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Il Guatemalteco – racconto di Tiziana Cariello

Il Guatemalteco - racconto di Tiziana Cariello

Lo chiamavano “ Il Guatemalteco”. Forse per via di quel colorito olivastro della pelle. Fumava sigari e spacciava donne. Ma talvolta si dilettava nel contrario.
L’eco dei suoi stivali alla ussara impolverati annunciava il suo arrivo come una colonna sonora di un film di Sergio Leone. Non aveva armi, o almeno nessuno gliene aveva mai viste usare. Ma si vociferava tenesse una Smith & Wesson del 1975 nascosta nello stivale di sinistra. Era mancino. Sputava catarro e sentenze a volontà (più l’uno che le altre, ma poteva variare secondo le occasioni). Trapiantato in quella grande città all’età di ventitrè anni, era tornato nella sua Corleone solo tre volte negli ultimi dieci. In ricordo di una donna.
Lei si chiamava Lara. Non era né bella né particolarmente intelligente. Ma aveva qualcosa, un dono, un segreto modo di vedere il mondo che rendeva i suoi occhi talmente belli e intelligenti nel sorridere che il Guatemalteco non li aveva più dimenticati.
Lui ostentava un discreto fascino, quello classico “da maledetto” che alle donne tanto atterrisce e piace.
Ma non su di lei. Lara amava ciò che era solido, tangibile. Non giocava di seduzione, non usava armi né strategie. Si vendeva per pochi denari e non si faceva lo scrupolo di fare cernite sulla clientela. Pretendeva rispetto e, per tutti quei motivi che sfuggono all’ottusità dei pudici e dei moralisti, lo otteneva senza difficoltà.
Era appena tramontato il sole quando Il Guatemalteco si presentò nel bordello.
La vide, dietro il bancone del mobile bar, a preparare da bere chissà per chi.
Anche lei lo riconobbe senza difficoltà.
“Non sei cambiata” disse, con la voce incrinata dall’emozione.
“Ho i capelli bianchi” sorrise Lara, scostandosene una ciocca dietro l’orecchio e abbassando lo sguardo. Il Guatemalteco ritrovò in quel particolare vezzo della mano, nel modo di spostare il viso verso il basso, nel sorriso appena accennato, nell’eleganza delle mani, tutto quello per cui aveva deciso di ritornare.
“Non sei cambiata” ripeté, per rassicurarla che non mentiva.
Le tese la mano. Fece solo questo. E lei capì. Girò attorno al bancone, posò il bicchiere in cui stava preparando qualcosa, per chissà chi. Gli prese la mano e lo seguì. Nessun altro dialogo. Nessun altro sguardo d’intesa e non.
Le camere erano rimaste le stesse. Solo l’odore era diverso da come il Guatemalteco aveva rievocato in tutti quegli anni. Forse i sospiri e i gemiti degli esseri umani imbrattano le pareti tanto quanto i colori. Tutto sembrava più scuro e più vecchio e più abbandonato.
Lara lo condusse nella stanza libera e lui richiuse la porta alle sue spalle.
Ci sono momenti che non lasciano il posto agli altri momenti, ai successivi. Ci sono momenti che rimangono fermi, congelati. E non c’è un prima né un dopo che possa aiutare a darvi un senso logico nel contesto che li ha generati. Se ne staccano, come piccolo partigiani che lottano per la loro libertà.
Ci sono risposte che arrivano dopo anni di domande. E sono veloci, semplici, così semplici che ti pare impossibile tu non le abbia colte prima.
Ci sono fatti. Avvenimenti. Accadimenti. Ci sono cose che puoi chiamarle come vuoi ma non troverai mai un termine esatto per dare loro giustizia.
Ci sono baci che sono porti. Altri che sono navi. Ci sono baci che sono porti e navi che magicamente si incontrano e si portano l’uno all’altro, l’uno dentro l’altro.
Ci sono lingue che sono scie, passaggi, tunnel sotterranei.
Ci sono anime sporche che si mondano unendosi ad altre anime sporche. Ci sono quei momenti che rimettono a posto altri momenti, risposte, fatti, baci, lingue. Che tacciono le parole, tutte quelle che si potevano dire. Che danno il ritmo giusto al respiro che prima era in corsa, in affanno. Che risincronizzano gli sbagli, le bugie, le offese, le paure. Che te le fanno apparire piccole, non più importanti e dunque incapaci di fare ancora del male.
E ci sono respiri che si sostituiscono a quelli di prima, a quelli degli altri, e una stanza di un bordello diventa un posto buono. Un posto giusto dove amarsi.
Il Guatemalteco impara oggi, quando il tramonto è diventato buio, cosa significa amare.
E Lara è lì con lui, a guardarlo imparare.

 

Tiziana Cariello

 

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