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Il fattore umano – Racconto di Fabrizio Ulivieri

Il fattore umano - Racconto di Fabrizio Ulivieri

In ogni relazione come in ogni lavoro, disciplina, arte, tecnica… vi è un incognita che gioca un ruolo fondamentale: il fattore umano. E nessuno ne è immune. Anche nell’essere felici, una volta raggiunto uno standard di felicità il fattore umano può essere decisivo per gli equilibri.
La tristezza di Diego, la sua pigrizia abitudinaria da una parte e la radicalità di Rūta e il suo modo di vivere fondamentalmente com-pulsivo dall’altra costituivano due fattori umani che venivano a confronto.
Per quanto si dessero regole sul come cercare la felicità e mantenersi felici tuttavia, i loro istinti, pulsioni, desideri, disposizioni naturali qualora fossero forzati da agenti esterni interferivano sul comune stato di felicità.
Il venerdí per esempio nasceva spesso un’interferenza per cui il loro livello di felicità tendeva a collassare.

Quando arrivarono a casa Diego aveva ripreso la sua condizione di ottimismo e Rūta era di nuovo rilassata. Il suo venerdí era stato minacciato, ma solo minacciato.

– La tua idea di andare a la Veranda è stata buona. Dobbiamo farlo piú spesso. Un giorno alla settimana almeno deve esserte tutto nostro
– È quello che pensavo anche io
– Forse dovremmo cercare un posto a Vilnius in centro, un bar dove si può bere un prosecco
– La Veranda non ti piace?
– Oh sí…ma per cambiare qualche volta. E poi in centro è piú vicino al tuo posto di lavoro
– Amore…hanno anche il giardino fuori, ora che viene il tempo buono potremmo fare l’aperitivo in giardino

Diego guardò profondamente negli occhi Rūta, i suoi occhi cobalto.

– Ką? – disse Rūta davanti a quello sguardo intenso
– Che faremmo l’ uno senza l’altra?
– Non lo so
– Sarebbe una sofferenza senza fine
– Credo di si. Siamo così interconnessi, cosí dipendenti…
– Io non posso essere felice senza di te e tu senza di me

Al di là di questi equilibri perfetti sotto vi era una realtà in movimento e sempre posta in dubbio che però consentiva le basi su cui poggiare perché rimanesse tutto in quasi perfetta simmetria.
Rūta ad esempio continuamente cercava conferma che Diego veramente fosse suo e solo suo. Perdeva molto tempo a indagare i social media che Diego usava (Facebook, instagram). Quali donne più di frequente mettessero “mi piace”. Andava fra i suoi amici e followers a vedere foto, immaginare donne del passato che tentassero di riproporsi nella vita Diego. Voleva esclusivamente essere lei e solo lei nella vita di Diego. Il passato era l’ossessione di Rūta e con questa ossessione spesso innervosiva Diego, gli faceva perdere la pazienza. E quando Diego perdeva la pazienza diventava molto italiano. Cominciava ad agitarsi, alzava la voce. Le diceva “vaffanculo! “, “Non capisci niente”, “sei una malata mentale” …
Tuttavia capiva che Diego lo diceva solo perché arrabbiato e non lo pensava realmente; anche lei quando si arrabbiava con Goda e Rebeka diceva cose che in nessun modo sapevano di verità.
E poi sotto sotto aveva coscienza di sbagliare per via della sua ossessiva insistenza sul passato, sulle donne del passato. Conosceva bene che Diego non era interessato a ritornare al passato. E in effetti Diego non aveva tutti i torti…lo capiva.
Ciò che la stupiva quando Diego si arrabbiava era che lei non si sentiva offesa. Si sentiva al contrario eccitata quando lui la trattava male. A lei essere trattata male aveva sempre procurato eccitazione sessuale. Soprattutto a letto raggiungeva immediatamente l’orgasmo quando un uomo la maltrattava e le diceva parole che in un altro frangente sarebbero state pesanti, volgari, irrispettose.
Diego da parte sua aveva la massima fiducia in Rūta e tuttavia c’era un dubbio. Non forte ma un dubbio: che non sempre Rūta gli dicesse tutto. Non che mentisse: ritardava la verità o la ometteva. Qualche volta un po’ la manipolava perché non sembrasse come invece avrebbe dovuto sembrare.
Una volta infatti aveva scoperto che era andata a pranzo con Giovanni e Dovilè senza dirgli nulla.
Un’altra volta Rūta aveva lasciato Facebook aperto ed era andata a Maxima. Lui non aveva saputo resistere. Aveva dato un’occhiata. Mentre guardava il suo Facebook si era aperta la finestra della chat e un italiano, un certo Silvio Franceschini, amico di Rūta sul social, aveva scritto “Ciao!”.
Quando poi era ritornata da Maxima, con la coda dell’ occhio aveva visto Rūta subito cancellare la chat, senza rispondere.
Aveva fiducia in Rūta, era certo che Rūta non lo prendesse in giro in nessun modo, eppure sapeva che vi era un fondo oscuro in lei. Glielo aveva raccontato lei stessa. Con il precedente marito a letto non aveva intesa. Lui tradiva lei e lei lui. E la coscienza di commettere adulterio le aumentava il desiderio sessuale.
Insoddisfatta spesso si masturbava al computer guardando film porno. E lo fece fino al giorno che il marito la scoprí davanti al computer mentre si masturbava.
Quel fondo nero che una volta era emerso di nuovo poteva emergere, pensava Diego. E questo pensiero mulinava dentro lui quando Rūta si faceva assente, non lo chiamava, o la vedeva assorta nei pensieri e non gli dedicava attenzione. In quei momenti sapeva che Rūta vagava ma dove vagasse non poteva immaginarlo. Avrebbe voluto controllare ogni suo pensiero. Che non potesse farlo lo rendeva teso.
L’animo umano è insondabile, lo sapeva per esperienza, lui che sentiva quelle voci dentro che arrivavano non annunciate, e senza potervisi opporre le subiva.

Rūta nel frattempo si era addormentata. Dopo essere andata in bagno a struccarsi, come di solito faceva, era poi andata a letto, si era girata sulla parte destra del corpo – la sua posizione preferita per leggere, ma come sempre dopo neanche un minuto che leggeva già dormiva.
Diego come al solito guardava un film. Ora, dopo I recenti fatti ,preferiva i thriller, quelli con storie di spie.
Aveva iniziato a leggere Ian Fleming. Non lo aveva mai letto. Iniziò con The spy who loved me. L’inizio del libro lo travolse. Si rese conto che Fleming era uno che sapeva scrivere. Teneva bene la pagina e non annoiava, salvo qualche piccola caduta (ma esiste un libro dove non ci sia una caduta di ritmo o di tono della storia?).
Aveva poi iniziato a leggere Live and let die, trovando conferma alla sua idea che Fleming era un grosso scrittore.
Ma lí ebbe poi una swerve, una svolta inattesa, che lo portò a leggere Graham Green. Le ragioni di quella swerve non le ricordava.

– Questo è uno che sa scrivere – aveva detto a Rūta – ti porta al punto, ti narra la storia, fa dialogare i personaggi e ti mostra le loro debolezze, la componente umana del successo o dell’insuccesso di una vita. Un grande scrittore

Poi aveva visto su filmai.in alcune puntate di Homeland e The fourth protocol ed era stato travolto dal ritmo di The Bourne Ultimatum e dalla complessa struttura di Red Sparrow.
Stava meditando anche lui di scrivere una storia di spionaggio in Lituania, dove la natura umana fosse il fattore predominante.

Guardò Rūta, che ora si era girata dalla sua parte, e dormiva in modo curioso con la mano sinistra sotto la guancia e con il mento all’insú che sembrava guardasse verso l’alto. Il suo alito era dolce e le sue labbra appena increspate emettevano un quasi impercettibile brusío.
Aveva un’aria beata.
Fra tutte le donne che aveva conosciuto lei era la piú singolare, ed unica nella sua singolarità. A tutte le donne che aveva conosciuto aveva dovuto dire che erano uniche, perché ogni donna vuole sentirsi dire questo – in verità le aveva trovate tutte quante normali, e aveva mentito loro dicendo che erano uniche ma con Rūta sapeva che stava dicendo la verità.
Il fattore umano non aveva cozzato nella menzogna, stavolta.

 

Fabrizio Ulivieri

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