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Come si muta il desiderio in amore? – racconto di Camilla Costa

– Come si muta il desiderio in amore? – chiese un giovane uomo a sua madre. La cena si stava freddando nel piatto.
– Secondo te? Prova a pensarci – disse lei invitandolo a mangiare.

Lui infilò in bocca il primo cucchiaio di minestra. Una di quelle minestre che amava tanto, fatta con farro, orzo e patate, amalgamate alle giuste verdure. Uno di quei sapori che conosceva bene, ma che ogni volta che lo ritrovava sembrava la prima volta. Una minestra cotta a puntino, con sopra una spruzzata di parmigiano. A guardarlo, sembrava nevicato in quel piatto. La superficie della pietanza era simile a un campo semi-innevato, come i campi della pianura che il giovane uomo era abituato a vedere da ormai troppi anni. Per molto tempo aveva tenuto un posto riservato nel cuore. Insieme al mare, che amava già da bambino, c’erano due occhi dello stesso colore: il colore del mare in tempesta. Due occhi che a dire il vero gli ricordavano l’intensità delle onde un attimo prima di frantumarsi sugli scogli. Due occhi che poi, a ripensarci, non erano poi tanto azzurri, ma verdi, di un verde mare, appunto.

Quella sera, al giovane uomo fu facile capire che al mondo, proprio come le onde che aveva preso a ricordare con tanta enfasi, c’è sempre qualcuno che viene e qualcuno che va. Qualcuno che arriva non atteso e qualcuno che sparisce senza lasciare traccia. Questo succede ovunque, in una grande città come in riva al mare. Quando due esseri si incontrano, tutto il loro passato e tutto il loro presente, quello che pensavano di aver vissuto e di vivere fino a un attimo prima, svanisce, non esiste più. Sparisce. Si smaterializza in infinitesime particelle che si perdono silenti nel cielo. In un impercettibile attimo tutto muta.

Ma quel desiderio che suscita in noi chi arriva, o per chi, appena arrivato già ci deve lasciare, si interrogò il giovane uomo, come possiamo capire se mai diventerà amore? Dopo l’ennesimo assalto alla minestra, rifissò lo sguardo nel piatto. Sul fondo era apparso il disegno di un’enorme fiore. Avidamente, senza accorgersene, s’era mangiato tutto. La minestra, ancora calda e fumante, era finita a saziare la sua voglia di sentire lo stomaco pieno. Nell’attimo in cui fece quei pensieri sentì un leggero peso gravargli sopra allo sterno. Per rilassarsi allora ripensò al mare. Pensò intensamente anche agli occhi che aveva lasciato altrove. Sentì di doversi alzare, di camminare per casa. Per prima cosa fece il giro della cucina, poi passò nelle altre stanze. Osservò ogni cosa, dal pavimento ai muri, stanza per stanza. Osservò gli spazi vuoti e gli spazi pieni. Prima di allora non aveva mai pensato come si fa a saziare il desiderio che può diventare amore. Tornato al punto di partenza, non avendo dove altro andare, si sedette davanti al piatto ed entrò nella sua casa interiore: il punto più intimo e profondo di ogni essere umano. Fu lì che immaginò il desiderio di costruire assieme a un altro essere una nuova casa: una casa della felicità. E pensò che avrebbe costruito una casa di due sole stanze: una stanza vera e propria e una stanza d’attesa. L’occhio con un moto circolare e solo apparentemente spontaneo gli cadde nuovamente nel piatto. Fu a quel punto che il giovane uomo pensò che la seconda stanza l’avrebbe voluta grande almeno il doppio della prima. Fu lì, tra la minestra che non c’era più, la rosa sul fondo del piatto, il peso sullo stomaco, i quadri alle pareti e le briciole di pane sul pavimento che ebbe la risposta: riempire, consumare, invadere, costruire senza attese significa uccidere il desiderio di amare un amore desiderato e quindi sopprimere l’amore stesso.

Ecco – ripensò rispondendo alla madre – ora lo so: è nell’attesa che il desiderio può diventare amore. E proprio nell’attesa di perdersi ancora in quegli occhi che gli ricordavano il mare in tempesta, il giovane uomo prese a cullare in sé un desiderio… Perché solo nel vuoto apparente dell’attesa un desiderio può diventare amore.

Camilla Costa

 


 

 

 

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