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Colpita al cuore – Racconto di Renata Sonia Corossi

Colpita al cuore - Racconto di Renata Sonia Corossi

Il castello era circondato da una vera e propria foresta, tanto che il viale d’ingresso, che avrei dovuto percorrere in macchina, non era più accessibile. Scesi, lasciando l’auto appena dopo il grande cancello che con fatica Filippo aveva aperto ed ora cercava di chiudere alle nostre spalle. Aveva nevicato da diversi giorni e proseguire a piedi lungo il grande viale non era proprio facile. Avevo gli stivali ma non dopo-scii, e la pelle ricoperta di neve cominciava a gelarmi i piedi. Filippo mi raggiunse e mi prese per mano sorridendomi, sembravamo due bambini persi nel bosco. Si alzò una raffica di vento con il poco piacevole risultato di far cadere, dai rami degli alberi ancora spogli, la neve sulla nostra testa.
– Elisabetta sembri la regina bianca delle fiabe! –
Scoppiammo a ridere tutti e due cercando di scrollarci la neve dal berretto di lana e dalle spalle.
Finalmente comparve in fondo al viale il castello.
In un certo senso rimasi delusa, mi aspettavo qualche cosa di più imponente, chissà, tipo quello delle fiabe lette da bambina, con le torri svettanti verso il cielo ed un gran portone che si apriva al mio passaggio.
Invece, anche se il notaio aveva parlato di castello a me sembrava una semplice casa, grande ma nulla di più di una casa.
Qualche cosa di strano comunque avvenne: tra il viale e il “castello” si apriva uno spazio molto grande che formava un canale d’acqua ed al centro un ponte.
Come ci avvicinammo per attraversarlo una musica dolcissima ci avvolse. Guardai Filippo abbastanza sorpresa.
– Smettila di vivere nel mondo della fantasia e vedi di atterrare nel mondo tecnologico. Fai un passo indietro.
Ubbidii e arretrai, la musica cessò.
– Cosa succede?
– Sveglia Elisabetta, sveglia, è semplice. Prima del ponte probabilmente c’è una pietra collegata con un comando all’interno del castello, e quando ci si appoggia il piede per proseguire, si sente la musica, in un certo senso è un modo gentile per accogliere le persone ma anche per avvisare chi è all’interno che qualcuno sta arrivando.
– Smettila di chiamarlo castello, guarda, è una semplice grande casa, inoltre disabitata. Il notaio che mi ha consegnato l’atto di proprietà mi ha assicurato che era stato abbandonato dieci anni fa, da quando lo zio era stato ricoverato nella casa di cura.
Filippo mi rispose abbassando la voce e sibilandomi vicino alle orecchie affinché le sue parole mi spaventassero:
– E allora preparati ad incontrare il fantasma dello zio! Ah ah ah ah !
Mi misi a ridere dello scherzo, più che altro per nascondere quella sottile sensazione di freddo lungo la schiena, per me sinonimo di paura.
Davanti alla porta chiusa cominciai a rovistare nella borsa alla ricerca della chiave che il notaio mi aveva consegnato.
Filippo si era appoggiato al muro e mi stava a guardare con quella sua aria di benevole compassione davanti al mio disordine compulsivo, e più lui mi guardava e più io mi innervosivo e non trovavo nulla.
Rovesciai letteralmente a terra tutto il contenuto della borsa ottenendo solo una grande risata da parte di Filippo, che nel muoversi diede una gomitata al portone e questo si aprì.
Rimasi scioccata e indispettita!
Mentre lui entrava mi chinai per rimettere tutto quanto avevo sparso in terra, nuovamente nella borsa e notai, sul tappeto d’ingresso, un foglio di carta ripiegato che Filippo aveva scavalcato.
Mi sedetti a terra a gambe incrociate e lo aprii, era una lettera scritta a mano, con una calligrafia elegante, in corsivo, che ormai si leggeva solo nei libri antichi:
Cara mia piccola Elisabetta,
eccoti nel mio “castello”. Delusa? Ti eri immaginata un’abitazione diversa? Entra, vivila, ama, ridi e piangi in essa, e scoprirai giorno dopo giorno il castello che è. Nulla intorno ad ognuno di noi è veramente quello che vediamo. La realtà è dentro di noi, non intorno. La realtà la creiamo noi ad ogni nostro respiro ed in questo mio “castello”, che ho costruito con amore, in ogni foglia o filo d’erba del mio giardino che ho progettato e curato con amore, sentirai il mio respiro.
Che tu sia la benvenuta,
– Elisabetta, ti decidi a entrare? Adesso ti sei seduta per terra? Stai bene?
Così dicendo Filippo si avvicinò ad Elisabetta e l’aiutò ad alzarsi, senza che essa si accorgesse che la lettera era caduta ed un’improvvisa folata di vento l’aveva fatta volare via.
– Stavo leggendo la lettera dello zio e…
– Quale lettera?
– Caspita! L’avevo in mano, mi deve essere caduta, aiutami a cercarla.
– Per piacere Elisabetta, entra, sei proprio strana oggi.
Poi chiudendo la porta aggiunse
– Ed è strano questo posto: non nevica più, il cielo è sereno, ed ogni tanto arrivano delle zaffate di vento gelido, prima quando eravamo nel viale ed ora che stiamo entrando in casa.
– Filippo! Questa casa non ci vuole!
– La smetti di fantasticare? Vuoi stare con i piedi per terra? Guardati intorno, è una casa bellissima, accogliente, osserva solo questo ingresso e la scala di fronte a te e quell’albero disegnato sul muro, l’orsacchiotto col cappello rosso e la bicicletta… ma tuo zio era un genio, guarda ci sono ancora i suoi cappotti e…
– Filippo smettila! Non ti accorgi che è tutto molto strano? La casa dovrebbe essere abbandonata da almeno dieci anni, la porta non era chiusa a chiave, non c’è un filo di polvere sul tavolino, sulla sedia, sulla bici e…. la scala… vieni sotto la scala, guarda su….. la scala non è finita, la scala non porta a niente….
Filippo questa volta non ride.
Qualche cosa nell’espressione di Elisabetta gli ha fatto capire che non sta scherzando, che in effetti c’è qualche cosa di strano in quella casa.
Si avvicina ad Elisabetta ed alza la testa a guardare in cima alla scala: dopo la prima rampa i gradini hanno una forma ellittica ma, nel salire, si restringono fino a diventare una punta che si perde nel buio.
Istintivamente arretra ed Elisabetta lo segue, si ritrovano in una stanza adiacente con le pareti ricoperte di specchi.
– Filippo guarda, questi specchi non riflettono niente, oltre il vetro è tutto buio e spire di fumo sembra si muovano in un preciso percorso.
– Dammi una sigaretta.
– Filippo ma tu non fumi.
– Ora sì.
Elisabetta gli porge una sigaretta e con mano tremante gliel’accende.
Filippo aspira e poi, avvicinandosi ad uno specchio, soffia il fumo contro di esso.
Una forza misteriosa li sbatte indietro e per fortuna cadono su un comodo divano alle loro spalle.
Una nebbia venuta dal nulla li avvolge e, come in un film, vedono se stessi bambini, non più madre e figlio ma fratelli, amici, piccoli che giocano in un prato verde.
Filippo rimane intontito, la sua mente rifiuta tutto ciò che non è tangibile, mentre Elisabetta è proprio colpita al cuore.
Quante volte ha pensato alle difficoltà del crescere il proprio figlio, in fondo diverso da lei, e con il quale vorrebbe creare un rapporto più sereno, proprio come quello di due fratelli, due amici che giocano insieme.
Filippo scocciato e annoiato, riprende la sigaretta, ne aspira una bella boccata e, avvicinandosi con coraggio al secondo specchio, soffia il fumo contro di esso.
Questa volta pare che non succeda nulla.
Il primo specchio ha perso la sua magia ed Elisabetta gli si avvicina e tocca lo specchio con le sue lunghe dita.
Lo specchio si apre, come una porta e lascia intravvedere la scala dell’ingresso.
Elisabetta ripete ad alta voce una frase della lettera dello zio:
– Nulla intorno ad ognuno di noi è veramente quello che vediamo. La realtà è dentro di noi, non intorno. La realtà la creiamo noi. – Filippo è questo il segreto, è questo il castello. Noi possiamo fare tutto purché ci si creda. I gradini di questa scala li creiamo noi ad ogni passo, in salita o in discesa, secondo quello che desideriamo e la nostra scala ci condurrà solo dove noi desideriamo essere condotti, Vieni, seguimi, non più come figlio, sei grande ormai, forse è giunto il momento di essermi semplicemente amico. Ora dobbiamo solo salire, insieme, quella scala e raggiungere ciò che desideriamo, insieme, non la stessa cosa o nello stesso modo, ma insieme, sempre!

 

Renata Sonia Corossi

© Riproduzione Riservata
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