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Buona strada – racconto di Giada Cavazza

Buona strada - racconto di Giada Cavazza

Non mi sarei aspettata che il mio passato si sarebbe ripresentato all’improvviso con qualcuno che avevo cancellato completamente dalla mia esistenza. Era maggio, c’era già molto caldo e sembrava di essere in estate inoltrata, senza interpellarmi ti avevano chiesto di aiutarci. “Ciao”. Un saluto. L’unica parola tra noi, per settimane. Poi, l’inizio del centro estivo, un mese intero insieme, sommersi da ragazzini, a scambiarci battute innocenti. Eravamo lontani da dieci anni ormai: non sapevo più nulla di te, da quando ti eri trasferito, e non me n’ero mai preoccupata, non eri un mio pensiero. Eppure, giorno dopo giorno, lo stavi diventando. Ricordo il tuo saluto buffo ogni mattina “Ciao Zia”, alzando la mano, ed io rimanevo inebetita senza capire se dovessi battere il cinque oppure no. “Quattro chiacchiere sparse” hai scritto nel tuo ultimo messaggio, quando ci siamo confessati che era stato bello rivedersi, magari fosse stato così per me: rivivere il passato, conoscere una persona diversa rispetto a tanto tempo prima, non si trattava solo di chiacchiere sparse.

Passavano i giorni e mi rendevo conto, nei miei avanti e indietro dal lavoro, carica di amarezza e stanchezza, di ricaricarmi al pensiero di vederti e passare il resto della giornata a sentire le tue assurdità e ascoltarti farmi ridere. Ogni ansia, qualsiasi briciolo di rabbia passava in un lampo. Era partito tutto in un giovedì pomeriggio, il penultimo, dopo quasi tre settimane durante le quali non avevo mai fatto caso ai nostri sguardi: stavamo lavorando ai giochi del venerdì ed avevi messo dal telefono una canzone di Vasco, e non una qualsiasi, ma quella che per me è La canzone. Ecco la musica: prime tre note, capisco cosa sto per ascoltare, giro di scatto la testa per guardarti e capire se l’hai fatta partire di proposito o è stato solo un caso. Fiero, mi confermi la prima opzione e stupidamente ti dico che è la mia preferita. “Gli angeli”. Mi sorridi, mi dici “è bellissima” ed iniziamo a cantare. “Qui la notte è buia e ci sei soltanto tu”. Continuiamo a tagliare e incollare foglietti colorati, intonandola sotto voce. Non pensavo davvero potesse piacerti, e quello stesso giorno mi avevi detto che saresti andato al concerto. Morivo di invidia perché avrei voluto andarci anche io, ma non sarei riuscita. Parlavamo della nostra passione e cantavamo senza saperlo fare, non ci importava degli altri che ci imploravano di smettere. Ci guardavamo con una complicità unica ed io ero incredula.

Quegli anni lontani sembravano averci avvicinati e per tutto quel tempo non lo avevo mai notato, fino a quando ci eravamo sfiorati per la prima volta; discutevamo seduti ai due lati consecutivi di un tavolino quadrato e le nostre ginocchia si toccavano. Mi ero discostata subito, per paura di averti preso contro. Senza aspettare, tu avevi riavvicinato la tua gamba alla mia, con delicatezza, come se non volessi starmi lontano ma temessi una reazione inaspettata. Eravamo rimasti attaccati per tutto il tempo. Se ci penso sento ancora i fremiti che attraversavano la mia schiena. Non avevo più parlato e non volevo spostarmi per nessun motivo. Ero lì seduta, con le braccia sdraiate sul tavolo, i miei occhi fissavano il vuoto, apparentemente impassibili, ed il mondo mi si muoveva dentro. Non capivo. Un mare di pensieri giravano nella mia mente. “È fidanzato. Cosa succede? Sono fidanzata. Ci stiamo toccando. Pensa ai giochi. Lo fa apposta o non lo sente? Io lo voglio? I giochi. Sì lo voglio. Ti prego non allontanarti”. Ma, dando voce alle mie paure, ti eri alzato improvvisamente, provocandomi un vero e proprio un trauma. Non volevo accettarlo e pregavo tornassi a sederti e ci sfiorassimo ancora.

Quel contatto era stato così naturale e travolgente. Terribilmente sbagliato, ma terribilmente bello. E poi, all’improvviso, un “Ciao” secco e generico, uguale a quello delle prime volte, risuonava nello spazio che ci divideva, senza alcuno sguardo tra di noi, nessuna emozione trapelava dal tuo tono di voce. Te n’eri andato da un momento all’altro come se, a quel punto, stare lì non fosse più possibile. Un senso di vuoto sostituiva i brividi di piacere provati fino a poco prima. Immobile su quella sedia speravo ti fossi dimenticato qualcosa e tornassi indietro. In quell’istante ricordo di essermi maledetta per non aver colto al volo la tua proposta della sera prima: “Dai vieni con me al concerto, ti trovo io il biglietto”. Nella mia testa non era nemmeno passata l’idea che potessi dire sul serio e ti avevo risposto ironicamente: “Cosa stai dicendo?”. L’avevo guardato in televisione cercandoti tra le inquadrature di quelle duecentoventimila persone. Più ascoltavo le canzoni di Vasco e ricordavo noi due cantarle insieme, maggiore era l’odio verso me stessa. Perché non avevo avuto il coraggio di dirti “Sì, prendimi un biglietto e vengo con te?” Ad accompagnare il rimorso di quella sera c’erano tante domande: cosa sarebbe accaduto se ti avessi risposto diversamente, come avremmo passato la serata? Sarebbe nato qualcosa di irrimediabile? E poi sarebbe rimasto a quel concerto? O magari sarebbe stato solo l’inizio. Odio i rimpianti. Sabato, domenica. Un intero weekend senza vederci durante il quale la sensazione della tua pelle sulla mia era viva dentro di me: non avevo avuto alcun bisogno di sforzarmi a ricordarla, era lì continuamente, e c’è anche adesso. “Rewind” era diventata la colonna sonora di quei due giorni.

“Vorrei stringerti le braccia, le braccia intorno al collo e baciarti”. L’ascoltavo ovunque e in qualsiasi momento. Cantavo e non mi riconoscevo, non avevo mai provato niente di simile. La domenica sera non riuscivo ad addormentarmi sapendo di rivederti la mattina seguente, sentivo ogni parte di me in fibrillazione e il cuore batteva forte, impedendomi di prendere sonno. Tra quelle sensazioni, però, ne riconoscevo una non gradita: più ti pensavo e maggiore era la malinconia che iniziavo a provare. Sapevo bene, infatti, dell’imminente scadenza già scritta sul nostro rapporto, il venerdì sera di quell’ultima settimana, dopo la cena finale; ma non ci volevo pensare perché, paradossalmente, già mi mancavi. Avevamo sprecato i tre quarti del mese scambiandoci solo poche parole, così, da quel lunedì, volevo “Vivere” ogni minuto ed ogni sguardo, senza pensare che sarebbero stati gli ultimi. Alcuni istanti non se ne vanno ancora dalla mia testa, come se li stessi vivendo adesso: una mattina avevo fatto tardi al lavoro ed ero arrivata più tardi del solito. Uscendo dalla porta sotto la tettoia, con i ragazzi che facevano avanti e indietro per apparecchiare, mi guardavo intorno cercandoti. Eri a giocare a basket con alcuni bambini. Non mi vedevi ed ero rimasta lì ad osservarti. Voltandoti verso di me non avevi detto nulla, ma gli angoli della tua bocca si erano alzati immediatamente, in modo spontaneo, e quel sorriso era stato il buongiorno più bello che potessi darmi. Eri rimasto nel campo, io ero rientrata per aiutare ed un’energia strana si esprimeva in qualsiasi parte del mio corpo, sentivo “emozioni che tu non sapevi nemmeno di darmi”. Avevamo pranzato vicini, e di nuovo ci eravamo toccati.

Non aspettavo altro, mangiare non importava. Ridevo e scherzavo con gli animatori seduti al tavolo, ma senza ascoltarli davvero perché ero troppo concentrata su quel piccolo contatto tra noi. A fine pranzo ti eri avvicinato piano per sussurrarmi qualcosa. Avevi piegato la testa, perché potessi sentire soltanto io e le vibrazioni della tua voce arrivavano dritte sul mio collo, dandomi una sensazione fresca ed estremamente piacevole, che mi faceva rabbrividire. Mentre ti allontanavi, la mia pelle ti implorava di rimanere lì ancora, non volevo finisse. Era stato rapido, troppo, ed io morivo dalla voglia di avere ancora il tuo respiro su di me. “Ogni volta” ti avvicinavi con facilità, e altrettanto semplicemente te ne andavi lasciandomi con l’insopportabile sensazione di volerti. Tornavo a casa la sera con una voglia di te più viva che mai, ricordando i momenti in cui, nel grande salone, mi passavi estremamente vicino, come se non ci fosse abbastanza spazio, lo facevi apposta, e ci sfioravamo sempre. Averti per me stava diventando il mio chiodo fisso e quel desiderio proibito accendeva il mio corpo e non se ne andava, incentivato dalla consapevolezza dei troppi ostacoli tra Noi. Volevo sapere se mi stessi immaginando tutto o se anche tu provassi le stesse cose, ma, ad oggi, non sono ancora riuscita a capirlo.

A volte parlavi in modo distaccato della tua fidanzata “Quella rompiballe, Ho sprecato la mia ora libera per andare da lei, Che due scatole tutti i suoi messaggi” dicevi. Tutte frasi alle quali forse tu non davi peso, eppure a me davano la speranza di cui avevo bisogno; poi in un secondo distruggevi tutto allontanandoti proprio quando avresti potuto avermi per te. Un pomeriggio ero chiusa in una stanza, al buio, per far addormentare un bambino. Ho immaginato come sarebbe stato se tu fossi entrato in quella nostra vecchia aula di catechismo, adibita a camera da letto grazie a due materassini scomodi sul pavimento, e vedendomi lì sdraiata ti fossi poggiato accanto a me. Avevo pensato di sognare sentendo aprire quella porta e vedendoti proprio lì davanti. Si stava avverando tutto, era un segno del destino. Non capivo più nulla e pregavo che entrassi chiudendoti la luce alle spalle. “Entra, per favore, vieni qui” ti imploravo, ma non abbastanza forte da farmi sentire. Eri rimasto a guardarmi qualche secondo, incerto sul da farsi, poi avevi scelto di non darci alcuna possibilità: te ne eri andato, lasciandomi lì con i miei pensieri. “Non ho capito nulla, devo smetterla” continuavo a dire a me stessa.

Proprio quando me ne convincevo, però, tu rimescolavi tutte le carte, regalandomi momenti magici, soltanto nostri. Il primo era stato una mattina, durante un gioco per cui dovevo fare da sola una delle prove, gli altri animatori erano tutti impegnati. Mi trovavo davanti al cimitero, dove da piccoli giocavamo anche noi, ed una alla volta arrivavano le squadre, ogni sette minuti. Speravo sempre di vederti camminare verso di me insieme ad una di loro, ma rimanevo delusa. Poi eccoti. Eri dietro ai bambini, mantenevi il tuo passo tranquillo, e mi sorridevi da lontano. Eravamo a metà gioco, quarto gruppo su sei, e tu eri rimasto con me fino alla fine, ignorando tutto il resto. Ti eri seduto così vicino che toccarci era inevitabile. Se solo il tempo avesse potuto fermarsi tra un cambio e l’altro, momento in cui, per pochi minuti rimanevamo soli. Io e te, seduti a raccontarci delle nostre vite, mentre i ragazzini correvano intorno a noi. Stare insieme era come isolarsi, creare una bolla di complicità che nessun altro riusciva a penetrare. Quando scoppiava, costringendoci a tornare alla realtà, la paura che tu fossi lontano dalle sensazioni che sentivo mi divorava e mi lasciava interdetta fino alla fine di ogni giornata.

Aspettavo quella successiva per stare con te, ma il tempo stava passando troppo velocemente e quella paura diventava sempre più reale. Venerdì, ultimo giorno. Avevo iniziato quella mattina litigando con un’amica, e volevo soltanto arrivare da te. Mi era bastato sorprenderti sul ciglio della porta, ad accogliermi con il tuo solito sorriso, per rasserenarmi. Avevi capito subito che qualcosa non andava, e appena avevo iniziato a parlare mi avevi chiesto di più. Il tuo modo di domandare cosa fosse successo e poi di non ascoltare quasi nulla mi faceva impazzire, con chiunque me la sarei presa, ma tu non eri chiunque.

Dopo avermi dato modo di sfogarmi riuscivi sempre a sdrammatizzare. E funzionava. Non so come fosse possibile, ma funzionava: lasciavo perdere i problemi, per passarci sopra e divertirmi. I pensieri erano tanti quel giorno e tu, accorgendoti che non stavo bene, eri rimasto con me. Prima di pranzo dovevo scaricare delle foto dal telefono al computer: “Vieni lo facciamo insieme” mi avevi detto. Non ne avevo bisogno, ne ero in grado, anche se questo non avevo voluto dirtelo. Averti lì era qualcosa di speciale: ridere insieme, raccontarci, non potevo farne a meno. Ricordo di aver incrociato il mio braccio con il tuo, apparentemente per sbaglio, per premere un tasto. “Aspetta mi sposto”, era stato il tuo commento. Avrei voluto gridarti “No, rimani ti prego”, ma ancora una volta avevi letto quel mio desiderio, forse capendo che sarebbe stato l’ennesimo sbaglio dargli speranza. Ti stavano chiamando da fuori e svogliato ti eri alzato dalla sedia per raggiungere quelle voci, lasciandomi di nuovo, “Senza parole”. Lo stesso pomeriggio avevamo cantato e ballato canzoni dei nostri tempi in discoteca. Ci eravamo presi in giro. Ti guardavo, ti ascoltavo scherzare su tratti del mio carattere che avevi centrato in pieno, e sorridevo di me stessa, di quella situazione, del nostro modo di capirci. Di Noi. Ti desideravo davvero, ma non era giusto. Forse ti sentivi in colpa quanto me: per questo, a volte, ti comportavi come se volessi ricordarmi bruscamente l’inesistenza e l’impossibilità di un Noi. Proprio verso sera, infatti, avevi iniziato a parlare di Lei con qualcuno, mentre tranquillamente preparavamo insieme i regali per gli animatori.

Nessuno te lo aveva chiesto, non ce n’era motivo, avevi tirato fuori tu l’argomento. Sentendo il suo nome, le mie orecchie si erano tappate. Non volevo ascoltare nulla che riguardasse Voi. Mi ero alzata dalla sedia e senza dire niente ero andata via. Tu non avevi battuto ciglio, e poco dopo mi avevi raggiunta fuori. “Volevo andarmene a casa a farmi una doccia, e invece ho sprecato il mio tempo per andare dalla mia ragazza”, mi avevi detto, in modo distaccato, riferendoti a poche ore prima. Senza guardarti, continuavo a camminare verso l’oratorio, tu dietro di me, e un sorriso si faceva largo sulle mie labbra. La frase giusta, con il giusto tempismo. C’eri riuscito. Tu eri lì ed io ero felice perché avevi scelto Noi quella sera, forse per l’ultima volta. Durante la cena desideravo sfiorarti ancora, quando ad ogni tuo passaggio, avanti e indietro dalla cucina ai tavoli, i nostri occhi si incrociavano ed io cercavo di dirti “Ti prego rimani con me”. Non ti fermavi mai, sfuggivi a quegli sguardi, sapevi a cosa avrebbero potuto portare. Meglio di me avevi raggiunto la consapevolezza che quella sera sarebbe finito tutto. Cercavo di rassegnarmi all’idea, ma inutilmente, perché stava arrivando il momento più bello. Erano tutti fuori a discutere ed io avevo bisogno di stare sola. Appoggiata ad un tavolo, in disparte, aspettavo soltanto che tu venissi da me. Prendendo una sedia ti eri seduto proprio vicino alle mie gambe, quasi toccandole. Avevamo iniziato a parlare dal nulla, dopo alcuni attimi di silenzio, a ricordare il passato e a riderne insieme. Il tuo primo bacio con la mia migliore amica, il nostro vecchio gruppo e persone che nemmeno pensavo di aver conosciuto.

Ridevamo così tanto da non volermene più andare, nonostante la stanchezza infinita. Lo avevo sognato ardentemente, volevo stare sola con te. Far riemergere eventi della nostra adolescenza mi piaceva, era come rimettere insieme pezzi della mia vita nascosti da tempo dentro di me. Sentivo le farfalle allo stomaco ripensando al mio innamoramento segreto nei tuoi confronti, quando eravamo bambini. Non lo avevo mai confessato a nessuno ed avrei voluto dirtelo quella sera, ma era tutto troppo bello per permettere ad un tale imbarazzo di rovinarlo. Non c’era niente intorno a noi. “Io e te”. La canzone di Vasco, “Come nelle favole”. Me l’avevi cantata giorni prima. Le favole, però, finiscono ed anche per la nostra stava arrivando la mezzanotte: gli altri ragazzi ci raggiungevano per andare a casa. Sentivo il cuore battere così forte, quasi da esplodere. Uscendo desideravo potessero sparire tutti, per salutarti come avrei voluto. Mi chiedevo se mai ti avrei rivisto, ma la risposta era tristemente chiara nella mia testa. Sentivo un nodo alla gola e non riuscivo a dire alcuna parola.

Ti eri infilato il casco, salendo sulla tua vespa bianca, con un adesivo strano sulla sinistra, e te ne eri andato. “Ci vediamo presto” la tua ultima frase. Davvero? Perché avevo la sensazione che non sarebbe stato così? Cos’era quel vuoto che stavi lasciando dentro di me? Non poteva finire. Impulsivamente avevo preso il mio telefono dalla borsa, ormai scarico dopo un’intera giornata fuori casa, ed avevo scritto di getto: “È stato bello rivederti”. Semplice, chiaro, incisivo. Speravo avresti capito. Senza pensarci un attimo avevo inviato il messaggio. Pochi minuti dopo, ecco la tua risposta. Certo, anche tu eri felice di avermi rivista, ma i miei occhi non si staccavano dalle tue ultime due parole sullo schermo: “Buona strada…”, un po’ come dire “buona vita senza di me”. Il vuoto, che pensavo essersi colmato, si faceva nuovamente spazio, lo sentivo nello stomaco. Una lacrima scendeva rigando la mia guancia.

Guardavo il mio polso sinistro e ricordavo la sensazione della tua mano stretta intorno: era un pomeriggio di pochi giorni prima e, dopo una tua battuta, facevo finta di essermela presa. Mi ero voltata per allontanarmi e tu mi avevi afferrata con forza, portando il mio braccio verso il tuo viso per accarezzarlo. In quel momento avrei voluto stringerti allo stesso modo, avrei voluto avere la forza di tenerti con me, contro tutto. Stammi vicino, avrei dovuto dirti. Invece ti avevo lasciato andare. Il fermo immagine di quelle due parole copriva i miei occhi lucidi. Era finita davvero? Non ci saremmo rivisti mai più? “Buona strada…”.

 

Giada Cavazza

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