maglia per visitarle le spalle o toccarle la pancia.
Lui invece, non usò per niente questa prassi ma cominciò da subito ad accarezzarle i piccoli capezzoli ancora acerbi.
Poi posò una mano sopra un ginocchio di lei e pian piano cominciò a farla risalire, frugandole sotto la gonna.
Silvia era paralizzata, era un procedimento che la imbarazza tantissimo ma non pensava però che quello che lui stesse facendo fosse qualcosa di diverso da una semplice visita, forse aveva solo metodi diversi.
Dopo qualche minuto, le fece rimettere la maglia e tenendola per mano la portò in una camera attigua.
C’era una grande scrivania scura con innumerevoli libri sopra. Dirimpetto, una televisione e degli scaffali.
Lui si accomodò su una vistosa poltrona di pelle nera e la invitò a sedersi sopra di lui a cavalcioni.
Silvia non osava aprir bocca ma a poco a poco nella sua mente, cominciarono a delinearsi quali fossero le reali intenzioni di quell’uomo che non erano di certo a scopo professionale.
Quegli occhi azzurri che esprimevano solo freddezza, l’avevano totalmente raggelata e privata di qualunque gesto o pensiero che avrebbero potuto farla uscire da quella situazione così frustrante. Sperava solo di udire nel corridoio i passi del papà che la veniva a cercare per condurla il più lontano possibile da quell’essere viscido e malefico.
Ma mentre lei tendeva l’orecchio per udire una qualunque presenza in corridoio, di colpo le braccia di quel mostro la avvinghiarono forte e la schiacciarono contro quel corpo che ansimava.
Poi con le sue grosse mani, le afferrò i glutei in modo violento e preso da un forte stato di eccitazione, seguitò a strusciarla con movimenti sempre più incalzanti sopra i suoi genitali induriti, emettendo spasmi di piacere.
Dopo prese a baciarla avidamente sulle labbra.
Sembrava essere posseduto da un irrefrenabile desiderio sessuale e che non gli faceva vedere chi avesse di fronte.
Come non poteva non accorgersi di quello che stava facendo a un’innocente ragazzina di appena dodici anni.
A quel punto Silvia, cercò di divincolarsi ma lui con una mano riuscì a stringerle entrambi i polsi dietro la schiena e con l’altra, le strizzava il mento e le bisbigliava parole oscene e irripetibili.
Poi abbassò la lampo dei suoi pantaloni, prese una mano della bambina e la infilò all’interno di quella fessura spiegandole il da farsi.
Quel movimento, gli fece da subito imperlare la fronte di sudore, il suo respiro divenne sempre più affannato e cominciò a sussurrare parole di compiacimento verso Silvia complimentandosi per la sua bravura. La ragazza era tesa, stringeva i denti lasciando trapelare dalle sue labbra una smorfia di disappunto. Dai suoi occhi poi, s’intravedevano delle sottili lacrime che andavano a incastrarsi tra le sue lunghe ciglia senza venire giù.
Dopo le disse di voltarsi e con tono soddisfatto le suggerì di guardare verso il televisore che stava li di fronte.
Silvia si girò.
Non poteva credere ai suoi occhi.
C’erano loro due su quello schermo e lui dopo un po’ le fece rivedere le sue performance appena registrate.
Silvia voleva gridare, voleva scappare da quell’orco che la stringeva talmente forte da farle male ma non ci riusciva.
Sperava solo che arrivasse qualcuno, ma tutto intorno a lei taceva.
Poi le venne in mente di rammentargli la promessa di farle visitare la sala operatoria per distoglierlo da quello che stava facendo ma lui era irremovibile, anzi le chiedeva se non le piacesse tutto quello che finora lui le stava facendo.
A Silvia veniva solo in mente di fuggire il più lontano possibile ma era inchiodata a quell’essere da una sensazione di profondo terrore mai provato fino ad allora che le toglieva il fiato e che non le permetteva neanche di muovere un dito. Le sembrava di vivere un incubo da cui era difficile destarsi e lei desiderava solo aprire gli occhi e ritrovarsi nella sua cameretta sollevata dal fatto che era soltanto un brutto sogno.
Purtroppo non era così.
D’improvviso udì una voce lontana che chiamava il professore.
Lui la fece scendere di fretta dalle sue gambe, richiuse la lampo dei pantaloni, spense il televisore e afferrò un ricettario che stava lì alla sua destra.
In pochi istanti entrò un’infermiera.
Silvia era finalmente salva.
Lui non si scompose più di tanto e lasciò credere a quella donna che stesse scrivendo un farmaco alla piccola. Poi le disse di riportarla in reparto dalla madre e consegnarle la ricetta da lui prescritta, spiegandole di attenersi scrupolosamente alle dosi consigliate di olio di ricino da somministrare alla figlia giornalmente.
Silvia strinse forte la mano dell’infermiera e insieme uscirono.
Percosse quell’oscuro e lungo corridoio che le sembrò
interminabile, risalì di fretta le scale finché non giunse nel reparto pediatrico e finalmente entrò nella stanza dove stavano ad attenderla i suoi genitori.
Si attaccò al letto del fratello, aveva le labbra serrate e il viso pallido.
Non disse nulla ai suoi genitori e fu felice quando la voce dell’infermiera annunciava all’altoparlante che era già giunta l’ora d’uscita.

Silvia sospirando, sollevò il suo volto verso il sole poi richiuse il giornale.
Quell’uomo, per tutto quel tempo, l’aveva devastata psicologicamente e lei, all’età’ di dodici anni, neanche sapeva cosa volessero dire le parole “molestia ” o “pedofilia”. Ricordava solo di aver vissuto momenti infernali, vittima di un mostro che si celava dietro un puro camice bianco e si vantava di avere a cuore la salute dei più piccini.
Quella storia, nel rievocarla, ancora oggi la faceva tanto soffrire.
All’epoca se ne vergognava a tal punto da sentirsi sporca e inadeguata. Non aveva avuto neanche il coraggio di raccontarlo ai suoi genitori o a qualcuno che l’avrebbe certamente aiutata a capire che la decisione giusta da prendere era quella di denunciare l’episodio.
Ma lei lo aveva sempre tenuto nascosto nel suo cuore per paura che fosse la colpevole di ciò che era accaduto. Pertanto, l’aveva seppellito nel più profondo del suo animo e adesso che avrebbe avuto il coraggio di poterlo gridare a tutti era ormai troppo tardi.
All’improvviso una mano si posò sulla sua spalla.
Lei sobbalzò.
Era Riccardo che si scusava per il ritardo. La prese da sotto un braccio, la fece alzare e per rimediare la condusse sorridendo verso il bar lì di fronte.
Silvia ricambiò il sorriso pensando che ormai l’incubo era finito, adesso poteva finalmente voltare per sempre pagina e intraprendere una nuova vita.
Si strinse a lui e mentre s’incamminavano, si voltò per rivolgere un ultimo sguardo verso quel giornale chiuso e che aveva abbandonato su quella panca, intrappolandoci per sempre al suo interno la mai rivelata innocenza violata.

 

Rossella Campisi

 

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