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Il giornale è una cosa da vecchi – racconto di Laura Franco

Il giornale è una cosa da vecchi - racconto di Laura Franco

Il giornale lo legge soltanto mio nonno e soltanto per poco tempo, al mattino, mentre beve il caffè; tanto poi, a pranzo e a cena, tutto quello che succede nel mondo glielo racconta il telegiornale.

Mio papà, che è più giovane, ha detto alla mamma che lui, invece, il giornale non lo comprerà mai più: “tanto, io, il tempo di leggere un giornale per intero non l’ho mai avuto. Mi basta ascoltare il radiogiornale in macchina, al mattino e alla sera, durante il tragitto casa-ufficio”.
E poi, si sa, il giornale è una cosa da vecchi e al mio papà, anche se non lo ammette quando la mamma glielo rinfaccia, piace sentirsi giovane.
Mia sorella, invece, lei sì che è davvero giovane. Sta attraversando quella fase in cui tutti si sentono, allo stesso tempo, i più deboli e i più forti del mondo: a dire il vero non sono riuscita a capire bene come ci si possa sentire allo stesso tempo forte e debole, ma la maestra mi ha detto che, tra qualche anno, quando sarò adolescente anche io, capirò senza bisogno di spiegazioni.

Mia sorella, comunque, proprio perché è adolescente, è obbligata ad essere arrabbiata con il mondo intero e, di conseguenza, anche con i giornali: dice che sono ingiusti e di parte perché riportano soltanto quello che i politici gli dicono di riportare. Io, chi siano questi politici, non lo so, però riesco a capirla: neanche a me piacciono le persone che dicono agli altri cosa fare, anche se so che qualche volta (non sempre) bisogna fare i cattivi per il bene degli altri; per esempio, anche la mamma mi piace di meno quando mi dice di mangiare il minestrone. Forse, tra mia sorella e i politici, funziona allo stesso modo.

Mia sorella, inoltre, dice che il giornale è una cosa da vecchi, che lo scrivono i vecchi e che lo leggono i vecchi e che, se ho bisogno di sapere qualcosa, mi basta aprire Internet, Facebook, Twitter, dove possono scrivere tutti e non comanda nessuno. Io, qualche volta, vorrei risponderle che, se vogliono davvero dirci le bugie, possono farlo anche se le cose, invece di essere scritte sulla carta, sono scritte sul cellulare o sul computer. Vorrei dirle che se possono scrivere tutti e nessuno controlla, ci saranno molte più persone libere di scrivere bugie. È un po’ come quando la maestra ci lascia soli in classe: alcuni diventano improvvisamente più responsabili perché devono controllarsi da soli, altri decidono di non controllarsi, dal momento che possono, e diventano schegge impazzite. Io qualche volta mi controllo e qualche volta divento una scheggia, perché è vero che sono una brava bambina, ma sono anche ribelle.

Ed è proprio perché sono ribelle che l’altro giorno ho litigato con un mio amico, Michele. Un po’ perché sono ribelle, un po’ anche perché il giornale è una cosa da vecchi. Talmente tanto da vecchi che Michele continuava a prendermi in giro, a dire che il giornale non esiste, che lui non l’ha mai visto, che io credo a tutto, anche a Babbo Natale.
Io, invece, ero sicura, il giornale l’avevo visto davvero: nonno lo stava leggendo domenica mattina, mentre io e la nonna preparavamo la torta di mele.
Allora ho fatto un atto del tutto rivoluzionario, il mio primo atto ribelle ufficiale. Non pensate che non sia una bambina ubbidiente: ma ho solo 7 anni io e, quando ho un dubbio, devo risolverlo. Senza chiedere il permesso né alla mamma né al papà, sono andata in edicola e ho chiesto un giornale.
Il giornalaio, un signore abbastanza basso e con baffi quasi più lunghi di lui, non esagero, ha sorriso e mi ha chiesto se il giornale mi servisse per colorare. Io gli ho detto di no e il suo sorriso si è trasformato in risata. Un pochino mi sono offesa, ma un pochino no perché aveva una bella risata. E soprattutto perché subito dopo ne ha preso uno e ha detto che me lo regalava. Ha aggiunto anche che quello era il quotidiano più importante d’Italia e, allora, mi sono sentita un po’ importante anche io. Era la prima volta che avevo un giornale in mano e, aperto, era grande quasi quanto me. Eppure non mi ha fatto paura. Sono una bambina coraggiosa, io. E poi, un oggetto con un odore così buono, di certo non poteva farmi paura.
Allora, atto ancora più rivoluzionario, ho iniziato a leggerlo. Ad essere sincera, anche se ormai ho imparato a riconoscere tutte le lettere dell’alfabeto, non è che abbia capito molto; però sfogliare le pagine è stato facile. E le ho sfogliate tutte, dalla prima all’ultima, perché mi piaceva il rumore della carta che spostava l’aria e mi piaceva guardare le pagine che si posavano le une sulle altre, come se si abbracciassero. Mi piacevano tutti quei caratteri diversi, tutti quei colori, tutte quei titoli grandi e, soprattutto, quelli piccoli: questi ultimi sembravano alla ricerca di qualcuno che li leggesse, di qualcuno che ogni tanto capisse che le cose meno importanti sono quelle più importanti, di qualcuno che capisse che le cose più piccole sono le più grandi. Quei titoli piccoli mi piacevano di più perché mi ricordavano me stessa.

Tornata a casa, quel giorno, preoccupata, ho detto a mamma e papà che bisognerebbe comprare il giornale per salvare quei titoli piccoli, perché in radio e in tv non ne parla mai nessuno: c’è spazio solo per i titoli grandi, quelli più importanti e quelli che non sono noiosi. Per i miei genitori, però, quello che dicevo non sembrava così fondamentale come lo era per me: io, quel giorno, ho deciso che da grande salverò i titoli piccoli, diventerò giornalista. Ma non una giornalista della tv o della radio, una giornalista dei giornali di carta.
Però, purtroppo, dovrò aspettare, perché il giornale è una cosa da vecchi; quindi, ogni sera, prima di andare a dormire, penso che io, di diventare vecchia, non vedo l’ora.

 

Laura Franco

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