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Confessioni di un Fantasma – Racconto di Vittoria Liotti

Confessioni di un Fantasma - Racconto di Vittoria Liotti

Non mi aspetto che mi crediate.
Storie come queste se ne sentono di continuo, non sono reali.

Servono solo ad attrarre le persone o a fare da sceneggiatura per i film. Si sa che non sono reali. Chi mai potrebbe credere ad una storia come questa? Nessuno naturalmente. E non sono nemmeno originali. Sono noiose, contorte e senza nessun fondamento scentifico. Ma non questa. La storia che sto per raccontarvi riguarda un fatto che mi accadde qualche anno fa e che ora sono pronta a rivelare. Poco dopo la morte di mio nonno Dominik, subito nacquero problemi relativi a l’eredità. Due splendide case, una ad Amburgo e l’altra a Colonia. La prima venne data ai miei zii, la seconda venne data alla mia famiglia. Fui felice inizialmente, ma poi scoprii con disappunto che la casa a noi ceduta era pessima e del tutto fatiscente. Secondo mia madre ciò non era grave. Un po’ di pulizia e sarebbe tornata nuova. Non ero d’accordo. Ci sarebbero voluti anni per farla ritornare fastosa come un tempo. Per non parlare poi del costo che avremmo dovuto sostenere. Era impensabile. Mia madre però decise comunque di andare a vedere se c’era qualcosa che poteva essere utile o poteva aver valore. Quest’idea mi piacque di più. Magari avremmo trovato degli antichi cimeli da poter rivendere. Decisi di andare io stessa a controllare. Dopo un accurato esame di tutte le stanze non trovai granché d’interessante. Ma c’era una stanza che ancora non avevo visto. Era chiusa a chiave ma dallo spioncino mi pareva di aver visto degli scatoloni.

Magari pieni di cose costose, o magari solo cianfrusaglie. In ogni modo ero troppo curiosa per andarmene senza controllare. Sfondai la porta, non fu difficile. Davanti a me vidi tantissimi scatoloni che riempivano tutta la stanza, e a destra c’era una poltrona. Iniziai ad aprire il primo scatolone, e come pensavo trovai solo cianfrusaglie. Ma scavando sempre più, la mia attenzione cadde su un diario. Confessioni di Wilbert Günther. Chi diavolo era questo Wilbert Günther? Avevo ancora un po’ di tempo perciò decisi di darci uno sguardo. Magari era un nostro parente sconosciuto. Avrei voluto sedermi su quella bella poltrona e leggere se solo non fosse stata ricoperta di ragnatele. Stetti in piedi ma qualcun altro si sedette. A questo punto crederete che io sia pazza o semplicemente che me lo stia inventando, ma posso giurare che fosse reale. Qualcuno era seduto li e mi stava fissando. Per qualche secondo restai immobile. Chi era? Come aveva fatto ad entrare, e soprattutto, come diavolo era vestito? Che fosse un attore travestito per girare un film? Il soggetto in questione era vestito da ufficiale tedesco, a giudicare dall’uniforme pareva fosse della Seconda Guerra Mondiale. Pensavo fosse uno scherzo ma non era così. Ci tengo a riportare le esatte parole della conversazione che ebbi con lui.
– Chi siete? – mi chiese lui.
– Chi sono io? Chi sei tu?
– Questa è casa mia, vattene
– Questa non è casa tua, è la casa di mio nonno, beh era, ora è mia.
– Non credo proprio, e adesso vattene.
Poi non lo so cosa accadde esattamente, borbottò qualcosa di minaccioso e provò a spingermi fuori dalla stanza, ma non ci riuscì. Le sue mani oltrepassavano il mio corpo. Esatto, era un fantasma. O almeno credo, era l’unica cosa che riuscii a pensare. Mi scappò un urlo, ma non ero spaventata, dopo tutto cosa mai avrebbe potuto farmi un fantasma?
– Sei un fantasma?
– Sono Wilbert Günther, Capitano Wilbert Günther.
– Per questo sei vestito così?
– Si, ora dammi quello che hai in mano e vattene.
Ma certo! Questo era il suo diario, le sue confessioni.
– Vorrei leggerlo.
– Assolutamente no.
– Perché no? Le confessioni si scrivono perché poi qualcuno le leggerà. E io voglio leggerle.

Signori, lessi l’intero diario, non so nemmeno quanto tempo passai li, quasi mi dimenticai della sua presenza nella stanza. Non serve nemmeno che io vada nei dettagli, le confessioni riguardavano lui e le sue malefatte. Le malefatte di un crudele nazista che uccise a sangue freddo centinaia di persone. Il mio istinto fu di chiudere il diario e di andarmene, ma restai. Con aria di sfida lo guardai cercando di capire come un uomo potesse arrivare a tanto.
Nessuno lo aveva mai letto prima. Mi rivolse la parola, la sua voce era quasi tremante, santo cielo, stava piangendo. Possibile che avesse la capacità di piangere? Si stava forse pentendo? Ebbene si, il suo era un pentimento, si pentì di ciò che aveva fatto, è incredibile. Piansi anche io, non so nemmeno perché. Per persone come lui non si deve piangere, ma cosa avrei dovuto fare. Si stava pentendo, una parte di me avrebbe voluto insultarlo nel peggiore dei modi ma l’altra invece lo compativa. È un atto così umano il pentimento, che dovrebbe solo essere accolto, da chiunque venga fatto. È un atto nobile, una virtù, di certo non ricompensata secondo le vie del mondo, ma al suo avvicinarsi, tutte le migliori e più nobili qualità nel cuore degli altri sono pronte ad andarle incontro, a patto che sia pura, semplice e spontanea.

Vittoria Lotti

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