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Eterna – Racconto di Manola Masoni

Eterna - Racconto di Manola Masoni

Apro gli occhi.
Probabilmente non dovrei pensare, ma penso; non dovrei saper riconoscere gli odori, né capire le parole della gente: ma distinguo la puzza dei gas di scarico e il profumo del caffè, le parole arrabbiate di una ragazza che allontana un ragazzo e il cinguettio di un gruppo di gente con gli occhi a mandorla.
Non dovrei, ma penso e capisco.
Avrei potuto svegliarmi in un cespuglio o vicino a un tetto o in qualsiasi altro posto normale e invece apro gli occhi nella luce, tanta luce… tanta… eppure è notte: se non fosse notte i miei occhi non si sarebbero aperti.
Luce e notte in realtà si confondono e sopra di me volano i gabbiani: dovrebbero farmi paura, ma sembra che non si accorgano di me.
Sotto di me, colonne, archi, marmo: due soldati fanno la guardia a un piccolo fuoco, in cima a una scalinata bianca e alla fine c’è un’enorme piazza.
Vedo sempre meglio, ma è come se guardassi attraverso un pezzo di vetro blu; mi sento sempre più forte, comincio a muovermi velocemente e so dove andare, so come si chiamano i posti che vedo, so che è l’unico posto nel quale vorrei essere.
E via!
Piazza Venezia. Poi veleggio velocissima per Via dei Fori Imperiali: mi guardano gli imperatori e io guardo loro, sento l’odore del tempo e del sangue, sento migliaia di anni, di voci e di grida e di canti. Passa ancora qualche macchina, qualcuno – che sa di birra – canterella qualcosa. Il Colosseo, poi. Silenzioso.
E poi – silenzioso anche lui – il Circo Massimo. Un paio di lumache strisciano proprio vicino al centro della grande area erbosa, ma nessuno se ne accorge.
Viale dell’Aventino e mi ritrovo nel Giardino degli Aranci e distinguo in lontananza tetti, cupole, colli, alberi… tutti diffuminati d’azzurro.
Piazza dei Cavalieri di Malta: il buco e San Pietro.
Rallento un po’, resto sospesa, respiro e mi lascio avvolgere dall’atmosfera azzurrina e dall’umidità, dall’odore di ferro e di terra bagnata.
Riparto, non so verso dove.
C’è la luna e San Giovanni è bianco, tranquillo.
C’è ancora gente nelle gelaterie: profumo di uova, di frutta. Odore di sonno.
Tra le colonne di Piazza Vittorio c’è un formicolio fitto e quieto di gente; qualcuno, ogni tanto, parla a voce troppo alta.
La Stazione Termini è sveglia, con i suoi schermi sparsi ovunque che trasmettono in continuazione le stesse pubblicità. Lungo i binari bui qualcuno dorme sotto tre coperte; qualcuno aspetta il suo treno; qualcuno controlla che tutto sia a posto.
Mentre mi muovo – veloce, veloce, veloce – a momenti sono tutta presa da quel che vedo, a momenti da quel che sento.
Il rumore delle ruote sull’asfalto (un rumore liscio, qualche sussulto se c’è una buca) o sui sampietrini (e allora è un ticchettio veloce, come quello del mio cuore).
Il rumore sgradevole delle radio dei taxi.
L’allarme di un’auto.
Qualche cane che abbaia.
Un grillo, incredibilmente.
Un clacson.
Il passo veloce di qualcuno che – alle due di notte – ha la forza e la voglia di correre vicino alle Terme di Caracalla.
Le parole grosse di due che si stanno lasciando, vicino a Piazza re di Roma.
Un treno sferraglia, verso la periferia, lungo i palazzoni alti, con le finestre quadrate, con i panni stesi ai davanzali. Qui l’azzurro intorno alle cose è quasi grigio.
Volo indietro, allora.
Piazza Argentina e intorno teatri e chiese e una colonia di gatti che sonnecchia. Odore di pizza.
Via del Corso.
Piazza Navona. Il rumore dell’acqua. L’odore del caffè.
Verso dove, ora?
Sopra di me ci sono le stelle.
Sotto, ammucchiati qua e là, i sacchi della spazzatura e un ragazzino pettinato strano, vestito di nero, che abbraccia una bottiglia.
Vorrei sentire l’odore delle castagne arrosto, ma c’è un tempo per ogni cosa e questo non è il loro.
Ogni tanto ci sono le musiche; dalle macchine, dalle finestre. Parole in tante lingue e in tanti toni si intrecciano, si mischiano, si confondono, si incontrano, si sfuggono. Stordiscono un po’.
Intanto vedo Trinità dei Monti: la percorro leggera; avvolta dall’azzurro, in un silenzio che ora mi fa quasi paura, attraverso Villa Borghese, i rami, i cespugli, le panchine sole, i busti un po’ rovinati di chi fu grande, il laghetto, qualche rifiuto sparso qua e là. Dietro a una lattina di coca cola accartocciata, vicino a un muro, ci sono una molletta per capelli e il foglietto di una caramella.
Che altro? Il fiume!
Il tempio di Vesta mi inquieta, arrivo rapidamente alla Sinagoga e rallento: l’acqua scorre, rumorosa e sa tutto e nasconde cose. Ma sembra tranquilla, a vederla. L’Isola Tiberina ci si riflette sopra. Sugli argini c’è scritto di tutto e qualcuno, non visto, dorme all’ombra delle scale.
Lo stadio, più avanti: c’è, lo sento solo io, l’eco delle grida, con l’odore del sudore e della paura, del paradiso e dei petardi.
Qualcosa sta cambiando, nell’aria: c’è più luce e devo sbrigarmi.
A zig zag per le strade vedo, guardo, ascolto.
Di nuovo Piazza Venezia e dietro Marco Aurelio sul Campidoglio, il Teatro Marcello.
E il ghigno della Bocca della Verità, più là: abbaia, ma non morde.
Qualche ospedale: l’odore del disinfettante e dell’angoscia.
Una macchina della polizia sfreccia vicino a Castel Sant’Angelo.
Il tempo sta per finire e dovrei vedere ancora così tante cose…
Alcuni fiorai non hanno mai chiuso e ora, dai forni, arriva l’odore del pane appena cotto e dei cornetti e del caffè, da qualche bar.
So cosa devo fare, mentre gli autobus cominciano a essere più numerosi, il traffico aumenta e la metropolitana ricomincia a far vibrare il terreno, mentre le sveglie suonano – nelle case – e la gente si stropiccia gli occhi e cerca di ingannare il tempo rigirandosi nei letti.
Vado lì, veloce veloce.
Mi poso al centro della piazza e osservo, allo scroscio lento delle fontane.
Il sole sorge, piano e mi lascio accartocciare dalla sua luce e dall’abbraccio bianco del colonnato del Bernini.
E io, la Falena, che come tutte le falene non ho nome, mi lascio bruciare dalla luce di questa città, piena di questa città e – da piccola cosa – chiudo gli occhi e in lei divento eterna.

 

Manola Masoni


 

 

 

 

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