Scriviamo

Libreriamo

Domani andrò al mio funerale – Racconto di Veronica de Gregorio

Domani andrò al mio funerale - Racconto di Veronica de Gregorio

E’ successo in un attimo. All’improvviso e senza che me ne rendessi conto. Mentre, scansando una Citroen Xsara grigia, pensavo a Claude. Era la stessa automobile che aveva lui. Uno schianto assordante. La folla che mi ha circondato e la voce disperata di qualcuno che gridava – E’ morta. L’ultima cosa che ho visto è stata la faccia cerea e stravolta dell’uomo che mi ha tolto gli occhiali da sole. Sono un medico, ha gridato, allontanatevi. Mi ha toccato il polso e la giugulare – Non c’è più niente da fare. Mi hanno messo nell’ambulanza senza la mia borsa, quella bianca, di pelle e con la tracolla dorata. L’avevo appena comprata con i saldi e a un prezzo conveniente, è rimasta lì, ferma sulla strada, con tutti gli effetti personali sparsi sull’asfalto. Dal fragore di una grande strada in città, al nulla. Tac. Fine delle trasmissioni. Nessun titolo di coda. Senza neanche i miei effetti personali. Privata delle mie cose e della vita. Due o tre minuti e ho smesso di esserci. La traccia del mio sangue sulla strada. Densa. Nerastra. Dopo la perizia della polizia è stata coperta. Segatura. Si spargerà sull’asfalto. A caso, trascinata dalle ruote delle automobili. Per un po’ persisterà la mia sagoma disegnata con il gesso. Uno spazio vuoto. Sarà tutto ciò che resterà di me. Spazi. Quelli muti, denudati delle cose che mi sono appartenute e che saranno abbandonate in un cassetto o finiranno in un cassonetto, tra assorbenti putridi e lische di pesce maleodoranti. Spazi pieni, quelli ricolmati dalla privazione dei miei gesti e cui nessuno farà caso. Gli scaffali del supermercato non mostreranno più il vuoto disegnato dal prelevamento delle mie scatole di riso basmati e bottigline di salsa di soia. Sul balcone, dal mio stendino, penzoleranno la camicia viola di cotone indiano e le mutandine di pizzo bianco, resteranno lì ancora per qualche giorno, il tempo che qualcuno le porti via e prima che l’appartamento sia dato in affitto a qualcun altro. La polvere, quell’odiosa polvere che mi son data pena di pulire dalla scrivania, si prenderà la sua vendetta sulla mia ostinazione ridicola. Avrei dovuta lasciarla lì, senza osteggiarla. Tempo perso. Non ci avevo mai pensato. Non prima d’ora. Ora che non c’è più tempo e che dire “ora” non ha più senso. Ci si ricorderà di me il tempo giusto. Quello che occorre per dimenticare la morte degli altri. Diventerò un’assenza. Un passaggio testimoniato dall’accumulo di polvere sulle mie cose. La vita è breve. La morte anche. Basta una distrazione. E’ ridicolo. Morire per una sbadataggine. Mentre si attraversa la strada e solo perché una macchina ti restituisce un ricordo. Se Dio esistesse, non me lo perdonerebbe. Stavo organizzando la mia spesa settimanale, sette giorni a venire, e invece mi ritrovo imprigionata nel tempo svuotato del tempo di un obitorio. Nessun progetto. Da qui posso pensare soltanto al passato. E’ l’unico tempo che mi resta. Ma solo fino a domani. Poi non ci sarà nemmeno quello. Domani andrò al mio funerale.

Mi hanno caricato su un’ambulanza del 118. Il medico, un bel ragazzo sulla quarantina, mi ha sottoposto a uno sbrigativo esame tanatologico. Il mio stato non lascia dubbi ma è la legge. Ha misurato funzioni cerebrali e battito cardiaco. Poi mi ha infilato un termometro nel culo. Cuore e cervello morti. Temperatura corporea 22 gradi. Ipostasi sulle spalle e la schiena. Ha redatto il mio certificato di morte. Un lavoro in meno per i medici dell’ospedale. Abbiamo attraversato la città e le sue buche, a sirena spenta. Erano quasi le dodici, il traffico infernale. Il conducente ha lanciato un paio d’imprecazioni. Qualche sciacallo si è infilato dietro il culo del nostro varco estorcendo lo stesso diritto di precedenza. L’ambulanza si è arrestata nel cortile dell’ospedale più vicino.Il Loreto Mare. Mi sono sentita una star. Mai attirata tanta attenzione in tutta la mia vita. Parenti dei ricoverati che attendevano l’orario delle visite, personale di servizio in camici bianchi e pausa caffè e una guardia giurata- aria sfrontata di chi sa il fatto suo, sopracciglia e torace depilati- mi hanno accerchiata in uno scomposto capannello. Il lenzuolo sulla mia faccia è stato un segnale inequivocabile. Qualcuno ha chiesto quanti anni avessi. Qualcun altro di che cosa fossi morta. Una donna anziana e con i capelli stinti di giallo e raccolti in una coda, si è fatta il segno della croce. Due portantini mi hanno traslocata dalla barella dell’ambulanza a quella dell’ospedale. Insieme al medico che ha registrato il mio decesso, mi hanno catapultata al pronto soccorso. Bisognerebbe concentrarsi sui vivi, finché si è in tempo. Il mio caso è sbrigativo. Niente consulti, flebo o terapie. Soltanto l’applicazione di un protocollo, l’espletazione di una formalità burocratica, una sequenza di azioni in una sorta di catena di montaggio per prodotti di scarto. Comincio il trattamento finale. Il medico del 118 chiede del medico di guardia. Si salutano con una stretta di mano e parlottano a bassa voce. Quello del 118 consegna un foglietto al collega dell’ospedale. E’ il certificato con il quale dichiara di aver constatato la mia morte. Firma dei documenti e, congedadosi dal collega, sparisce con i due portantini. Un’ infermiera giovanissima e con gli occhiali, faccia congestionata, aria smarrita e e ciglia allungate di mascara, impugna delle grosse forbici. Sento la lama gelida infilarsi tra la pelle e la stoffa, il battito cardiaco accelerato della ragazza. E’ una tirocinante, lo desumo dal cartellino appuntato sul petto. Frequenta ancora l’università. Sarà alle prime esperienze. Succede sempre così, anche negli ospedali, il lavoro sporco e meno nobile spetta ai novizi. La forbice scorre decisa lungo gli indumenti inzuppati di sangue. Se anche sgarrasse non importerebbe. Un morto non può più sanguinare. Mi sbarazzano anche del reggiseno e delle mutandine. Finiscono in una pattumiera, “rifiuti speciali”. Me li ero regalati neanche due settimana fa, pizzo azzurro e fiorellini blu. Brandelli dei miei colori preferiti trasformati in scarti, frammischiati a merde varie e sangue raggrumato di un bidone. Un’altra infermiera m’infila uno zaffo nel culo, prende un lenzuolo puzzolente di disinfettante e mi copre dai piedi alla testa. Resta un alluce scoperto. Nessun fraitendimento, il mio nome ora è “cadavere”. E’ la sintesi anonima della mia nuova identità. Quella finale. Due barellieri mi portano via. Riattraverso il corridoio fuori dal pronto soccorso. Di spalle alla vita. Le rotelle rombano minacciose sul lineum. Aprono un varco assordante tra urla, pianti e avvicendamenti di un’umanità disgraziata e sanguinante. M’infilano in un ascensore. Cinque piani a scendere e una porta: Obitorio.

Entriamo. E’ la prima volta. Un obitorio si vede con il naso. C’è un odore marcescente insopportabile. Ha lo spessore di una materia vomitevole e visibile. E’ denso, penetrante, così schifoso che annienta e prevarica gli altri sensi. E’ una sostanza, densa, grigia, prepotente. Soffoca, inghiottisce e schiaccia ogni cosa, rumore, colore, qualsiasi altro odore. Striscia e spadroneggia famelico fuori e dentro le cose. Imprigiona e possiede i sessanta metri quadri dell’ambiente, le quattro tavole d’acciaio per l’avvicendamento degli ospiti, la calce scrostata alle pareti, i sei loculi a muro, la luce smorta e acida di due grandi neon grigiastri, persino un crocifisso smilzo e polveroso alla parete. E’ il ristagno della morte, la pervasiva sedimentazione olfattiva di quanti mi hanno preceduta. La schifosa essenza finale di ogni essere. Di quella giovane donna con il sorriso splendido che ha fatto impazzire centinaia di uomini. Del vecchio pervertito che adescava bambini. Del figlio della tua vicina di casa morto prematuramente. Degli occhi di un amico che hai amato tanto. Dell’uomo che ti ha fatto vendere l’anima al diavolo. Del magnifico fascio di fiori che hai ricevuto per il compleanno. Di te. Di te che hai trascorso una vita a usare deodoranti ascellari e creme alla mandorla, speso centinaia di euro per bottiglie gioiello contenenti profumi alla moda. Rivendica il suo primato sulla vita e le sue ingannevoli essenze profumate. Sul tuo odore. Sul talco con cui tua madre ti incipriava da bambino. Non conosce barriere. S’impossessa e aggredisce ogni tuo andito, orifizio, superficie, di te. Senza nessuna compassione. Senza scampo. Senza differenze. Merda. E’ la conclusione. La sintesi impietosa della provvisorietà. A tutte le latitudini. E qualsiasi sia la misura del tuo conto in banca. L’obitorio ne è il regno inespugnabile, senza troni, né arredi. Mancano anche le sedie. Ci sono solo posti in piedi. La passerella di un cadavere dura lo stretto necessario, quello di una procedura burocratica. Non ci sono neanche corridoi o comunicazioni con altri ambienti. Se entri in un obitorio sei in un luogo finito. Non puoi proseguire da nessuna parte. Ci arrivi e basta. Non devi neanche trovare la strada, ti ci portano. Senza nessuno sforzo o intervento della volontà. Mancano anche le finestre e gli estintori, né è prevista l’uscita di sicurezza. I morti sono già morti. Restano al di là di qualsiasi catastrofe.

I barellieri mi sollevano dalla barella a un sudario. I miei cinquantaquattro chili , divisi in due, agevolano il compito. Sono nuda. Questo non ha nessuna importanza, così come il mio genere. Non sono più una donna e nessun uomo, salvo che non sia affetto da una devianza sessuale, proverebbe interesse per un cadavere. I due agiscono all’unisono, contano mentalmente. Uno, due, tre. Fanno tutto senza dire una parola, con la destrezza che concede l’abitudine. Mi trasferiscono sul primo sudario a sinistra, testa rivolta verso il muro, piedi in avanti, verso l’uscita. E’ leggermente inclinato verso il basso e, all’altezza del bacino, ha un piccolo canale di scolo. Davanti, in corrispondenza dei miei piedi , c’è un secchio d’acciaio. Serve a raccogliere la colatura dei miei visceri, quando lo zaffo non sarà più sufficiente a tenermela nel culo. Uno dei due addetti verifica che sia in corrispondenza della scanalatura. L’altro mi adagia le braccia lungo i fianchi e, tranne il viso, mi copre con un lenzuolo.. La pantomima prosegue. E’ il protocollo del mondo. Sono lo spettacolo della morte. La mia. L’ultima rappresentazione di me stessa, l’anticipazione di quanti mi vedranno. Un’immobile, pestilenziale smorfia dolorosa. Senza lacrime. Né applausi. Senza Dio. Data in pasto agli altri. L’immutabile epilogo finale di quanti restano, di quanti nasceranno. Anche tra un milione di anni. Senza variazioni di rilievo. Cambiano soltanto la latitudine e i punti cardinali. Sono un monito, un cartello cereo con scritto: “ Non c’è scampo, neanche se ti asserragliassi nel buco del culo del mondo”. Ho un compito preciso. E mio malgrado. I letti di morte sono il teatro dell’ipocrisia. La gente, facendo i conti con i propri peccati e pensando di redimersi assolvendo quelli degli altri, elegge tutti i morti a santi. Mi guarderanno sussurrando “Era una brava persona”. “Voleva bene a tutti”. Si faranno il segno della croce non vedendo l’ora di filarsela per tornare ai cazzi propri, succhiarsi una sigaretta o farsi una scopata. Una redenzione solo momentanea. Dura il lampo di uno sguado a un cadavere. Il tempo di scoprire l’orologio dal polso e di verificare che si è fatto tardi. E allora, affrettando il passo, esci. Ritorni al tuo mondo risollevato. In fondo quella cosa lì, la morte, è di un altro e non ti riguarda. La vita continua, ti dici rassicurandoti, la mia. E torni a metterlo nel culo a qualcuno. Sono il riflesso del male degli altri. La mia fine è l’ennesima occasione passeggera per redimerli. I morti ci sono tutti i giorni. Plic. Plic, plic. Lo zaffo che mi hanno spinto dentro è inzuppato. Sento le gocce impiastriccairmi, scivolano pesanti dal mio canale di scolo. Si schiantano dense sul fondo metallico del secchio. Serve a non imbrattare il pavimento. I pavimenti degli obitori non si lavano, sono soltanto piani di linoleum concessi all’andirivieni di rotelle su cui transitano cadaveri. La morte è il buco di un culo dal quale sgocciola la vita. Scorre dai tuoi visceri a un secchio, in luoghi mefitici e senza finestre designati dalla lettera S ( sotterraneo, ma andrebbe bene anche la I di inferi) sul pulsante di un ascensore.
Ero appena uscita dal centro estetico. Centocinquanta euro tra tintura, ceretta depilatoria per i baffi e maschera di bellezza. Avevo comprato anche un rossetto nuovo, Rosso Chanel. Mai uscita senza rossetto. Questo non sono riuscita a metterlo, neanche per prova.

Mi è rimasta una traccia di quello rosa messo stamattina. Prima di uscire, ogni mattina della tua vita, temporeggi davanti allo specchio. Valuti la gradevolezza del tuo aspetto, infili il cappotto, prendi la borsa, le chiavi di casa. Ti chiudi la porta alle spalle. T’allontani dal portone con i diavoli al culo. Consumi l’ennesima giornata. La sera, dopo cena, in attesa che la noia raggiunga un livello sufficiente a spingerti a letto, ti destreggi tra lo zapping con il telecomando e il controllo del tuo cellulare. Rimetti lo smart-phone in carica, ricontrollando per l’ennesima volta che non ci siano nuovi messaggi. Poi ti trascini in bagno. Prendi lo spazzolino elettrico, schiacci il tubetto di dentifricio, ti lavi i denti. Controlli allo specchio che siano ben puliti, inveendo contro gli schizzi di dentifricio che lo hanno punteggiato. Programmi la sveglia. La posi a destra, sul comodino. T’infili sotto le coperte. Pensi a quella spiaggia che è vicino casa tua. Ti basterebbe un’ora d’autobus. Ci andrò, la prossima settimana. Te lo ripeti da un bel po’ di settimane. Ma sì, ci andrò, prima o poi. Ti addormenti e anticipi l’ennesima giornata di merda che introdurrà quell’allarme, visualizzando l’immagine del braccio che allungherai per disattivarlo. Non ti sfiora neanche l’andito più nascosto del cervello che potrebbe essere l’ultima volta che l’azioni. Che l’indomani risuonerà dal comodino fino all’esaurimento delle batterie. Che non ci sarà più una “settimana prossima”. Certo, alla morte ci hai pensato. Ti ha investito la faccia e scosso l’anima quella volta che hai guardato un cadavere. Sotto il legnoso perimetro di un feretro hai visto la tua anticipazione. Siamo la nostra morte sulla faccia morta e nelle bare degli altri. Ma la scacci continuando ad azionare la sveglia, a fissarti nell’immagine del tuo dito mentre esercita una rabbiosa pressione per zittirne l’allarme. Usi la presunzione del verbo rimandare, in un tempo senza declinazioni. Lo fai soprattutto per le cose più piccole, quelle che pensi che stiano là e che puoi prenderti quando vuoi, in attesa di quelle “grandi” e che seguiranno la stessa sorte delle altre. Sei cieco, presuntuoso, uno stupido condannato nel braccio della morte, convinto e illuso che farai grandi cose, rassicurato da quel verbo spocchioso e cieco che è “rimandare”. Domani andrò al mio funerale. Insieme al verbo “rimandare”. Se almeno potessi fumarmi l’utlima sigaretta.

 

Veronica de Gregorio

 

 

 

 

 

© Riproduzione Riservata
Tags
Commenti

Libreriamo

Un luogo libero dove mettere alla prova il proprio talento di scrittore attraverso la pubblicazione di storie brevi. Un’opportunità per gli appassionati scrittori di mettersi alla prova e dare visibilità dei propri lavori a lettori e case editrici. Clicca qui per partecipare attivamente con i tuoi racconti brevi e condividerli con gli altri.

Utenti online