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Il foulard rosso – Racconto di Ottavia Bettelli

Il foulard rosso - Racconto di Ottavia Bettelli

Erano le sette in punto quando Costanza si alzò per cominciare una giornata come tante, o almeno così credeva.
Si avviò in cucina col volto ancora stropicciato dal sonno, buttò un po’ d’acqua sul fuoco per il té e si sedette in stato comatoso sulla sedia di paglia decisamente troppo vintage.
Fissato un po’ il vuoto, prese coraggio, si lavò la faccia e si vestì con i soliti vestiti del mercoledì: maglia rossa, pantaloni neri e scarpe da ginnastica.
Guardò l’orologio. Erano già le sette e mezzo.
La teiera fischiò come i treni di quei bei vecchi film che amava tanto guardare dove i due amanti si salutavano dal finestrino.
Alle otto uscì.
sentì gridare dietro le sue spalle. Costanza si fermò.
“Posta per me?” pensò “pff… sarà la solita bolletta, o peggio ancora una multa! Argh, lo sapevo che non dovevo parcheggiare in Via Malvasia!”.
chiese timidamente il portinaio.
rispose Costanza divertita.
balbettò imbarazzato l’uomo .
rispose la ragazza indispettita.
replicò di fretta il ragazzo.
disse fredda.
Riprese la strada per andare a lavoro, tenendo inconsciamente la lettera stretta al petto.
“Chissà chi mi vuole dalla Spagna…” la mente di Costanza non faceva che fabbricare pensieri e fremeva dalla voglia di leggere il contenuto della busta.
chiese civettuola la sua collega Amanda.
mentì Costanza.
Chiuse la porta con due mandate, si sedette sul gabinetto e aprì la lettera.

Ciao Costanza,
Innanzitutto, tanti auguri!
Ti starai sicuramente chiedendo chi ti scriva da Sevilla.
Ebbene, non voglio dirtelo. Ci vediamo Sabato alle 10:30 al bar Serra.
Mettiti un foulard rosso, così ti riconoscerò meglio.
Ti aspetto.

“Un foulard rosso? Ma che richiesta è?! E poi mica ce l’ho io un foulard rosso… Sta a vedere che devo pure andare a comprare un foulard che manco uso…” brontolò Costanza “e poi chi è questa persona? Come fa a sapere che è il mio compleanno? Non lo sa nemmeno Amy. Mamma che ansia…”.
I giorni passarono lenti, lentissimi; come quelli che precedono il Natale.
le rimproverava Amanda.
balbettava Costanza.
Venerdì pomeriggio aprí l’armadio per pensare a cosa mettere la mattina seguente.
“Mmh… una gonna no di certo, non voglio sembrare troppo elegante!” Pensò “Ah! Questi pantaloni sono molto carini… si ma non mi piacciono… e sopra? Sopra che metto?!” Stava decisamente entrando nel panico. Eppure di solito non era il tipo da preoccuparsi del look.
Dopo ore di prove, sfilate improvvisate e ammiccamenti allo specchio finalmente si decise: jeans, camicetta a righe e ballerine.
urlò improvvisamente la ragazza aprí un cassetto. Nulla, solo calzini.
Guardò in tutto l’armadio ma niente, nessuna traccia di foulard.
Erano ormai le otto di sera, e i negozi stavano già chiudendo. Costanza si sedette sul letto ed emise un sospiro di sconforto guardando il soffitto, forse sperando di trovarci appeso un foulard rosso per miracolo. Ovviamente non c’era.
“Sono proprio stupida, ho passato tre ore a decidere cosa mettere e mi sono dimenticata del dettaglio più importante!” si rimproverò.
Ma perché le importava tanto di questo appuntamento? E soprattutto perché le importava tanto di questo foulard?
Le cadde l’occhio su una scatola sopra l’armadio; l’aveva messa lì durante il trasloco e non l’aveva mai più aperta.
La prese con timore, come se dentro si celasse il tesoro più prezioso del mondo, e la aprí.
Era piena di cianfrusaglie vecchie, ricordi di infanzia e di adolescenza che avrebbe preferito dimenticare; fino a che non trovò una foto: una bambina paffutella con indosso un vestito decisamente troppo grande in braccio ad una donna, bellissima, con il vento tra i capelli che faceva intravedere un foulard intorno al collo della signora. Era un foulard rosso.
Costanza fu invasa da ricordi che per anni aveva rinchiuso chissà dove nella sua mente, senza volerli far uscire.
così chiamava i foulard la piccola Costanza.
rispondeva la madre.
Questo era l’unico ricordo bello che custodiva tanto preziosamente.
Quando aveva 11 anni infatti, sua mamma se ne andò. Non si sa dove, non si sa con chi; lasciò solo un biglietto:

“Mi farò perdonare,
Mamma.”

Non vedeva sua mamma da quella volta.
E se la lettera dell’altro giorno fosse stata sua? D’altronde chi altro poteva chiederle di indossare un foulard rosso…
Andò a letto turbata, girandosi e rigirandosi tra le lenzuola per ore.
Alle sette in punto suonò la sveglia, ma Costanza era in piedi già da mezz’ora. Inutile dire che non aveva chiuso occhio.
Si lavò, mangiò quel poco che bastava per non collassare e alle nove uscì.
Si diresse verso una bottega vicino casa sua per comprare il foulard.
disse Costanza con voce ancora assonnata.
rispose cordiale la commessa.

Pagò ed uscì, legandosi il nuovo acquisto attorno al collo come una pin-up degli anni ‘50.
Alle 9:58 Costanza si sedette in un tavolino all’aperto del bar Serra aspettando l’ospite misterioso.
Le mani le sudavano e l’attesa era talmente estenuante da farle girare la testa.
Alle 10:05 stava per andarsene convinta che fosse stato tutto uno scherzo, quando da lontano intravide una signora sulla sessantina, bellissima, con un foulard rosso avvolto attorno al collo che si avvicinava sorridente al suo tavolo.
Il suo cuore sobbalzò.
Una lacrima le accarezzò il volto inconsciamente.

Ottavia Bettelli


 

 

 

 

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