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Sei cresciuto – racconto di Marta Saviotti

Sei cresciuto - racconto di Marta Saviotti

Prendi il cucchiaio, ecco vedi la minestra è pronta..no tranquillo c’è la bistecca impanata e la maionese.
È ora di cena, momento delicato, i sapori, gli odori, la fame tutto concorre a una esasperazione sensoriale che a volte non tieni a bada e allora si scatena il mostro, si scatena l’autismo. Urla, botte in testa date con le nocche cosi forte che si sente il rumore che mi arriva diritto al cuore e si trasforma immediatamente in dolore allo stato puro, il dolore dell’impotenza.
Occorre mantenere la calma, uscire dalla stanza e sperare che passi tutto presto, una volta che ti sei calmato, infilarti in un’altra notte e riuscire a sopravvivere anche oggi.
Da piccolo eri dolcissimo, avevi gli occhi teneri e le sopracciglia lunghe, occhi da Bambi li definì una terapista di Napoli, una delle tante, non ricordo neppure più il suo nome..quante ne hai, ne abbiamo avute?.. e i primi anni ogni volta c’era la speranza che qualcosa si sbloccasse, che riuscissi ad acquisire qualcosa.
Ore spese in terapia, soldi, tanti soldi e una relazione che partiva sempre tra me e la terapista, fatta di racconti, di dinamiche nostre, abitudini acquisite o altro. E c’era sempre un po’ di speranza.
Tu andavi, come sempre, ad alti e bassi, ma eri piccolo, tutto sommato gestibile, un capriccio veniva presto dimenticato sia da te che da me.
Eri un bimbo sereno, silenzioso e sorrido perché l’aggettivo non può essere più adeguato.
Le giornate passavano intense, tra la casa, le commissioni, la spesa, tu e le tue sorelle di uno e tre anni più adulte.
Se penso a quegli anni ora mi chiedo: ” ma come ho fatto?” eppure ero forte, piena di energie e con la voglia di fare, conoscere, di bere la vita. Ho sempre cercato di ritagliarmi uno spazio mio “la mia sopravvivenza ” fatta di libri, pensieri, film ma anche aperitivi e chiacchiere, risate e fughe fuori città , cose così, semplici ma che mi ricaricavano e davano un senso anche alla quotidianità .
Eppure diventavo ogni giorno insofferente verso il prossimo ma non al prossimo in generale ma alle mie colleghe, cioè alle altre mamme che avevano situazioni normali, gestioni che a me parevano semplici e che si lamentavano di cose che io non potevo capire.
Le evitavo fuori da scuola quelle poche volte che andavo a prendere le bambine, perché presto sarebbero diventate indipendenti, prima di tutti gli altri.
Ricordo momenti anche sereni, addirittura bellissimi, noi tutti in vacanza, in giro per l’Europa sempre per quella cosa di prima, quella fame di vita che mi faceva progettare viaggi a Parigi, Barcellona, Londra, Amsterdam, Siviglia o Madrid. Li trascinavo nei musei convinta che qualcosa
sarebbe rimasto nelle loro testoline ed era bello esplorare le città insieme e fermarsi al ristorante o fare un piccolo shopping.
Cercavo, e a periodi vi riuscivo, di dimenticare il mostro.
La forza e l’incoscienza che avevo, che avevamo era formidabile; come quella volta che siamo partiti per la Spagna con te che ti eri appena rotto la mandibola dopo una caduta disastrosa dal terrazzo della cucina per inseguire un filo sottile che vedevi solo tu.
Andare via ogni tanto mi ricaricava, mi riempivo la testa e gli occhi di cose nuove, mi faceva sentire parte del mondo e l’energia che ne traevo da quei brevi soggiorni era impagabile.
Sei cresciuto, nel giro di un anno sei cambiato fisicamente e anche caratterialmente e il mostro ti ha reso più rigido, più intollerante…la mia, la nostra vita è di colpo cambiata. È subentrata la paura, a volte il terrore perché se qualcosa andava storto secondo i tuoi parametri improvvisamente si cadeva in un frullatore di tristezze, dolore e impotenza.
La cosa peggiore però è stata il crollo della speranza.
Sentivo che non potevo più sperare in cambiamenti positivi, nonostante la psicoterapeuta mi ripetesse come un mantra che tutto cambia sempre, tutto è in trasformazione.
Cosa mi è successo? Dove è finita la guerriera che ho dovuto estrarre dal mio corpo con le unghie e con i denti?
Eppure senza speranza non si vive
Ricaccio le lacrime indietro, respiro e vado avanti.

Marta Saviotti

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