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Casa Perelio – racconto di Valeria De Cubellis

Casa Perelio - racconto di Valeria De Cubellis

Gli occhi scuri di Agira divennero notte fonda. Presero la dote dei buchi neri perché Michelangelo sentì di cascarci dentro.
“Perché hai fatto una simile cosa, me lo disci?”.
Si beò con la dolcezza che il suo accento marocchino donava all’idioma che aveva imparato ormai da anni mettendo piede in Italia ma non fu per il senso di colpa a cui Agira avrebbe voluto indurlo che Michelangelo capì di avere sba-gliato: avrebbe dovuto riporre la bottiglia, non farsi pescare alle sei e mezzo del mattino addormentato in cucina abbracciato allo Zabov.
“Tu ora me lo disci!”.
Non era solo furiosa, era dispiaciuta: aveva la voce ferita. Prima che Michelangelo potesse rispondere, arrivò Mariuc-cia.
“Buongiorno” disse con il sorriso.
“Non è bonjorno!”
La risposta di Agira colò come cemento a presa rapida sul suo consueto entusiasmo e la vecchia calò le guance.
“Questo qui vuole suiscidarsi!”
“Con lo Zabov?” chiese Mariuccia.
“Sì! Perché un vecchiascio che soffre di malattia al suo cuore, se vede alcol muore! Solo se guarda, muore”.
Mariuccia annuì in silenzio. Michelangelo sfidava Agira con aria di sufficienza, in altre parole porgendo il viso come se fossero state le terga: “Hai paura che ti venga a mancare il lavoro?”.
Gli occhi della donna non erano più buchi neri. Persero forza. E vibrarono, come specchi di lago. Esondò in pianto e disse a Michelangelo quello che avrebbe voluto dire la sera prima a suo marito Brahim: “Stronso!”.
Lasciò la cucina in gran fretta.
“L’hai fatta piangere” esclamò esterrefatta Mariuccia.
“Devo essere libero di suicidarmi!”
Le settantanovenni sorelle Perelio, fresche di toletta, invece del tè e della marmellata di susine sulle fette biscottate, in cucina trovarono quel teatro.
“Che capita?” chiesero all’unisono: non lo facevano apposta.
“Questo qui beve per suicidarsi e fa piangere Agira!”
“Perché? È una così brava ragazza, si prende cura di noi” disse Caterina Perelio mostrando di non essere impressio-nata dalla prima faccenda.
“Molliamo milleduecentocinquanta euro al mese a quella brava ragazza, perché si prenda cura di noi, non dimenticar-lo” rispose il vecchio.
“Senza contributi” precisò Anna Perelio.
“Ci mancherebbe ancora che lo facesse gratis!” esclamò Mariuccia.
Le gemelle annuirono all’unisono. Ovviamente.
“Siamo stati accolti delle sorelle Perelio perché né a te né a me né a loro andava di finire i nostri giorni in una casa di riposo. Siamo amici, di più, una famiglia, di cui Agira fa parte. Capitano le discussioni in una famiglia. Però si fa pace, perché ci si vuole bene”. Michelangelo Apis restò a fissare Maria Giovanna Ollu, detta Mariuccia, con due occhi scesi in guerra. Permaloso e refrattario all’ammissione di colpa, non era toccato dalle argomentazioni della sua compagna di casa.
“Io voglio essere libero!”
“Fila, allora, esci di qui”.
L’uomo si alzò nel fragore della sedia spostata e uscì dalla stanza imbracciando la bottiglia di Zabov: si chiuse in came-ra sua.
“Uomini!” sospirò Anna Perelio aprendo l’armadietto delle fette biscottate. “Tutti uguali” aggiunse sua sorella Caterina chiudendo il frigo e porgendole il barattolo di marmellata. Intanto Agira sembrava sparita. La chiamarono dalla cucina un paio di volte senza ottenere risposta: si divisero. Le gemelle Perelio mollarono fette e marmellata e controllarono il bagno delle donne, Mariuccia Ollu ripose nella scatoletta la sua bu-stina di tè e verificò quello degli uomini. Perlustrò anche il salone e la stanza della ginnastica. Le sorelle sbirciarono le camere da letto, eccetto quella di Michelangelo: niente. Era un appartamento grande, centocinquanta metri quadri, ma non era Shangai! Mentre le Perelio guardarono in balcone, Mariuccia transitò davanti alla porta dello sgabuzzino, e fi-nalmente sentì singhiozzare. Aprì la porta e trovò Agira con la faccia presa fra due canali gonfi di lacrime nere di kajal. Prima ancora di ricevere domande confessò: “Non vuole farmi prendere la patente”.
La convinse con poco a uscire dalla stanzuccia delle scope: Mariuccia afferrò la sua mano e la portò in salone, lieve come aquilone nel vento. Si posarono sul divano dove furo-no raggiunte dalle sorelle.
Agira Jilal in Chadili aveva trentanove anni, tre figli e qualche chilo di troppo: precisamente undici. Sapeva di essere fortunata perché non doveva vestire il chador: suo marito era permissivo. Ma Brahim Chadili non concepiva che sua moglie guidasse l’auto e le proibì di prendere la patente quando la sera prima, con il cuore vibrante di emozione, andò a parlargli del suo progetto. Nel dolore cocente delle sue lacrime che versò tutta la notte, anche mentre il marito, incu-rante del suo stato d’animo, si accoppiava con lei, si male-disse per essere nata marocchina. Perché la sua vita era sempre stata soggetta al volere di un uomo: prima del padre, poi del marito. Si rammaricò di non avere dato vita a una femmina perché si sarebbe battuta fino alla morte per darle tutte le libertà che lei non aveva avuto ma certamente non sarebbe più nata perché, all’insaputa di Brahim Chadili, Agira assumeva da tempo la pillola anticoncezionale. Alle donne confidò anche questa cosa. Mariuccia guardò Cateri-na e poi Anna: non parlarono ma si intesero. E prendendole le mani disse: “Troveremo una soluzione”. Agira Jilal Chadili per l’affetto che trovò in quella risposta pianse ancora di più, e pronunciò il suo ringraziamento dividendo con le labbra la saliva in bocca come capita ai bambini quando piangono a dirotto.
Mariuccia Ollu andò a bussare alla porta di Michelangelo: “Bestiaccia, sei lì?”
“Puoi contarci, megera!”
Lei rise in silenzio.
“Allora alza le chiappe e vieni in salone perché abbiamo una questione da risolvere.”
“Non ho voglia di vedere il tuo brutto muso!”
“Chiudi gli occhi!”
Se ne andò giusto in tempo per trovarsi di fronte alla porta di casa quando suonarono. Aprì: era Caterina piccola, così soprannominata per distinguerla da Caterina Perelio. Precisamente Caterina Irica, ventitré anni e chioma bionda, la fi-gliola che li visitava tre volte a settimana per fargli muover le carcasse. Si era trasferita nella loro città dopo il diploma, per studiare scienze motorie. Era al terzo anno. Originaria di Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa, si era stupita di trovarsi a colloquio con una donna di nome Agira. “Pensi che vengo da un paese dove festeggiamo san Filippo di Agira!”
Ed era quella la ragione per cui capitava a casa Perelio più delle tre volte canoniche per le quali era stata assunta, sen-za contributi. Divideva l’appartamento con altri quattro stu-denti, faceva due lavori oltre quello e le tornava comodo pranzare lì quasi tutti i giorni: la trattavano come una nipote.
“Perché non avete ancora fatto colazione?” chiese entran-do con Mariuccia nel salone e vedendo il tavolo ancora da apparecchiare e sul divano Agira straziata e le sorelle Perelio. Prima che le rispondessero, ebbe modo di accomodarsi accanto a loro, appoggiare la borsa sul tavolo da tè di fronte e di sentire una botta secca, lignea, proveniente dallo stipite della porta: tutte videro Michelangelo, ad occhi chiusi, mas-saggiarsi con una mano la fronte e con l’altra stringere la bottiglia di Zabov.
Scoppiarono a ridere.
“Che ci fai con quella bottiglia?” chiese Caterina piccola.
“Portami a sedere, grazie” disse mantenendo le palpebre abbassate “e che sia lontano da Mariuccia”. Le porse il go-mito e Caterina lo condusse su una sedia accanto al tavolo da pranzo.
“Scusa Michelanjelo”.
Il vecchio aprì gli occhi e subito raggiusero quelli di Agira. Si scambiarono parole segrete e il discorso si concluse quando Michelangelo si alzò dalla sedia e Agira lo raggiunse per abbracciarlo forte, come sapeva fare lei, strizzandoselo contro il petto generoso.
“Ne ho bevuto solo un sorsetto” disse il vecchio conse-gnandole la bottiglia.
“Si può sapere, di grazia, cosa diavolo succede stamattina in questa casa?”
Mariuccia raccontò a Caterina la storia: lo Zabov, la litigata, la forma di protesta di Michelangelo, la sparizione di Agi-ra ma soprattutto la questione della patente di guida.
“La prendi di nascosto” dissero in sincrono le sorelle Perelio.
“Quanto ti serve? Ti diamo i soldi noi” aggiunse Mariuccia.
“Non è etico” sbottò Michelangelo.
“Invece è etico che lui decida quello che lei deve o non deve fare? Che non può guidare?” chiese Caterina piccola al-terata.
“Novescento euro. E bisogna fare guide e corso serale: cosa gli dico?”
“Lavori qui: ti copriamo noi.”
“Non è giusto, non si risolve un problema con la menzo-gna” incalzò l’uomo.
“A volte bisogna portar giustizia commettendo ingiustizia”.
“Chi l’ha detto? Confucio? Il Dalai Lama? Robin Hood?” chiese.
“Maria Giovanna Ollu: chi è d’accordo?”
Quattro braccia furono alzate con vigore, come gonfaloni pronti a fendere l’aria di un campo di battaglia, e Michelan-gelo restò a guardare dal basso della sua schiacciante minoranza.
“Ti diamo millecinquecento euro: ci paghi la scuola e porti a casa gli straordinari ” disse Mariuccia. Le sorelle Perelio erano d’accordo. Michelangelo allargò le braccia. Agira non disse proprio nulla perché scoppiò a piangere: fu una giorna-ta pluviale per lei. Pensò che Mariuccia avesse ragione: erano una famiglia. Non lo pensò Agira ma Michelangelo e chiuse la questione con una domanda: “Ora vogliamo fare colazione?”.
Quando Michelangelo andò in iperventilazione, fu Agira, con la sua Seicento usata, ad accompagnare a casa Perelio il dottore, rimasto in panne: sette anni e un mese dopo quella riunione. Se l’era comprata con i soldi che era riuscita a mettere da parte e suo marito si era dovuto arrendere per-ché nel frattempo i tre figli erano diventati uomini, più grandi di lui, e avevano preso le difese della madre: Agira aveva fatto un buon lavoro dopotutto, anche senza dare alla luce una femmina. Il dottore fece a Michelangelo un’iniezione di ceftriaxone per cominciare a curargli la polmonite e così fini di andare in iperventilazione e di guardare la morte in faccia. La rivide alla fine dell’estate: era steso sul suo letto e aveva accanto Mariuccia, sempre sorridente, che gli fece tutte le carezze di cui fu capace e fu sorpresa quando sentì dire a Michelangelo, con un filo di voce: “Vuoi sposarmi?”. Non fece tempo a rispondergli: se ne andò lasciando al mondo gli occhi posati sul suo volto. Fermi come la bottiglia di Zabov sul comodino.

 

Fabio Testaverde

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