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I rami delle betulle – racconto di Kia Selvaggio

I rami delle betulle - racconto di Kia Selvaggio

a Ester Smulevich

Deborah e Marco si erano conosciuti quando avevano solo pochi anni.
Le loro famiglie erano solite festeggiare e onorare insieme le ricorrenze ebraiche più importanti ma si riunivano anche per i Bar Mitzvah e per gli Shivah ed erano legati da un grande affetto e da una grande amicizia.
La Comunità ebraica della loro città era piccola e l’amicizia delle due famiglie con il passare del tempo aveva finito con l’avere una stessa sorte e una medesima fortuna.
Nel 1943 la città venne invasa dalle truppe nazifasciste e gli ebrei cittadini e residenti compresero immediatamente il pericolo e la minaccia che incombeva su di loro.

Gli ultimi avvenimenti accaduti nella penisola, ormai, non potevano certo garantire sicurezza o neutralità a nessuno di loro.
Giacomo, il padre di Marco, medico chirurgo nel maggiore ospedale cittadino, ricevette da una sua giovane assistita e militante nella Resistenza del territorio la notizia che presto tutte le famiglie ebree della città sarebbero state perseguitate, imprigionate e probabilmente inviate molto lontano.
Si parlava di campi di lavoro forzato e di caserme più simile a mattatoi che a galere vere e proprie.

Pertanto sarebbe stato più prudente per tutti loro lasciare casa, lavoro e contatti e cercare rifugio in un posto meno rischioso.
La signorina Tosca aveva anche aggiunto che se a loro andava bene lei aveva l’opportunità di nasconderli e di tenere al sicuro la famiglia del medico e di qualche altro loro amico in un casolare sulle colline vicine, un posto abbandonato da anni e abbastanza celato da poter garantire una certa sicurezza.
Certo, ci sarebbe stato da arrangiarsi e si doveva usare tutta l’accortezza possibile, ma lei li avrebbe aiutati come avrebbe potuto.
E così Giacomo parlò subito alla propria famiglia e a quella del suo caro amico Sandro, il papà di Deborah. Tutti insieme decisero che la cosa più giusta e prudente da fare sarebbe stata senz’altro accettare l’aiuto della signorina Tosca, la paziente del padre di Marco, diventata una amica di tutti loro e probabilmente la loro salvatrice.

Alle famiglie di Marco e Deborah si unì la famiglia del cognato di Sandro, Matteo, con sua moglie Lea, suo figlio Giovanni e la nonna Myriam.
Il posto che li doveva accogliere era poco più che un casolare diroccato in aperta campagna, senza luce, riscaldamento o comodità alcuna. L’acqua era fornita da un vecchio pozzo a qualche centinaia di metri dall’abitazione e dal ruscello vicino che poteva servire anche per lavare i panni.
Inoltre, dato che le truppe tedesche e fasciste intorno alla città e nelle campagne circostanti pattugliavano costantemente il territorio a caccia di partigiani e resistenti, sarebbe stato più prudente non accendere nessun lume e nessun fuoco di notte o comunque dopo il tramonto.
Potevano al massimo bruciare qualche frasca di mattina per cuocere quel poco di cibo che sarebbero riusciti a trovare.

In ogni caso anche loro, come i partigiani e come le donne e gli uomini della Resistenza, si dovevano considerare dei “ricercati” a tutti gli effetti e più sarebbero riusciti a non far notare la loro presenza e a tenersi ben nascosti e maggiori possibilità avrebbero avuto di farcela.
Il trasferimento dalla città al casolare di campagna avvenne in pieno giorno, per destare il minor sospetto possibile, sul carretto di Guido l’ortolano, sotto una catasta di mele, stracci, fieno e qualche patata. E previse più viaggi, perché tutti e dieci insieme proprio non ci stavano sul vecchio mezzo.
Guido era conosciuto da tutti in città perché faceva la spola dalla sua campagna al mercato cittadino ogni giorno per vendere i suoi prodotti, in più il suo carattere per nulla socievole e le sue maniere brusche e sbrigative lo rendevano un soggetto tanto insospettabile che inadatto alle chiacchiere e alle conversazioni in generale.

Insomma, la signorina Tosca, come era chiamata dal dottore, sembrava avere pensato proprio a tutto, anche a trovare la persona più adatta per la fuga delle famiglie ebree sue amiche.
Rimaneva il fatto che l’azione stessa era pericolosa.
I controlli dei soldati tedeschi erano serrati e potevano riguardare chiunque.
Infine, il tragitto dalla città al casolare era di svariati chilometri e il carretto di Guido avrebbe dovuto percorrere stradine in salita, in aperta campagna e non proprio perfettamente asfaltate.
Il trasferimento riguardò prima il nucleo familiare del dottore e poi i due rimanenti.
Alla sera del terzo giorno tutte e tre le famiglie erano riuscite a lasciare la città e a ricongiungersi all’interno del vecchio casolare, con quel poco che erano riusciti a trasportare e con tutta la paura che oramai faceva parte della loro stessa pelle.

Giacomo era riuscito a portarsi dietro qualche libro, qualche analgesico e qualche sciroppo.
Le donne avevano portato qualche ricambio, qualche scodella e qualche posata, la nonna Myriam aveva cercato di raccogliere le provviste che aveva potuto e che sarebbero servite almeno per i primi giorni.
Era cominciata ufficialmente la loro latitanza nella campagna povera e irta di pericoli.
Ben presto, però, il cibo cominciò a scarseggiare e potevano passare anche giorni senza che nessuno mangiasse nulla. Gli adulti preferivano far mangiare i più piccoli e anche i giovani come Deborah e Marco restavano a lungo senza toccare niente. Sandro diceva a tutti di farsi forza e di pensare che pur in una situazione di perenne pericolo e di grande ristrettezza loro avevano comunque la fortuna di essere tutti insieme e soprattutto di essere ancora vivi.
Marco e Giovanni ogni tanto si azzardavano a fare brevi escursioni nelle campagne circostanti e a volte riuscivano a tornare con un po’ di frutta, con qualche manciata di verdura che avevano raccolto ai margini di sentieri nascosti o celati da vegetazione alta.
E anche questo poco permetteva comunque a tutti loro di placare i morsi ostinati della fame.

Fu proprio in una delle loro escursioni che i due ragazzi incontrarono Raul e i suoi compagni partigiani.
All’inizio dello stretto tratturo pieno di fossi c’era il cartello con la scritta in tedesco Achtung! Banditi!
Ma tanto Marco che Giovanni lo avevano sempre ignorato e Raul e suoi compagni quasi non vi badavano più.
Quel giorno, però, i due ragazzi e i partigiani si ritrovarono a spaventarsi a vicenda, temendo davvero di essere stati sorpresi da un nemico comune e pericoloso.
Bastò un attimo però per riconoscersi e capire che nessuno di loro sarebbe mai stato un nemico per l’altro. Marco e Giovanni raccontarono a Raul e ai partigiani di come vivevano con le loro famiglie, del cibo che scarseggiava e delle loro piccole incursioni per cercare di portare al casolare almeno qualche frutto da mettere sotto i denti.

I partigiani dissero ai due ragazzi che se avevano la possibilità di nascondersi nello stesso posto del loro incontro ogni giovedì dalle undici a mezzogiorno, e aspettare nascosti, forse loro sarebbero riusciti a portargli qualcosa da mangiare.
“Badate bene – disse Raul a Marco e Giovanni – anche noi siamo ricercati e in pericolo come voi, e anche noi dobbiamo essere prudenti e restare nascosti il più possibile. Pertanto, forse riusciremo a raggiungervi e forse no. C’è solo da sperare nella buona sorte”.
E in Dio, pensò Marco.
E così Raul e i suoi compagni cominciarono a portare ai ragazzi quel poco che venivano regalato o procurato da amici anche a loro.
Qualche manciata di farina, qualche mela, a volte qualche candela consumata a metà.
Un bottino prezioso e indispensabile per le famiglie ebree nascoste nel vecchio casolare.

Capitava però che i partigiani non riuscissero a raggiungere i ragazzi nel giorno e nell’orario stabilito e così Marco e Giovanni dovevano arrangiarsi da soli, spesso non riuscendo a trovare proprio nulla da portare alle famiglie. Allora, in piena notte si avventuravano al buio gli adulti sperando di trovare qualche animale da ammazzare o qualche pesce da catturare nel torrente vicino.
Nonostante le avversità e le condizioni più sciagurate, però, le famiglie ebree nascoste nel vecchio casolare cercavano sempre di rispettare e onorare i precetti e i comandamenti della loro religione, accadeva così che i partigiani che non sapevano nulla o quasi di tutto questo insieme alla frutta e a qualche manciata di grano portavano ai ragazzi anche dei raffermi panini al prosciutto o al salame, credendo di fare cosa più che gradita.
Marco e Giovanni stremati dai morsi della fame e in una situazione che certo non poteva definirsi di normalità, ne mangiavano qualche morso e il resto lo portavano alle loro famiglie.

Più di una volta, così, Marco, che già voleva bene a Deborah aveva provato a portarle un mezzo panino al prosciutto e a volte persino un panino intero.
Deborah, esile e timida ma con una forza di volontà immensa, aveva sempre rifiutato, scuotendo la testa in maniera decisa. A Marco dispiaceva vederla dimagrire giorno dopo giorno e una volta, pur con la morte nel cuore, le disse: “Ti prego mangialo, è buono. Assaggia almeno un morso”.
La ragazza, però, rifiutò sempre con caparbietà e convinzione. Rimproverando aspramente Marco e Giovanni e quasi smettendo di parlare a entrambi.
A quel punto Marco si fece coraggio e decise di raccontare tutto a Raul. Gli disse dei loro precetti, delle loro regole e della forza di volontà di Deborah che pur stremata e smagrita oltre misura continuava a rifiutarsi di mangiare cibo per loro proibito.
“Praticamente è pelle e ossa”, aveva concluso Marco, preoccupatissimo.

Raul allora assicurò che da quel momento in poi avrebbe portato solo cibo che tutti loro potevano mangiare; poi, guardando Marco dritto negli occhi gli disse che i suoi alberi preferiti erano le betulle. Esattamente gli alberi che circondavano insieme alle querce il posto dove Marco e le famiglie si nascondevano. “Le betulle – raccontò Raul a Marco – sembrano alberi comuni, e visti in inverno, spogli, brulli e sofferenti nessuno direbbe mai che possiedono la forza di rinascere più belli e forti a ogni primavera. Però è così. Per cui ti prego di pensare a Deborah come una giovane betulla. La sua forza di volontà la salverà e quando questa orribile stagione sarà finita per tutti, rifiorirà più bella e più forte che mai”.
Marco, riconoscente, ringraziò Raul e ricordò quelle parole per sempre.

La seconda guerra mondiale, dopo un tempo che sembrò a tutti infinito, si concluse tra vincitori e vinti, tra macerie e rovine fisiche e disastri e ferite morali ancora più profonde e dolorose ma Raul, molti dei suoi compagni partigiani, e le famiglie ebree fortunatamente si salvarono.
Marco e Deborah, giovani e innamorati iniziarono a frequentarsi come una coppia vera e propria.
E nel 1952, in un pomeriggio di un giorno qualunque, festeggiarono il loro fidanzamento ufficiale con le rispettive famiglie e un semplice anellino di argento.

Deborah, a fine serata, rimasta da sola con Marco, prima di salutarlo gli fece promettere solennemente che mai, mai più nella vita avrebbe mangiato un cibo proibito, altrimenti il loro matrimonio sarebbe finito all’istante.
Marco giurò e i due si sposarono in un giorno di fine febbraio mentre le betulle si preparavano a rivivere un’altra bella stagione della loro vita.
Nello stesso anno, Silvia, la compagna di Raul, anche lei ex combattente e partigiana, donna fiera e volitiva, diede alla luce la loro primogenita.
Quando l’anziana levatrice mise la neonata tra le braccia del padre, Silvia gli chiese come volesse chiamarla e Raul senza pensarci un attimo rispose: “Deborah”.
E immaginò che quel piccolo esserino che sembrava così fragile e indifeso sarebbe diventata il suo ramo di betulla.
Anche lei sarebbe cresciuta forte e caparbia.
E il nome che portava sarebbe stato di buon auspicio per un mondo e una età migliori.

 

Kia Selvaggio

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