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Giochi pericolosi – racconto di Cristina Biolcati

Giochi pericolosi - racconto di Cristina Biolcati

Da tempo ormai la invidiavano tutti, con quelle sue scarpe sempre all’ultima moda e gli outfit curati all’eccesso. Col suo fisico longilineo e i suoi capelli biondi, era bella per forza! E gli occhi, anche se celavano mondi oscuri e le ricordavano troppo, erano comunque limpidi contro ogni pronostico. Nulla lasciava trapelare e niente doveva vedersi. Pena la perdita di tutto.
Sua madre sostava bocconi sul letto, il respiro pesante. La bottiglia scolata sul pavimento, non avrebbe potuto più nuocere. Almeno, non quella sera. Per un po’ non avrebbe dato segni di vita. Non le avrebbe chiesto niente; ma comunque nemmeno era abituata a farlo. Lei amava definirsi come un cucciolo di tigre, cresciuto da sé senza troppi aiuti.
L’aria era viziata, ma d’altra parte quel bilocale malandato non offriva troppe alternative. La finestra era incastrata da giorni e quel rottame, buono a nulla, che sua madre si era presa come compagno era sempre troppo “fatto” per pensarci, o occupato a fare dell’altro.
Perché era lui ad avere messo in piedi uno “strano commercio”; lui a fornirle quei capi griffati con cui lei metteva in scena quel patetico teatrino. Glieli faceva trovare dentro ad una borsa di plastica, nel muro di cinta che abbracciava quel palazzaccio fatiscente. Poco dietro le cantine, giusto dove andavano i gatti a fare i loro bisogni, c’era una porzione di muro sbrecciato, alla quale nessuno avrebbe fatto caso. Proprio sotto ad una pietra, lui metteva la refurtiva, lontana da occhi indiscreti. Anche da quelli di sua madre che, per quanto “dea dell’acquavite”, non era giunta ancora ad azzardare tanto.
La ragazza sbatteva la porta, comunque sua madre nemmeno la sentiva. Scendeva cautamente, aggirando i buchi delle scale, lasciandosi scivolare a tratti sulla ringhiera. Quello era l’unico elemento del palazzo a cui fosse stata fatta di recente una manutenzione.
Poi s’infilava sul retro, e metteva la mano sotto la pietra. La spostava e apriva la sporta. Cosa le aveva preparato lui, quella sera? Era l’unico motivo per cui se lo sopportava intorno. Ne aveva bisogno, anche se negli ultimi mesi i suoi sguardi erano diventati un po’ troppo lascivi. Ad ogni modo, sotto al cuscino lei teneva un coltello: meglio essere cauti. Uno di quelli svizzeri, a serramanico. Non grande, soltanto efficace.
Un abito corto, nero, con lo scollo sulla schiena. Un paio di scarpe con la zeppa, addirittura di Prada. Anche per quella sera avrebbe fatto la sua sporca figura.
Entrava nelle cantine malasane, lasciate andare allo sfascio, e si cambiava in fretta, riponendo la sua tuta di felpa gualcita in un pensile in alto. L’avrebbe ripresa l’indomani.
E nel piccolo specchio, logoro e sporco, un viso difficile da riconoscere. Non perché truccato più del dovuto, ma proprio “diverso”. Le luci ora erano tutte su di lei. Su quella ragazza chic che, in una sera d’estate, si dirigeva con passo sicuro verso l’autobus che stava sopraggiungendo.
Anche per quella volta sarebbe riuscita a darla ad intendere, in quel chiassoso call center in cui lavorava. Stella fra le stelle, avrebbe avuto gli occhi delle colleghe puntati addosso. Uscita, scappata per qualche ora a chissà quale vita da favola. Figlia di un dentista e di una disegnatrice di moda, doveva andare a casa subito, dopo il turno, perché sua sorella dava la festa di laurea.
Passavano quelle ore, conversando al telefono coi clienti. Un part time da fame, ma meglio di niente. E mentre usciva, salutando la mamma single che correva a riprendersi il pupo e una ragazza rotondetta attesa sulla soglia dal fidanzato, la commedia era terminata.
Lui era poco più in là, con la sua auto scassata. L’avrebbe fatta salire soltanto dopo aver girato l’angolo, questo era l’accordo tassativo. Per strapparla alla sua dignità e al suo magico gioco.
Quei vestiti non glieli regalava mica. Talvolta anche lei doveva venire a patti e tradire il suo corpo. Rispettare quegli appuntamenti che lui le prendeva.

Cristina Biolcati

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