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Ci siamo persi di vista – racconto di Francesco Foddis

Ci siamo persi di vista - racconto di Francesco Foddis

1

La vecchiaia è dura, ragazzi. Altroché. Specialmente quando la vivi da solo e il tuo lavoro appena concluso ti ha lasciato solo un po’ di soldi in banca e un brandello di vita ancora da vivere.
Sono rimasto vedovo cinque anni fa. Mia moglie è morta di tristezza. E’ morta di paura. Aveva superato bene il cancro che per due anni le aveva fatto conoscere l’inferno. Fisicamente è sempre stata forte. Altrettanto non si poteva dire del suo carattere. Specialmente dopo le cure. Quel via vai di medici, diagnosi, speranze, prese di posizione e stati di rassegnazione l’avevano indebolita a livello mentale. Il corpo reagiva alle cure ma la sua mente no. Cercava di non farlo notare, naturalmente. Il sorriso era quasi sempre presente a illuminarle il volto. Ma i suoi occhi… i suoi occhi riflettevano la sofferenza e il dolore che stava provando. Non si poteva rimanere tranquilli davanti a quegli occhi. Ci si poteva specchiare, davanti a quegli occhi. E specchiandosi si capiva come si potesse essere tanto vulnerabili, quando la natura e le nostre cattive abitudini si univano in un gioco beffardo quanto doloroso.
Lei fumava, si. E tanto, fumava. Più di un pacchetto al giorno. Ma il cancro le venne al colon. Le sigarette, comunque vennero accusate. In quel momento la cosa più saggia da fare era cercare un capro espiatorio. Fu anche la più inutile, col senno di poi. Ma in quel momento si doveva accusare qualcuno o qualcosa. Una risposta semplice e abbastanza logica serviva a lenire i dolori avanzati da una domanda troppo grande per noi. Alcuni mettono in mezzo Dio o chi per Lui. Lei non credeva in Dio. Io non lo so. Chiamiamo Dio tutto ciò cui non sappiamo dare un nome più specifico. Man mano che la scienza fa i suoi passi, Dio assume sempre più connotati ma, allo stesso tempo, perde terreno. Migliaia di anni anni fa, sicuramente qualcuno credeva che qualche divinità creava la luce e il buio seguendo qualche suo schema. Queste teorie furono poi abbandonate con lo studio del moto rotatorio della terra e dell’alternarsi del giorno, della notte e delle stagioni. Non era più Dio a decidere quando sarebbero calate le tenebre. Stessa cosa quando vennero avanzate le teorie sul’ evoluzione umana. Non fu Dio a creare l’ uomo come lo conosciamo. Ma ciò non esclude che fu lui a creare il primo batterio che poi, col tempo si evolse in pesce e poi in essere terrestre. Penso che Dio non decida tutte queste cose ogni giorno. O meglio,penso che le avesse decise una volta all’inizio del tempo, e poi il ciclo si era ripetuto. Per esempio, se un giorno fosse andato in vacanza, il giorno dopo ci sarebbe comunque stata luce, seguita da buio, e gli uomini avrebbero continuato a nascere come li conosciamo. Ma Dio, poi… può andare in vacanza?
Questa è una cosa che mi son sempre chiesto. Soprassediamo.
Mia moglie non credeva in Dio. Io penso che non gli si possano addossare le colpe e i dolori che noi esseri umani ci tiriamo addosso. Due motivi validi per focalizzare il nostro rancore e le nostre speranze su altre cose.
Lei alla fine superò bene le cure, come ho già detto, mai mai più riprese a vivere.
Il suo tempo lo passava a letto. A dormire più che altro. Io dovetti lasciare il lavoro per starle vicino.
Stavamo vicino fisicamente, si. Ma la sua mente era altrove e la mia era ancora più lontana. Due universi paralleli che mai si incontrarono più. Vedere il suo piatto ancora pieno di cibo era la cosa più triste. Aveva perso il gusto per il cibo e per la vita. L’ultimo periodo l’ aveva trascorso attaccata a una macchina. La flebo che la faceva permanere in quella non vita era come una tortura. Per me è per lei. E vederla in quelle condizioni, mi catapultò in un baratro che forse mai sarei riuscito a scalare nuovamente. Un giorno si addormentò per non risvegliarsi più. Io le tenevo la mano. Continuamente. La mia era calda, la sua no. Quanto avrei voluto riuscire a trasmetterle un po’ di quel calore. Quanto avrei voluto strapparle un ultimo sorriso. Non ne ebbi le capacità. Ne io ne tutti coloro che venivano a trovarla. Sostavano al suo capezzale per pochi ma interminabili minuti, e poi, decidendo di riprendere le loro vite, si congedavano mettendomi una mano sulla spalla. Alcuni si abbandonavano anche a un abbraccio. Di cortesia, certo. E che non riusciva a farmi rialzare.
Lei morì e io con lei.
Dopo il funerale i miei giorni passavano lenti, silenziosi e segnati da un vortice di ricordi misti a sentimenti contrastanti. Non volevo parlare con nessuno. Non volevo vedere nessuno. Passavo giornate intere seduto sul letto che l’aveva sopportata per due mesi. Le lacrime non riuscivano a sgorgare. Fui segnato da un apatia simile alla depressione. Le canzoni che ascoltavamo assieme, perdevano di significato. I suoi libri, i programmi televisivi, tutto ciò che le interessava, assumevano un sapore strano, che non era riconducibile a nulla finora conosciuto.
Nei vari dormiveglia che caratterizzavano i miei giorni, gli incubi prendevano il sopravvento e mi svegliavo repentinamente convinto di aver sentito la sua flebile voce che implorava di aiutarla. Puntualmente mi recavo alla sua branda, e li prendevo coscienza della mia esistenza: tristemente ordinata come un letto che non si userà mai più.
I ricordi felici che mi rimanevano si fondevano con quelli tristi. Ogni volta che ripensavo ai nostri picnic in campagna, la scena terminava ogni volta con lei che si sdraiava sul letto e, oltre che la sua anima, faceva dimagrire anche il suo corpo.
Nulla poteva smuovermi. Mangiavo per inerzia. Qualche morso. Ma prima di mettermi a tavola aspettavo finché i crampi non mi facevano addentare il boccone. Volevo provare lo stesso dolore che provava lei. Forse così avrei sofferto le sue stesse pene e avrei capito dove avevo sbagliato. Quale atteggiamento avrei dovuto adottare.
Penso di aver provato tutti i modi per farla rialzare. Gli interminabili discorsi sulla forza e su quanto è bello ritrovare la voglia di vivere. Tutti discorsi che non trovavano risposta, ne forse, attenzione.
Certe volte, entravo nella sua stanza con un gran bel sorriso stampato sulla fronte. Lei il più delle volte rispondeva voltando lo sguardo. Altre volte provava a sfoggiare la faccia più contenta che poteva, che era comunque riconducibile a una malinconia instaurata nel più profondo del suo cuore.
Altre volte, pochissime, provavo a prendere la situazione un po’ più di petto. Le chiedevo con serietà se avesse deciso di morire. La avvisavo che se se avesse mantenuto quell’atteggiamento, non si sarebbe mai più rialzata da quel letto. Da quel maledetto letto. Lei si limitava a non rispondere. Qualche volta faceva una smorfia confusa, dubbiosa. Sapeva di non aver più domande da fare. Ne a se stessa ne agli altri. Alcuni medici mi consigliarono alcuni antidepressivi. Non volli mai proporglieli. Penso di aver fatto bene. Nessuna pastiglia avrebbe mai potuto curare quel male. Quando gli effetti della droga sarebbero svaniti, quelli della tristezza sarebbero tornati più forti che mai.
Non li presi mai neanche io, gli antidepressivi. Perché creare un mondo parallelo dove la merda viene eliminata, quando nella merda io ci sguazzavo. La mia vita era diventata una grande, scura piscina. Non si vedeva il fondo e soprattutto non c’erano scalette ai bordi. Forse non c’erano nemmeno i bordi.
O pensato anche di raggiungerla. Ma poi ragionai sull’eventualità che ci fosse il nulla dopo la morte. Mi sarei trovato ancora più solo. Non avevamo figli e mi balenò l ‘idea che i miei parenti non si sarebbero impegnati granché per il mio funerale. Avrei voluto sparire, evaporare. Non volevo che nessuno si occupasse del mio corpo quando io non avrei più potuto.
La corda, le pastiglie e il gas, comunque, erano sempre li che mi spiavano. E io spiavo loro. Guardavo quegli strumenti. Erano tutte cose pensate per aiutare. La corda può trainare o alzare, ma può anche legare qualcosa. Le pastiglie erano pensate per guarire e il gas serviva a cucinare. Tre strumenti dall’animo bonario, ma che celavano un lato oscuro, che poteva uccidere con facilità. Dovevo solo decidere in che modo avrei usato quegli strumenti. In che modo mi avrebbero potuto aiutare.
Ogni giorno mi alzavo dal letto di mia moglie e andavo a controllare che la corda fosse ancora li, nella cassetta degli attrezzi. Lei c’era. Provavo un senso di morbosa liberazione nel guardarla. Avrei potuto usarla in ogni momento. Stessa cosa con le pasticche per il dolore e per il gas.
Decisi di usare il gas. Preparai due uova al tegamino. Mi scordai di mettere l’olio nella padella. Alla fine mangiai due uova completamente distrutte. Da quelle uova non sarebbe mai potuto nascere un pulcino. E io? Sarei rinato o avrei fatto la stessa fine del pulcino. Distrutto e attaccato alla padella come una vittima che per qualche motivo prova empatia per il suo carnefice.
Le uova non erano malaccio. Più che per le mia prova culinaria, mi stupì del fatto che dopo mesi avevo riscoperto qualcosa che ormai credevo perso: il sapore. Il sapore c’era. E se quelle uova fracassate potevano avere un sapore, allora anche la mia vita fracassata poteva avere un sapore. Un cattivo sapore si può migliorare con alcune spezie e un po’ di sale. Ciò che non ha sapore, invece, rimane li. Come si può aggiustare qualcosa se non si conosce il problema?
Io il problema lo conoscevo. Era riconducibile al mio carattere, credo.
Alcune persone affermano che non sia possa cambiare il proprio carattere. Una maniera più gentile di dire ‘se siete nati sbagliati, fottetevi’. Spero che queste persone si sbaglino, perché io non voglio sentirmi fottuto.
Quel pomeriggio l’ho passato a casa, come sempre. Il mio passatempo però era cambiato. Normalmente gironzolavo per la casa,da una stanza all’altra, senza meta. Fingevo di ordinare le cose. Sentivo il bisogno di prendere degli oggetti per spostarli in un’altra stanza. Poi decidevo che quella posizione non era più abbastanza consona e allora li spostavo nuovamente. Per due giorni ho tenuto lo scovolino del water a fianco alla libreria. Volevo vedere se fosse cambiato qualcosa. Non cambiò nulla. In quei due giorni non venne nessuno a trovarmi. Per il resto del mondo il mio scovolino era in bagno, li dove doveva stare. E invece no, cari abitanti della terra. Il mio scovolino era vicino alla libreria, e per quei due giorni non ha dato fastidio a nessuno. Non ho notato nessun senso di sottomissione da parte sua. I libri son cultura, mentre lo scovolino si occupa di pulire il water. Ma i fautori della cultura, anche loro sporcano i water che verranno puliti da eserciti di scovolini.
Questo pensiero mi ha portato alla conclusione che nessuno dovrebbe sentirsi inferiore a nessuno. Che tutti, nei propri limiti, sono necessari in questo mondo. Anche io sono stato necessario. A mia moglie. A farla morire. Se avessi avuto un altro carattere, magari sarebbe ancora viva. Se lei avesse avuto un altro carattere, forse sarebbe ancora viva. Ma io che ne so poi? Io non ho mai avuto il cancro.
Quel pomeriggio, seduto sulla sedia della cucina, l’ho passato esaminando la mia immagine riflessa su un cucchiaio. Nella parte concava si rispecchiava la mia immagine al contrario, in quella convessa, invece, appariva nel giusto verso. Ho letto da qualche parte che l’occhio umano vede le immagini al contrario, sarà poi il cervello a riportarle nella posizione in cui siamo abituati a vederle. E se fosse il cervello a sbagliarsi? L’uomo all’inizio della propria carriera pensava che la terra fosse piatta. Naturalmente. La distanza massima della nostra vista della terra è delimitata dalla linea dell’orizzonte. Per noi uomini è una distanza enorme, ma è solo una piccola porzione del globo. La nostra vista non percepisce alcun segno di curvatura terrestre, benché essa sia presente, e il nostro cervello non ci ha mai avvisato di una possibile curvatura. Ricapitolando, rovescia le immagini e deforma le linee estremamente lunghe. Qualcuno potrebbe pensare che ci inganni in qualche modo. Io penso invece che abbia fatto di tutto per proteggerci, infatti i più grandi problemi per l’uomo sono cominciati quando gli europei scoprirono che la terra era rotonda.
Quando mi alzai dal tavolo mi recai immediatamente a far visita alla branda di mia moglie. Mi sedetti per l’ennesima volta e non riuscii a trattenermi. Per la prima volta dopo il funerale e in generale da quando cominciò tutta questa storia, mi misi a piangere. Guardando quel cucchiaio e voltandolo un centinaio di volte per vedermi al dritto e al rovescio, avevo preso atto di essere rimasto vedovo e solo. I giorni in cui tutto era ovattato e fuori da qualsiasi contesto, forse, erano finiti. Avevo avuto finalmente il desiderio di sfogarmi. Piangevo come forse avevo mai fatto nella vita. I singhiozzi quasi mi soffocavano, le lacrime non mi facevano vedere nulla. Meglio. Perché il buio, per me, era la condizione migliore in quel momento. Stringevo il cucino, e poi lo prendevo a pugni. Disfai il letto, lo denudai dalle coperte come un violentatore strappa il vestitino della propria vittima. La struttura che teneva la flebo era ancora li. Fece una brutta fine.
Alla fine avevo gli occhi gonfi di pianto e le mani gonfie di violenza. Entrambi mi dolevano, insieme al resto del corpo.
Dopo quello sfogo il cuore era un po più leggero. Quei pugni, oltre a distruggere le cose materiali che mi legavano al lutto, avevano come cacciato alcuni demoni che ancora vagavano. Non si poteva dire che stavo bene, ma il sentimento predominante era cambiato. Non sembrava più tristezza. Anche lo scovolino del water vicino alla libreria, ora, mi appariva abbastanza stupido. Stavo tornando alla vita reale. Avevo desiderio di riconformarmi con la gente. Avevo bisogno di uscire di casa.
Spalancai la porta che dava sul giardino. Era già buio ormai. Presi una bella boccata d’aria. I miei polmoni, respirarono nuovamente aria fresca. Aveva un sapore indescrivibile, avrei potuto accostarla a innumerevoli aggettivi. Uno di questi sarebbe stato indubbiamente ‘nuova’ . Era aria nuova. Ormai la puzza della casa non la sentivo neanche più, tanto i miei polmoni e il mio naso era abituati. Ora l’aria notturna appariva leggera e frizzante. Sicuramente fu di auspicio a cambiar pagina.
Mi gettai in mezzo all’erba che ormai era altissima. Mi sentii tutt’uno con la natura. Mi bagnai completamente di rugiada e di nuovo sentii freddo. Il mio corpo fu inondato dal Mondo. Il frinire delle cicale che riempivano l’atmosfera, il venticello fresco che mi schiaffeggiava come per svegliarmi da una sbornia colossale, la rugiada che si infiltrava dappertutto. Stringevo l’erba e ne strappavo alcuni fili per portarmeli al naso e respirarne il profumo.
Il cielo quella notte era coperto, ma sapevo che le stelle erano presenti sopra le nuvole e che avrei avuto altre occasioni per vederle. Qualcuno o qualcosa aveva premuto il pulsante che permette di svegliarti e alzarti dal letto la mattina perché sai di avere delle cose da fare. Pensando al mio domani, in quel momento lo vidi ‘impegnato’, pieno.
Rimasi ancora un bel po’ nascosto nell’erba. Poi il freddo si fece sentire sul serio e allora decisi di rientrare per farmi una doccia.
Nonostante non uscissi di casa, ho sempre badato abbastanza alla mia igiene. Certo non mi lavavo tutti i giorni. Avrei dovuto farlo? A volte mi facevo la doccia la mattina, a volte di notte. Non volevo avere orari. L’orario lo vedevo come un dovere. Non volevo avere doveri. Non me li meritavo. Ero in lutto le ventiquattrore di tutti i giorni che mi sarebbero serviti. Pensandoci bene è una libertà un po’ alienante, questa di non aver orari, e forse a me non ha fatto granché bene. O forse si, giovò alla mia situazione. In qualunque caso decisi di volerla accantonare e cominciare a obbligarmi a fare qualcosa entro certi orari. Sotto la doccia decisi che l’indomani avrei pulito casa, avrei aperto tutte le finestre e con loro anche i miei sensi. Ma sopratutto promisi a me stesso che avrei fatto un giro in macchina. Un giro in macchina mi avrebbe fatto molto bene. Ne ero sicuro.

2

Il giorno dopo mi svegliai da solo. Il non caricare la sveglia la notte prima fu una piccola sfida che mi volli porre. Avevo preso l’abitudine di svegliarmi dopo mezzogiorno, così da avere la scusa che fosse già troppo tardi per cominciare qualsiasi cosa. La realtà era che non volevo fare alcunché. La noia cominciava a piacermi. Mi sentivo confortato da quella condizione che mi lasciava libero di non fare nulla, ma allo stesso tempo mi rendevo conto che quella situazione mi stava lentamente uccidendo. Se avessi continuato mi sarei trasformato in un campo arido, dove non avrebbe attecchito più nulla. Dovevo fermare la desertificazione della mia anima. Per questo decisi di impormi un orario. Mi svegliai che erano circa le sei. Mi buttai immediatamente sotto la doccia. L’acqua all’inizio era fredda. Venni pervaso da brividi fortissimi e cominciai a battere i denti. Regolai la temperatura dell’acqua fino a trovare quella giusta. Poi, per curiosità, chiusi il rubinetto dell’acqua fredda tutto d’un colpo. La pelle fu inondata da un getto bollente. Provai a resistere il più possibile, ma dopo pochi secondi fui costretto a uscire. Rientrai in doccia e usai nuovamente la sola acqua fredda. Questa placò la bruciatura che cominciava a farsi sentire. Ne uscii rinvigorito. Indossai un paio di jeans, una maglietta e un maglioncino. Non volli usare le scarpe, nonostante l’estate fosse passata da un pezzo. A piedi nudi misi in ordine e ripulii la casa.
Cominciai dalla stanza di Lei. Riempii alcuni scatoloni con i suoi oggetti personali. Riposi alcune foto, i suoi vestiti, alcuni suoi libri e qualche cd. Mi sbarazzai del suo letto mettendolo fuori in strada. Era nuovo. Qualcuno, sicuramente, l’avrebbe portato via. Tenni l’attrezzatura medica. Nonostante la mia ira, era ancora in buono stato. Da un lato ne fui felice: magari un giorno sarebbe servita a me, quell’attrezzatura; dall’altro mi resi conto della mia inettitudine come distruttore. Chi non sa distruggere, molto probabilmente non sa neanche ricostruire. Riposi quel pensiero nello scatolone assieme alle cose che per ora non volevo usare.
Portai tutto in soffitta. La stanza rimase pressoché vuota, come lo era prima che lei si ammalasse. Era una stanza che avevamo predisposto per un futuro figlio, che non arrivò mai. Assieme alla stanza avevamo riservato anche una parte del nostro cuore a lui. Rimasero vuote entrambe.
Lavai i piatti e misi in ordine la cucina. Cambiai le coperte e le lenzuola del mio letto e sopratutto ordinai le cose che col tempo avevo sparso per la casa. Lo scovolino del water riprese definitivamente il suo posto come guardiano del bagno. Pulire il pavimento fu l’ultima cosa di cui mi occupai. Fu difficile da far brillare. Chissà quante lacrime avrà bevuto.
Indossai un paio di infradito e mi diressi verso il garage. La prima parte del piano, cioè quella di pulire la casa e renderla più adatta al futuro me, era andata a buon fine. La seconda parte consisteva nel riprendere la macchina di mia moglie, io non ho mai voluto comprarmi una macchina mia, dopo tanto tempo e farmi un bel giro. Presi in mano il volante. Lo strinsi in maniera forse troppo forte. Le mani mi tremavano, tuttavia riuscii a girare la chiave. La macchina si accese e io mi spensi nuovamente. Mollai di colpo i pedali facendola spegnere di colpo. Uscì velocemente dal veicolo e mi rinchiusi in casa. Ma che cosa volevo fare? Come potevo cambiare la mia vita con un semplice giro in macchina? Che stupido che sono. Sarei comunque rimasto solo per il resto della vita, quel poco che mi rimaneva. Tanto valeva restare a casa ad aspettarla, la morte. Uno stupido giro in macchina non avrebbe migliorato nulla. Sarei comunque tornato dopo un ora, più annoiato di prima e anche più solo. Rientrai nella sua stanza. Non c’era più il letto. Mi accucciai in un angolo e piansi. Forse più del giorno precedente. Il giorno prima le lacrime sgorgarono perché mi rendevo conto che la mia vita stava prendendo una piega negativa. Il giorno seguente, piansi perché probabilmente non sarebbe mai cambiata. Nella vita ci si ritrova soli per due motivi: o lasci andare o ti lasciano. La cosa buffa è che se lasci andare, la gente prima o poi ti molla, e quando vieni lasciato, incominci a mollare anche te stesso. Senza qualcuno che ti giudica o ti da consigli, si diventa troppo sicuri di se. E questo viene riflesso anche nei nostri comportamenti peggiori. Si può diventare ciechi e esserne orgogliosi, se si è tanto codardi da non voler mettere in dubbio il nostro io. Ci si crogiola nella nostra zona di comfort, imbottita di scuse com’è imbottita di ovatta la cella di un pazzo. A volte, sbattiamo la faccia sulle nostre scuse, ma cerchiamo sempre di non farci troppo male. E chiusi in quell’antro, così familiare, rimaniamo così per il resto della nostra esistenza, convinti del fatto che qualsiasi cambiamento possa portare solo disguidi, mai opportunità.
Decisi di riandare alla macchina. Questa volta accesi con sicurezza e mi immisi in carreggiata.

3

Mentre guidavo, guardavo la gente che passeggiava n giro per la città. Alcune persone avevano i sacchetti della spesa, altre tenevano per mano i propri figli. Uomini, donne e animali da compagnia, riempivano il paesaggio. Alcuni entravano nei negozi, altri ne uscivano. Gente indaffarata che correva a lavoro, altri che, altrettanto lesti, si infilavano dentro il primo bar, desiderosi di un caffè. Vite apparentemente piene, le loro. Molta di quella gente, arrivata a fine giornata, si rendeva conto che il tempo non gli fosse bastato neanche oggi e che ne avrebbero necessitato di più per terminare i loro progetti e poi riposarsi dalla fatica. Alla fine avrebbero deciso di sacrificare il tempo del riposo e usarlo per concludere i loro affari, arrivando poi a casa, nervosi e stanchi, consci del fatto che pure quel giorno avevano lavorato per un altro e non per se stessi.
In quel caso, io ero un privilegiato: non dovevo più lavorare per gli altri, ma solo per me. La cosa triste è che nessuno, di conseguenza, avrebbe lavorato per me.
Quando lasciai dietro di me la città, con quel suo carico di suoni e rumori, gioie e tristezze, amori reali e ipocrisie, mi sentii come liberato. Era molto tempo che non vedevo nessuno, e quella mole di gente, apparsa in maniera così repentina, mi agitò un po.
Ora avevo solo strada libera davanti. Tenevo una velocità moderata, cercavo di mantenere bene la direzione senza sfociare nell’altra corsia. Intanto, mi godevo il paesaggio. Le nuvole del giorno prima non si erano dissipate. Erano li, tutte intente a occultare il sole. Forse lo facevano per me, forse non me lo meritavo il sole. Non ancora.
Nonostante tutto, la strada era bella perché percorreva la campagna. Avevo bisogno della solitaria compagnia della natura. La mia direzione andava verso il mare. Ho la fortuna di vivere in un posto cui la costa e posizionata a circa due ore di cammino, a velocità sostenuta. Io andavo più lento, magari ci avrei impiegato una mezz’ora in più. Non faceva nulla, avevo tempo. A causa della foga non mi portai dietro nessun vivere. In macchina era presente una bottiglietta di una qualche bibita energizzante da mezzo litro. Il contenuto era vecchio e sicuramente aveva un sapore orribile. Pensavo che non l’avrei bevuto per nessun motivo al mondo. Mi sbagliavo.
La mia guida si era arrugginita precocemente. Al volante ero un po’ impacciato, a volte rallentavo drasticamente perché convinto di vedere chissà che sulla strada, e la macchina quasi mi moriva tra le mani poiché non cambiavo marcia, ero quindi costretto a accelerare nuovamente d’un colpo per far riprendere i giri. Mi avesse visto mia moglie, avrebbe sicuramente riso di me. In quel momento non desideravo altro se non sentire di nuovo la sua risata. Accesi la radio per sapere se qualcuno aveva voglia di regalarmi la sua risata. Era da tempo che non ascoltavo le notizie. In questo mio periodo di lutto, non volli guardare la TV, non volli ascoltare la radio e nemmeno avevo voglia di ascoltare i cd. Oddio, i cd meno che mai. Ogni canzone poteva far riemergere ricordi così tanto belli da farmi disperare ancora di più. Decisi di non voler vivere nel passato, tanto meno nel presente. Per quanto riguarda il futuro, di quello conoscevo solo un aspetto. Cioè che l’avrei passato da solo.
Dovetti fermarmi in un automatico a rifornire. Il paesaggio era deserto e anche la stazione di benzina lo era. Non me ne preoccupai. Era plausibile non trovare nessuno in una stazione di servizio. Feci il pieno e ripartii in direzione mare. Alla radio finalmente trovai una stazione che si sentiva bene. Per tutte le altre stazioni, le frequenze erano disturbate. Trasmetteva una canzone suonata da Bob Dylan: Knoking on heavens doors. Una canzone che nulla toglieva e nulla aggiungeva al mio stato d’animo quasi apatico di quel momento. Non riuscivo a passare dalla tristezza più profonda alla felicità, senza prima sostare un attimo nell’apatia. Anche la passività può avere i suoi lati positivi. In quel momento, per esempio, stavo guidando. Sarebbe stato molto pericoloso farmi trascinare dal ritmo rock e scanzonato della musichetta. Magari avrei perso il controllo. Invece no. Continuai tranquillo e concentrato per la mia strada. Facevo bene a dire ‘mia’ perché oltre a me, da un po’ di tempo, non avevo visto nessuno che transitava per quella via. Ne da una direzione ne dall’altra. Non che me ne preoccupai. Con la mia guida incerta era preferibile stare soli che essere causa di un incidente. Anche le nuvole sembravano a un certo punto, voler sgomberare quella strada. Il sole si fece spazio tra i nembi e elargì d‘un colpo tutto il calore che non aveva potuto regalare in quei due giorni di nuvole. Il mio fisico, cominciando a sudare, diede prova di non essere apatico come il padrone. Dovetti azionare il climatizzatore. Non sono mai stato un amante dell’aria condizionata. Ero sempre più propenso a aprire le finestre, quando sentivo caldo, piuttosto che respirare dell’aria artificiale, ma in quel frangente, il caldo era fin troppo anomalo. Anche l’aria sembrava bollire. Sicuramente il mio stato fisico e mentale tendeva a estremizzare le temperature che si dissociavano dai venti-ventidue gradi che caratterizzavano casa mia. Avevo passato gli ultimi tre mesi con una temperatura costante e un odore nauseabondo che non riuscivo neanche più a percepire. Era chiaro che un cambio di temperatura fosse avvertito più che mai.
Grazie al mio tanto odiato climatizzatore, ora l’automobile aveva una temperatura adatta ad un vecchietto come me. Ero sicuro che con quel sole, la strada si sarebbe riempita subito di bagnanti dell’ultima ora. Così non fu. Passarono forse altri dieci minuti e oltre a me non apparve nessuno. Davanti a me avevo solo la prospettiva deformata dal calore di una lunga carreggiata che sembrava unire le sue parallele, prima di scomparire all’orizzonte.
Io continuavo, anche se la situazione cominciava a essere un po’ strana. Ancora una volta, la mia apatia indotta, mi permise di non essere rapito da pensieri troppo fantasiosi.
In mio soccorso si palesò una macchina rossa, di grossa cilindrata. Alla guida vidi un signore con la barba e occhiali da sole che volle regalarmi uno sguardo mentre mi superava. Sicuramente avrà pensato che non fossi il miglior conducente del mondo, anche perché, ma forse mi confondo, vidi un broncio nel suo volto.
Questo signore sicuramente era il primo di una lunga serie. La strada adesso si sarebbe riempita di auto, e se mi ricordo bene, fra un po’ sarebbe dovuta cominciare una serie di curve al cui termine mi avrebbe portato direttamente a fronteggiarmi col gigante blu. La macchina rossa nel frattempo era scomparsa. Quel signore barbuto doveva avere molta più premura di me di raggiungere il mare. Magari li lo aspettava la sua compagna. Lui sarebbe sceso dall’auto e di fronte a un bel tramonto sulla spiaggia si sarebbero scambiati un abbraccio e un bacio. Oppure quel signore era solo quanto me. Forse non c’era nessuno ad aspettarlo. Magari andava li esclusivamente a vedere le onde. O forse… ma perché mi stavo interessando tanto a quella figura? Beh… perché fu l’unica fonte di ispirazione da quando lasciai la città. In mezzora di cammino avevo visto solo quell’uomo. E il sole non voleva placare il suo ardore. Le fantasie sull’auto rossa vennero abbandonate da un impulso ben più impellente. Dovevo fermarmi per fare pipì. Mi fermai accostando al bordo della strada. Aspettare un piazzola di sosta mi sembrava abbastanza stupido, dopotutto ero da solo sulla via. Quando scesi dalla macchina il calore mi investì e quasi caddi a terra. Fu come se un lanciafiamme mi avesse sparato sopra le sue lingue di fuoco. Ho quella che si dice una ‘certa’ età, e non ho quello che si dice ‘un fisico prestante’. Sono un po’ sovrappeso e forse soffro anche di pressione alta. Non ne ho la certezza perché dal medico non ci voglio andare. Pensai fosse meglio tornare a casa anche perché in realtà, io, la strada per andare al mare non me la ricordavo così lunga. Ormai era un po’ di anni che non frequentavamo quella spiaggia: Mia moglie preferiva i picnic in montagna. La pipì per fortuna uscì velocemente. Non vedevo l’ora di tornare alla macchina e poi a casa. Era una giornata troppo calda per me. Avrei fatto quella passeggiata un altra volta. L’ importante era aver avuto il coraggio di uscire di casa e fare qualcosa di diverso. Avevo fatto un passo importante e mi sentivo abbastanza orgoglioso di me. Poco a poco averi ripreso una vita quasi normale. Forse ci sarebbero voluti mesi o anni, o forse non avrei fatto in tempo a far nulla, perché nella vita non si sa mai. Ognuno di noi, a meno che non nasca malato, vive la sua vita spergiurando le malattie, ma queste, prima o poi, arrivano. Nei migliori dei casi vanno via da sole o con una semplice medicina, altre volte ti accompagnano per il resto della vita, privandoti di tante cose, e alle volte non vogliono perdere tempo e ti uccidono nel giro di poco. Mia moglie era sana,vitale e a volte anche un po’ rompi palle. Ma gli volevo molto bene. Era più che amore, ci sentivamo indispensabili l’uno per l’altra. Litigavamo quasi tutti i giorni, per qualsiasi cosa. Io avevo le mie idee e lei aveva le sue. Voleva dimostrare giorno per giorno di poter spaccare il mondo. Cercava di farsi rispettare da tutti e in cambio elargiva sorrisi e battute a tutti. Anche a me, quando non eravamo in lite. Poi un giorno si ammalò e tutto questo scomparve. Sia da parte sua che da parte mia. Entrambi ci sentimmo sconfitti da qualcosa molto più grande di noi, che va oltre la nostra scienza umana. Qualcosa che nessun uomo fin’ora è riuscito a sconfiggere. Naturalmente molti superavano la malattia, come fu per mia moglie. Ma il cancro non si può sconfiggere. E sempre li, che passeggia accanto a noi, a volte in maniera invisibile. Aspetta di prendere qualcuno, e purtroppo ai giorni nostri, le morti di tumore sono giornaliere. Ogni giorno, in tutto il mondo ci son persone che soffrono la malattia o i suoi postumi, e insieme a loro, soffrono famiglie intere che si ritrovano davanti al problema più grande che esista. Se facciamo i conti, magari scopriremmo che la maggior parte delle persone presenti sul globo, hanno avuto a che fare, direttamente o no con delle malattie che uccidono il malcapitato facendolo soffrire tantissimo. E come ogni pena di morte che si rispetti, a volte la sua sentenza si rivolge a persone innocenti. Tutte quelle persone che stanno attente alla loro vita, che non fumano, che fanno esercizio e mantengono una dieta sana, anche loro potrebbero essere colpite da una malattia degenerativa. A volte penso che basti un piccolo trauma anche psicologico, capitato chissà quando, a far scatenare tutta quella serie di eventi interni al nostro corpo che poi sfociano irrimediabilmente in malattia. Qualcuno diceva che l’elisir di lunga vita è la risata. Bisognerebbe ridere varie volte al giorno e concludere tutto con un sorriso. Anche lo stress e la tristezza sono cause di morte. Mia moglie stessa è morta così. E io stavo per cadere nel tranello. Per fortuna sto provando a uscire dal tunnel. Per ora la luce è solo un piccolo puntino in lontananza, ma so che ogni giorno, quel puntino diventerà sempre più grande, sempre di più fino a ritrovarmici dentro in maniera completa. Quello sarà il giorno della mia rinascita felice. Me la prendo con calma, non voglio che quel giorno arrivi troppo presto. Non sono ancora pronto ora.
Mi abbottonai nuovamente e mi girai verso la macchina. In lontananza vedevo un auto che si avvicinava a gran velocità. Era un auto rossa. Man mano che avanzava verso di me, potevo scorgere più particolari. Sembrava di un modello identico all’altra. Una bella coincidenza. Mi passò davanti. Quello che vidi mi fece decidere di tornare a casa immediatamente, perché forse qualcosa non andava. Alla guida c’era un signore con la barba e gli occhiali da sole. Mi rivolse la stessa espressione di prima e scomparve in pochi secondi. Io rimasi allibito. Era la stessa macchina. La stessa fottuta macchina. Come aveva fatto a superarmi nuovamente. Non era tornata indietro, e questa non è una pista, non si può superare qualcuno che sta dietro a te per vari chilometri. Non sapevo che cavolo stava succedendo ma non volevo esserne il protagonista. Entrai in macchina e mi squagliai sul sedile. Girai la chiave e col motore si attivò il climatizzatore. Mi meritavo quell’aria fresca. Avevo anche molta sete. Desistetti da bere dalla bottiglietta, perché se fossi tornato subito indietro, in un ora sarei arrivato a casa.
Non mi preoccupai più della macchina rossa e feci inversione. Il paesaggio non cambiava. Strada dritta da una parte e strada dritta dall’altra. Il sole non sembrava muoversi dalla sua posizione. Tutta questa atmosfera mi inquietava leggermente. Ma sicuramente era solo il frutto della mia immaginazione. Dopo tre mesi rinchiuso a casa ti dimentichi di come è fatto il mondo. Il cervello ti fa dimenticare cosa di bello puoi trovare la fuori. Ed è per questo che non si esce da casa. Perché nulla più sembra un opportunità, ma solo qualcosa che porta disagio. Si ma io adesso a casa ci torno, perché il sole sarà anche la cosa più bella del mondo, ma a questi livelli lo posso anche lasciare agli altri.
Dopo una decina di minuti, la mia attenzione fu nuovamente attratta da qualcosa. Era un uomo al bordo della strada. Poteva essere un autostoppista, forse, o qualcuno che si era perso. Mi volli fermare verso di lui, prima di farlo naturalmente mi assicurai che non fosse lo stesso uomo che guidava la macchina rossa. Fosse stato lui, non avrei esitato a lasciarlo a piedi. La seconda volta che mi superò mi diede come l’impressione che mi stesse seguendo.
Il ragazzo a bordo strada non aveva la barba. Bensì, un volto fanciullesco, quasi femmineo. I capelli erano corti e indossava una giacchetta. La completa assenza di zaini o buste mi diede da pensare. Abbassai i vetri elettrici e gli chiesi se volesse un passaggio. Lo informai della mia direzione, ma lui continuò a guardare dentro la macchina senza dire nulla. Io continuai a chiedergli se avesse bisogno di aiuto. Forse era straniero e non capiva la mia lingua, ma i gesti che feci col braccio per invitarlo sulla macchina, quelli credevo fossero internazionali. Dai tratti somatici, sembravamo appartenere alla stessa etnia. Rialzai il vetro e me ne andai sempre più sconfortato. Quello che doveva essere un viaggio tranquillo che mi avrebbe portato a rinfrescare i pensieri davanti al mare, si stava trasformando in uno strano sogno di cui non capivo il significato, se mai ce ne fosse stato uno.
Magari era un persona malata, avrei dovuto caricarla in macchina e… e poi? Dove l’avrei portata? Non avrei potuto farla venire a casa con me. Uno sconosciuto che neanche prova a trasmettermi o a farmi capire qualcosa? Forse stava li per il semplice fatto che gli piaceva il posto. Esistono tanti pazzi al mondo che fanno cose strane, e poi, quando ne incontriamo uno che fa una cosa anche abbastanza normale, come guardare la strada, ce ne stupiamo e vogliamo per forza aiutarlo. Sicuramente stava bene li da solo. Il suo sguardo dopotutto non era sofferente. Sembrava abbastanza tranquillo. Se avesse avuto bisogno di aiuto si sarebbe fatto capire.
Tutto ciò per costruirmi un alibi, sicuramente. Avrei voluto aiutare quella persona ma non avrei saputo come.
Riaccesi la radio. La spensi subito. Di nuovo Bob Dylan. Il motivetto era lo stesso di prima. Non cercavo una canzone del genere in quel momento. Volevo solo tornare a casa. La passeggiata non mi stava piacendo. Ora mi rendo conto che pessima idea fu la mia.

4

La strada non cambiava mai, il sole non accennava a distogliere i suoi raggi dalla mia macchina, avevo sete e fame e stavo cominciando a agitarmi.
Ero nervoso il cuore mi batteva e cominciavo a pensare di essermi perso. Ero sicuro di non aver preso strade diverse da quella su cui mi ritrovavo ora.
Dietro di me apparve nuovamente la macchina rossa. Quella maledetta. Questa volta avrei potuto provare a tagliargli la strada. Dovevo sapere chi era quell’uomo e perché mi stesse seguendo. La macchina rossa era lontana, e sembrava non avvicinarsi alla mia. Forse aveva rallentato. Decisi di fermarmi in mezzo alla carreggiata. l’avrei aspettato per un po’, e poi quando si fosse avvicinato abbastanza gli avrei tagliato la strada. Avrei provocato un piccolo incidente, beh almeno speravo fosse piccolo. Mi fermai ma non spensi il veicolo, così da poter usufruire dell’aria condizionata. La bottiglietta con l’acqua stantia mi aspettava. Potevo resistere ancora un po’. Avrei dovuto bere, certo. Ma bere quella cosa mi avrebbe fatto certamente più male che bene.
La macchina rossa non sembrava avvicinarsi. Scesi dalla mia e guardai bene. Era li, cazzo. Non poteva essere un miraggio. Il calore che veniva sprigionato dalla strada ne deformava i tratti ma era lei. Perché non si avvicinava? Che si fosse fermata? Il sole mi fece perdere le ultime forze. Dovetti rientrare in macchina. Decisi di ripartire. Fanculo la macchina e l’uomo fermo a bordo strada. Dovesse ricapitarmi a tiro, giuro che lo investo.
Dopo altri dieci minuti di strada uguale, mi resi conto che qualcosa realmente non andava. Che posto era quello? Perché ero solo, perché il tempo non sembrava passare? Ero diventato pazzo? Cioè tutto ciò che stavo vivendo poteva essere un sogno o un allucinazione? Magari in realtà stavo a casa, sul letto a delirare? La sete, almeno quella sembrava reale. La disperazione fa fare cose che uno non vorrebbe mai. Mi fermai nuovamente. Dovevo bere da quella bottiglietta. Era una bevanda energetica che mia moglie aveva comprato tempo addietro. Poi lei si ammalò e ci dedicammo ad altri problemi. La bottiglietta rimase in macchina a macerare. Fosse stata sigillata, magari sarebbe ancora bevibile, però fu aperta e conseguentemente andò a male. Nel fondo si depositò la polverina che originariamente dava il sapore alla bevanda. Feci molta attenzione a non mescolare il contenuto. Avrei bevuto solo l’acqua, magari non aveva il sapore che mi aspettavo. Il sapore era molto peggiore. Un calice di acqua di fogna forse, sarebbe stato più invitante. Dovetti però ingoiare il contenuto. Una parvenza di arancia rancida mi bruciava il palato e il retrogusto indefinibile mi provocava il vomito. Consumai tutta la bottiglietta. Sul fondo, la melma giaceva collosa. Almeno un po’ di liquidi li avevo assunti. Forse sarei riuscito a placare la sete fino al ritorno a casa. Mi rimisi alla guida, con poche speranze. Ormai ero stanco. L’unica nota positiva era che il sole, finalmente, cominciava a tramontare. Nonostante il disagio cui ero sottoposto, per un attimo dimenticai tutto, e concentrai la mia attenzione verso lo spettacolo che il cielo aveva voluto regalarmi. La macchina rossa era ancora dietro di me. Non ripartii. Spensi il motore e mi accasciai sul volante, abbandonandomi nuovamente al pianto. Il clacson suonava a ogni movimento della mia testa.
La stanchezza fu tale che mi addormentai.
Quando ripresi coscienza, la luna illuminava la mia auto. Mi girai indietro e notai un paio di fari in lontananza. Nel cielo non c’erano stelle. Non capii se fossero coperte dalle nuvole o se in realtà il cielo ne fosse sprovvisto. La luna in compenso era grandissima. Mi sembrava molto più grande di tutte le volte che mi ero fermato ad ammirarla. Il satellite era tanto grande, quanto la sensazione di paura e instabilità che mi attanagliava. Non sapevo che fare. I crampi allo stomaco erano insopportabili, sentivo che sarei morto di li a poco. Volevo uscire da una situazione negativa, e mi ritrovavo in una pessima. E anche questa volta pareva non ci fosse via d’uscita. Il freddo era insopportabile. Il maglioncino che prima ero stato costretto a togliermi, adesso risultava insufficiente. Presi le foderine dei sedili e con quelle cercai di coprirmi come potevo. Riaccesi la macchina, stavolta per usare l’aria calda. Mi rimisi in cammino. Sapevo che non aveva senso, ma almeno tenevo la macchina calda. Provai a riaccendere la radio. Nessuna stazione prendeva il segnale. Tutte proponevano la loro compilation di suoni metallici. Sembravano messaggi che provenivano direttamente dallo spazio profondo. Signori alieni, se questo è uno scherzo, vi prego, fatelo terminare subito. Cambiando stazione radiofonica, la situazione non migliorava. Non trovavo nemmeno più Bob Dylan. Mi avrebbe fatto compagnia in questo momento.
D’un tratto, l’immagine di mia moglie comparve nella mia testa. Era bella felice e i suoi occhi riflettevano una gioia di vivere che forse si ha solamente nell’età fanciullesca. Era vestita da sposa. Volli seppellirla col suo vestito da sposa. Magari può sembrare grottesco, ma nei miei pensieri aveva un significato. Ve lo spiego: quando morirò anche io, vorrei che qualcuno si prendesse la briga di vestirmi con un abito elegante, cosicché, se mai dovessimo rincontrarci in un ipotetico paradiso, saremmo pronti a sposarci nuovamente, consci del fatto che da quel giorno, nessuna malattia ci avrebbe mai più separato.
E’ sempre imbarazzante, quando dopo anni di matrimonio, ci si riprova il proprio vestito nuziale. Salvo alcuni casi, questo risulta sempre troppo stretto e non ci si capacita del fatto che anche solo dieci anni prima, in quel vestito ci entravamo comodamente. Quando vestii mia moglie col suo abito da sposa, questo le stava addirittura largo. Aveva perso molti chili. Per me, quel momento non fu imbarazzante. Avrei voluto vederlo stretto, quel vestito. Invece lei era più fine e delicata della seta.

La macchina era finalmente calda, tanto che potei togliermi le foderine dalle gambe. La benzina andava terminandosi. Mi sarebbero rimasti si e no altri cinquanta chilometri,sempre che avessi mantenuto una velocità bassa. Benzina per cosa poi? In quel luogo maledetto, i miei cinquanta chilometri di autonomia erano una distanza irrisoria. La strada non sembrava terminare mai. Mia moglie, in macchina teneva una corda. Serve sempre una corda in macchina per trainare o farsi trainare, o uccidersi se ci si ritrovava in una situazione come la mia. La figura della corda tornava prepotentemente nei miei pensieri. Di questo passo, se non mi fossi sbrigato a decidere o se la situazione non fosse cambiata repentinamente, la corda non l’avrei usata nemmeno stavolta. Per il semplice fatto che sarei morto di morte naturale, sempre che una morte di stenti, bloccato in un paesaggio totalmente astratto come quello in cui ero capitato, si potesse considerare naturale.
Il culmine della pazzia arrivò quando i fari illuminarono nuovamente la figura al bordo della strada. Lui era sempre li. carnagione perlacea e tratti delicati. Guardandolo con il riflesso della luna, non capivo se fosse maschio o femmina. Anche i vestiti sportivi che indossava erano unisex.
Scesi dal veicolo e mi diressi verso di lui. La figura, come prima, si limitava a guardarmi e tacere. Lo strattonai. Non sopportavo quella persona. Avrei usato le mie ultime forze per dargli un pugno. Naturalmente non lo feci. Non riuscii a sfogarmi contro di lui, chissà poi se fossi riuscito a fargli male, o se lui si fosse animato e mi avesse reso il colpo.
l’unica cosa che feci, fu quella di inginocchiarmi davanti a lui e chiedergli di darmi qualche segnale. Mai come in quel momento avevo avuto bisogno di una figura umana che si comportasse normalmente. Ore e ore passate in una strada deserta, senza il conforto morale del reciproco aiuto. Quando stiamo da soli, perché magari vogliamo leggere o studiare, sappiamo di poter abbandonare il nostro stato di solitudine, semplicemente uscendo di casa, magari andando a trovare un amico. Ci sono casi però in cui la solitudine non è voluta, ma sopratutto non conosciamo la maniera per porvi rimedio. Ci si sente eremiti, in una cella di cui la timidezza e l’insicurezza verso noi stessi possiedono le chiavi. La vittoria, per alcune di queste persone, sarebbe riuscire a rubare la chiave a questi ceffi e aprire quella gabbia. Non è facile. Alcuni ci riescono più di altri, alcuni addirittura diventano amici dei loro vecchi carcerieri, facendoli entrare in gioco in una maniera totalmente rinnovata e propizia.
Nel mio caso, l’unica persona con cui potevo interagire in quel momento si trovava nel bordo della strada, coi piedi a metà della linea bianca. Non capivo se la sua intenzione era attraversare la strada o tornare nel buio della natura.
Alzai la testa verso di lui implorandolo di pronunciare anche una sola parola. Lui continuava a guardare dritto, ma stavolta fece un movimento del braccio. Puntò il dito contro i fari della macchina rossa. Lo guardai in faccia, e poi, mosso da una forza quasi ancestrale e forse anche da una buona dose di incoscienza, cominciai a correre verso il veicolo. Dove avessi trovato la forza di correre non lo so, ma qualcosa mi diceva che dovevo andare verso quella macchina. Ero convinto che li avrei trovato le risposte. I fari mi accecavano, ma continuavo ad andare. Nulla mi importava in quel momento. Corsi talmente forte e alla cieca, che quando arrivai alla macchina, non feci in tempo a frenare e rovinai contro il parabrezza. Non provavo nessun dolore.

5

Quando vidi la figura uscire dall’auto, davvero non capii più nulla, ma allo stesso tempo ero pervaso da un senso di pace e serenità. Una figura bianca e longilinea, non il grugno barbuto che mi aveva scrutato dall’abitacolo di quella stessa auto.
Era mia moglie. Sembrava reale, non un fantasma. In quel contesto era reale, come lo era anche il ragazzo al bordo strada. Come forse lo ero anche io.
Era bellissima, identica a come me l’ero immaginata poco prima. Il vestito da sposa la faceva apparire giovane e radiosa, e la sua pelle era più morbida e delicata di qualsiasi tela pregiata.
Mi porse le sue mani. Entrambi rispettavamo il silenzio che si era creato. Io gliele strinsi, e anche questa volta sembravano reali. Erano tiepide e lisce. Anche i suoi occhi erano giovani. Sembrava che la malattia e la tristezza non gli avesse mai toccati. Non erano più gli occhi devastati dal dolore e dagli stenti che aveva il giorno del funerale. Forse anche i miei parevano più vitali di quello che erano in realtà. Ci abbracciammo. Io la strinsi, forte. Più che potevo, non volevo farla andare via di nuovo. Questa volta non furono i fari dell’auto ad accecarmi, ma le lacrime di gioia che sgorgavano incontrollabili come le mie emozioni.
Lei ora indicava la luna, guardandomi come se mi volesse chiedere se fossi pronto a un viaggio insieme a lei.
Io annuì, ma prima volli delle spiegazioni. Avevo intuito che tutto quello che mi era capitato era stato architettato da lei.
La risposta fu facile: i rimpianti inconsci che mi portavo dietro.
Avevo sempre desiderato una macchina mia, così sarei stato più indipendente e libero, ma per paura o forse perché pensavo di non meritarmela, quella rimase in negozio. Desideravo proprio una macchina rossa. Una volta di più era li ad aspettarmi e io anche questa volta, la guardai con mille riserve e paure. Il signore che la guidava rappresentava il blocco mentale cui ero succube, per questo mi guardava con severità. La radio, invece trasmetteva sempre la stessa canzone di Bob Dylan, perché anche io, inconsciamente stavo bussando alle porte di un qualche paradiso, anche io ero un soldato che non poteva più sparare, per ragioni mie.
Mentre il ragazzo al bordo della strada, era il figlio che avevamo sempre desiderato. Maschio o femmina non era importante, ecco il perché del suo essere androgino. Anche questa volta non riuscii a riconoscerlo.
Adesso che avevo preso atto dei miei rimpianti più grandi, potevo finalmente seguire mia moglie. Voi non fate come me, provate sempre a realizzare i vostri sogni, senza paura di quello che potrebbe succedere.
Io, mia moglie e il nostro figlio, seguimmo la direzione della luna e li ci sposammo, questa volta in maniera definitiva. Quella notte ci ritrovammo, ma forse non ci eravamo mai lasciati, semplicemente ci eravamo persi di vista.

6

La mia macchina fu ritrovata il giorno dopo. All’interno trovarono il mio cadavere. Dalla foto del giornale si può notare un bel sorriso che si appropriava del mio volto. Avevo ritrovato l’ anima gemella, chi non sarebbe stato felice? Dicono che sono morto d’infarto. Non importa di cosa si muore, ma come si muore. Io lo feci nella maniera più bella. Fisicamente lontano da tutto, ma mentalmente vicino ai miei desideri più grandi. Primo tra tutti, quello di ritrovare mia moglie.
Sicuramente tutti vi starete chiedendo se il paradiso esiste o no. Io non sono nessuno per togliervi questa sorpresa, quello che vi posso dire è che, paradiso o no, ognuno deve vivere cercando di non creare il proprio inferno sulla terra, perché tutto dipende da noi.

 

Francesco Foddis

 

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