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Felicita, il destino in un nome – Racconto di Maria Grazia Di Somma

Felicita, il destino in un nome - Nuovo racconto di Maria Grazia Di Somma

Per tutta la vita si era portata il fardello di quel nome insolito, che i suoi genitori avevano fortemente voluto: Felicita.
Fin da che ne aveva memoria i suoi genitori, Agata e Salvatore, le avevano raccontato le difficoltà che avevano incontrato quando avevano deciso di darle quel nome. Le ricordavano i pianti, le innumerevoli discussioni che loro, giovani studenti universitari, avevano intavolato con i suoi nonni.
Nati in un piccolo paese del Sud Italia, legato fortemente alle tradizioni, Agata e Salvatore, avevano osato sfidare le dicerie del paese quando si erano trasferiti nella capitale per studiare all’università. Per gli anziani del paese era solo una scusa, una giustificazione per abbandonare quella terra natia che aveva permesso loro di diventare adulti, il loro gesto era stato quasi visto come un affronto per tagliare i ponti con il passato, con quelle radici che sono indissolubilmente intrecciate, con le storie, con i destini di chi è nato in quell’angolo d’Italia.
E proprio quando da adulti, potevano continuare la tradizione e prendere in mano la masseria del padre di Agata, frutto del suo sudore, delle sue lacrime, avevano, invece, deciso di emigrare verso la capitale per studiare e ora da lì a qualche giorno sarebbero ritornati in paese con una notizia inaspettata.
Il nonno materno di Felicita aveva trascorso gran parte della sua giovinezza a lavorare ore sotto il sole cocente del Sud, in silenzio, con lo sguardo basso, con la profonda convinzione che anche lui un giorno avrebbe potuto acquistare per sé un piccolo appezzamento di terreno e smetterla di lavorare per pochi spiccioli.
Lui, ultimo di dieci fratelli, non aveva potuto frequentare la scuola, perché c’era sempre bisogno di due braccia in più nella terra e i soldi, a casa, erano sempre troppo pochi e le bocche da sfamare sempre troppe, e così solo da grande aveva potuto imparare a leggere e a scrivere.

A differenza dei suoi amici, il nonno di Felicita, era sempre stato convinto che solo se avesse avuto una cultura avrebbe potuto crearsi un futuro; ma come fare lui che non aveva frequentato, a differenza di alcuni dei suoi compagni di giochi, neppure la prima elementare?
E così gli venne in mente un’idea, ma aveva bisogno di Don Peppe. Una sera dopo interminabili ore di lavoro, invece di rilassarsi con gli amici in piazza e magari fare la corte alle ragazze, aveva deciso di andare da lui, da Don Peppe, il parroco del paese che lo aveva visto nascere e crescere. Prese il coraggio a quattro mani, temendo anche la reazione del parrocco, lui uomo di chiesa proveniente da una delle migliori famiglie della zona, forse non avrebbe voluto sprecare del tempo con lui che era solo figlio di contadini.
Decise, comunque, di rischiare e gli chiese di insegnargli a leggere e a scrivere all’unica condizione di non farne parola con anima viva.
Non voleva diventare lo zimbello del paese, in fondo, lo sapeva già che per i suoi amici, studiare era solo una perdita di tempo, per quelli stessi ragazzi che lo avevano visto diventare un giovane uomo e con i quali da bambino aveva condiviso innumerevoli partite a calcetto, su quel campo di terra rossa battuta, quella stessa terra in cui ogni giorno affondava le mani nei campi e che le aveva rese rugose e secche, nonostante la sua giovane età.
Il parrocco, un uomo di mezza età, di corporatura robusta, brizzolato, con grandi occhiali appoggiati sul naso, aveva apprezzato l’audacia di quel giovane che raramente vedeva alle omelie della domenica, ma, nonostante ciò, decise di dargli una possibilità.
E così, a poco a poco, sera dopo sera, nonostante la stanchezza, gli occhi arrossati dal sole e grazie alla sconfinata pazienza di Don Peppe il nonno di Felicita imparò a leggere e a scrivere.
Nei mesi successivi capitava spesso che la sera, prima di incamminarsi verso casa, dopo la lunga giornata nei campi, passasse in paese e si dirigesse verso la canonica dove trovava Don Peppe, intento a mettere in ordine i paramenti sacri della messa delle 18 e gli chiedesse in prestito uno dei suoi tanti libri.
Quei libri che lui aveva sempre ammirato, quando passava a trovarlo, e, alcune volte, in passato, da ragazzino, senza esser visto dal parroco, aveva anche provato a sfogliarli, ma per lui, all’epoca, erano solo dei simboli su carta bianca, immacolata e quelle pagine intrise di inchiostro non avevano per lui nessun significato.
In seguito tutto era diverso, quei simboli erano diventate lettere, lettere che componevano parole che assumevano significato e aveva capito che leggendo si poteva viaggiare anche solo con la fantasia, si poteva essere liberi.

Il primo libro che aveva scelto, dalla sconfinata libreria di Don Peppe, era un libro di Hemingway, lui che non sapeva neppure pronunciare correttamente quel cognome e così, lo chiamava, amichevolmente, Ernest.
Felicita, da bambina aveva trascorso le sue sere d’estate, nell’aia della masseria di suo nonno, ad ascoltare le storie della sua vita, le storie di quell’uomo dal viso incorniciato dalle rughe, di cui lui andava fiero, perché erano il segno e la testimonianza dell’uomo che era diventato. La sua voce profonda riempiva le notti illuminate solo dalle torce, in quel giardino, sistemato, da suo nonno, pietra dopo pietra.
E anche ora che Felicita era diventata grande, a volte le sembrava di rivedere lei da piccola che stava seduta lì su quel tronco e suo nonno seduto su quella sedia impagliata con in mano l’immancabile sigaretta, l’unico vizio al quale non aveva mai voluto rinunciare e sul tavolino un bicchiere di vino rosso, quello delle sue terre.
Nella mente le sembrava di sentire ancora la massima di suo nonno: “Felicita, ricordati sempre diffida di chi non beve vino. Gli uomini che non bevono hanno un segreto da nascondere”.
Una di quelle massime che il nonno aveva letto in uno dei suoi tanti libri, sì perché, da quando aveva fatto fortuna aveva deciso di farsi costruire una ricca e fornita biblioteca, come quella di Don Peppe, che lasciava aperta a tutti coloro che volevano leggere e non potevano acquistare un libro.
Suo nonno amava ricordarle di quella volta, quando sua madre Agata e suo padre Salvatore erano ritornati in paese: lui era andato a prenderli in stazione, sua figlia, per telefono, gli aveva solo anticipato che avrebbero portato con sé una sorpresa. Se lo ricordava chiaramente quel giorno, di metà estate, in cui con il vestito della domenica, i capelli brizzolati, separati da una riga bassa, di lato, portati all’indietro, con la cera che creava quell’effetto di lucido e ordinato, tipicamente retrò, molti anni ‘50 e il profumo delle grandi occasioni, quell’acqua di colonia, che ricordava l’acqua salmastra, l’intero Mediterraneo, il Sud.

Era arrivato con notevole anticipo alla stazione, dopo aver parcheggiato l’auto all’ombra di ulivi secolari, si era diretto verso i binari, il treno era in perfetto orario e lui era impaziente di riabbracciare la sua unica figlia, che aveva fortemente incoraggiato e sostenuto, contro tutto e tutti, quando, lei giovane ragazza del sud, unica donna della sua famiglia, gli aveva comunicato di voler andare nella capitale per studiare Lettere e un giorno diventare insegnante. E lui che era un uomo che aveva visto tante lune e tante albe, sapeva che lei un giorno avrebbe potuto infondere in tanti ragazzi quella conoscenza, quel sapere, che lui bramava da tutta una vita.
Il treno si era appena fermato in stazione, quando il nonno di Felicita vide aprirsi la porta del vagone numero 6, vide Salvatore scendere i tre gradini della carrozza, quel ragazzo bello come un divo d’altri tempi, dai capelli nero corvino, leggermente mossi e due grandi occhi verde smeraldo, quelli stessi occhi di Felicita che danzavano con fervore sotto il bagliore delle luci dell’aia quando, da bambina, ascoltava le storie di suo nonno. E poi ad un tratto vide sua figlia Agata, una ragazza dai lunghi capelli neri, ricci, come il colore del mare notturno e la sua attenzione fu rapita da un particolare, indossava un vestito a fiori, leggermente mosso dal caldo vento, ma a fatica riusciva a nascondere quel segreto: stava aspettando un bambino.
Mosso da mille pensieri, mille emozioni andò incontro a sua figlia e appena i loro sguardi si incrociarono ci furono attimi di interminabile silenzio, parola non fu pronunciata, si poteva solo ascoltare il battito dei loro cuori, ma poi si sciolsero in uno di quelli abbracci che scaldano il cuore. Il nonno di Felicita, fece un cenno a Salvatore che aveva osservato la scena in disparte e abbracciò anche lui, erano riusciti, senza parole a comunicargli ciò che avevano rimandato da mesi.

Agata e Salvatore avevano deciso di intraprendere quel viaggio in treno, ora che mancava poco al parto perché volevano far nascere il loro bambino in quella terra con la quale avevano, nonostante tutto, un forte legame, le loro radici affondavano in quel posto, che per loro era casa, dove potevano toccare con mano l’affetto di chi li voleva bene. Quel giorno di metà estate i genitori di Felicita e suo nonno si incamminarono verso l’auto, lasciando alle loro spalle il sole che stava tramontando con la convinzione che tutto sarebbe andato per il meglio.
I suoi genitori avevano deciso da subito che se fosse nata una bambina si sarebbe chiamata Felicita, dopo le inevitabili incomprensioni per la scelta di quel nome insolito, che non rispettava la tradizione di dare ai nuovi nati i nomi dei nonni, che non piaceva a nessuno, neppure alla mamma di Agata e ai genitori di Salvatore che erano a conoscenza da subito della gravidanza della ragazza, l’appoggio più grande venne proprio dal padre di Agata.

Quell’uomo che si era fatto da solo, che con la sua caparbietà era riuscito a realizzare i suoi sogni, aveva spalleggiato quei giovani genitori a patto che entrambi avrebbero, da lì a pochi mesi, discusso le loro rispettive tesi.
Il nonno di Felicita, amava ripetere a quella nipote, che era diventata una giovane donna dai grandi occhi verdi e dai capelli neri, ricci, corti e sbarazzini, che lui aveva capito appieno la scelta di quel nome. Felicita era il nome più adatto per sua nipote, perché anche lui si da quando era solo un ragazzo, aveva ricercato la felicità, non si era accontentato, come i suoi amici, di quella che sembrava una vita già segnata, lavorare sotto padrone per pochi spiccioli, lui voleva essere libero di fare le proprie scelte, di essere padrone della propria vita, solo così sarebbe stato felice. Per tutta la vita, poi, aveva cercato di comprendere le scelte della sua unica figlia Agata, non curanti delle dicerie della gente: il suo unico obiettivo è che lei fosse felice.
Non ci poteva, quindi, esser nome più adatto di Felicita per sua nipote: lui sarebbe sempre stato lì ad incoraggiarla, a sostenerla, ad ascoltarla, ad aspettarla anche ora che lei aveva deciso di intraprendere quel viaggio on the road per l’America.

 

Maria Grazia Di Somma

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