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Adrian – Racconto di Maria Grazia Di Somma

Adrian - Racconto di Maria Grazia Di Somma

Notte di cielo nero, Adrian stava lì sulla sua barca una quindici metri, attraccata al molo e ascoltava lo sciabordio delle onde, il fruscio del vento tra le vele ammainate, quel vento che per tutto il giorno durante la navigazione gli aveva dato più di qualche preoccupazione.
Quella lunga giornata era quasi giunta al termine e tra poche ore un’altra alba avrebbe illuminato il suo volto, troppi pensieri affollavano la sua mente per scendere sottocoperta e cercare di riposare qualche ora. E così aveva deciso, dopo che Paul e Franco lo avevano salutato, dirigendosi verso quel B&B, lo stesso dove anche lui aveva trascorso innumerevoli serate in loro compagnia ogni volta che attraccavano in quel porticciolo del sud della Sardegna, sarebbe rimasto lì ad aspettare il nuovo giorno.
Adrian aveva sempre avuto una passione smodata per il mare, era il suo elemento e si ricordava ancora, quando poco più che bambino, il padre lo accompagnava al porto a vedere le barche che transitavano e lui, ripeteva, quasi ossessivamente, con quel fare tipico dei bambini, che lui da grande un giorno avrebbe solcato i mari con la sua barca a vela. Il padre lo guardava sorridendo tra sé e sé, pensando che quello fosse solo un sogno di un bambino e con il tempo avrebbe cambiato idea.
Quella sera iniziò a ripensare a quando in una di quelle taverne del Sud che profumavano di mare, poco più che ventenne aveva vinto a una mano di poker quella barca a vela.
Quel ricordo era ancora lì, indelebile, nella sua mente: era una calda sera di fine estate si era ritrovato quasi per caso insieme a Paul, quello che per lui non era solo più un amico, ma quasi un fratello, ad entrare in quella taverna affacciata su una delle più belle spiagge della zona, con sabbia bianca finissima mescolata a granelli di quarzo che rendevano unico l’arenile e quelle acque cristalline. Dio, non aveva mai più ritrovato un’acqua così, eppure nel corso degli anni ne aveva solcati di mari.
In un tavolino, posizionato in un angolo della stanza, illuminato solo dalla fioca luce di un lampadario al centro, erano seduti quattro uomini che stavano giocando a poker.

Ad un certo punto uno di loro si alzò di scatto, farfugliò qualcosa in una lingua a loro sconosciuta, e con un gesto di stizza, lanciò le carte sul tavolo; su quel tavolo di legno massello dalle calde tonalità, un po’ rustico, simile agli altri tavoli della sala che erano già stati apparecchiati per il pranzo del giorno dopo, con delle tovaglie di cotone a strisce bianche e blu che profumavano ancora di pulito. I tavoli probabilmente erano stati tutti realizzati a mano secondo le vecchie tradizioni di falegnameria, erano resistenti e fieri come l’isola sulla quale si trovavano.
L’uomo passò acconto a loro, senza neppure degnarli di uno sguardo, uscì dalla taverna e si accese subito una sigaretta, aspirò profondamente e poi si appoggio all’uscio della porta ad osservare la scena.
A quel punto uno dei restanti uomini, Adrian lo scoprì solo dopo essere il proprietario della taverna, si risolse a loro, dicendoli che avrebbe offerto loro da bere, a patto che uno di loro due fosse diventato il quarto uomo di quella partita a poker.
E così Adrian, con l’incoscienza tipica dei vent’anni e con in tasca solo i soldi a mala pena sufficienti per ultimare quel viaggio che avevano intrapreso tre settimane prima, con l’auto noleggiata in aeroporto, si fece avanti; sapeva benissimo che Paul non era portato per il gioco. Come non ricordare le innumerevoli partite nei piovosi e freddi pomeriggi dello Yorkshire dove per ammazzare il tempo, a volte, giocavano a carte e Paul regolarmente perdeva.
Da quando si conoscevano, lo prendeva spesso in giro dicendo che evidentemente lui era sfortunato al gioco, ma fortunato in amore e mentre era lì seduto sulla sua barca, pensò che doveva esser così, visto che da lì a qualche mese si sarebbe sposato con Kathy, una dolcissima ragazza dai lunghi capelli biondi e dai grandi occhi azzurri.
Paul con quel fascino tipico, da bravo ragazzo inglese, fisico atletico, capelli biondi, luminosi occhi verdi, con qualche lentiggine sul naso che diventava ancora più evidente con l’abbronzatura, era ormai per Adrian quasi un fratello, quel fratello che lui non aveva avuto.
Si erano conosciuti ai tempi dell’università, Paul figlio di una delle migliori e più antiche famiglie dello Yorkshire, aveva subito familiarizzato con Adrian, lui figlio di impiegati che aveva potuto frequentare quella facoltosa università solo grazie ai mille sacrifici fatti dai suoi genitori e a quella borsa di studio per meriti accademici.
Ad una prima vista, nessuno avrebbe scommesso un pound che quel ragazzo, dall’aspetto tipicamente mediterraneo, moro, occhi scuri, pelle dorata, la barba portata leggermente lunga e con quel vistoso tribale sul braccio destro, ricordo di quel viaggio fatto subito dopo la conclusione del college, come segno indelebile che da quel giorno in poi lui era il solo e unico padrone della sua vita, fosse portato per gli studi. E invece, oggi, a distanza di anni, Adrian poco più che trentenne era un manager affermato in una multinazionale con sede a Londra.

Era il tipico ragazzo, che quando entrava in un locale riusciva a catalizzare, con il suo carisma e la sua personalità, l’attenzione di chi gli era accanto. Dalla battuta sempre pronta, sicuro di sé, a tal punto da poter mettere in discussione il proprio look, ed entrare, una sera, in uno dei locali più alla moda di Londra anche solo con una tuta grigia dai larghi pantaloni, una felpa con cappuccio e delle sneakers sgualcite.
Quella sera d’estate di alcuni anni prima, in quella taverna affacciata sul mare la sua vita prese una svolta e pensare che lui quasi non ci voleva entrare in quella taverna, ma era stato come sempre Paul ad insistere per bere un’ultima birra.
Paul con quell’aria da bravo ragazzo che finiva prima o poi a metterlo sempre nei guai. Sarà, comunque, sempre riconoscente a Paul di averlo convinto ad entrare perché quella sera a quel tavolo da poker si ritrovò a giocare una di quelle partire che gli avrebbero cambiato la vita.
Adrian si rese subito conto che quei tre uomini, non stavano giocando per ammazzare il tempo, ma che ad ogni puntata aumentava la posta. Franco il proprietario della taverna un uomo sulla cinquantina, i capelli neri con qualche sprazzo qua e là di bianco, la barba incolta, la perenne abbronzatura, dei pantaloni grigi e una maglietta bianca, dalla quale si poteva notare il suo fisico atletico e quel forte accento sardo e i suoi due amici, Carlo e Sergio due uomini sulla mezza età probabilmente un tempo erano dei pescatori che avevano fatto fortuna altrove, visto gli abiti che indossavano e che tornavano a trascorrere l’estate in quell’unico posto dove il richiamo del mare, per loro, era troppo forte.
Paul cercò in ogni modo di dissuadere Adrian dal continuare a giocare, visto che dopo solo due mani sfortunate aveva, già perso tutti i suoi soldi, ma Adrian testardo e fiero, com’era non volle sentire ragioni. Si ritrovò ad avere giusto il denaro da mettere nel piatto per iniziare quell’ultima partita e poi chiese a Paul il suo Rolex.
Uno di quei orologi senza tempo, quello al quale Paul era particolarmente affezionato, dal quadrante dorato, un mix perfetto di due colori l’oro del quadrante e l’argento, l’acciaio del cinturino, regalo di suo nonno quando aveva iniziato a frequentare il college. Era una tradizione di famiglia che il nonno regalasse al nipote un Rolex il primo giorno di college, come simbolo della sua entrata in società.
Paul era titubante, cercò di far desistere Adrian dalla sua folle idea, ma lo conosceva troppo bene per sapere che era quasi impossibile fargli cambiare idea: Adrian era irremovibile. Guardandolo dritto negli occhi con quello sguardo da adorabile canaglia, che aveva fatto girare la testa a tante ragazze, gli disse che sarebbe andato tutto bene, se lo sentiva e poi quante volte lo aveva tirato fuori dai guai.
Iniziò quell’ultima partita, ognuno dei giocatori mise la sua puntata al centro del tavolo e Franco iniziò a dare le carte, con calma. Adrian iniziò a guardare le sue carte, un brivido lo percorse lungo la schiena, era sicuro della sua mano, al cambio successivo aveva bisogno di una sola carta.
Dopo il cambio delle carte, Carlo e Sergio, gli amici del proprietario della taverna, abbandonarono subito il gioco; erano rimasti solo loro due, Franco aveva uno sguardo beffardo, ma Adrian, dopo quel cambio di carta era troppo sicuro di sé, era convinto che Franco stesse bleffando, non poteva avere una mano superiore alla sua.

Adrian, non aveva altri soldi con sé, e quindi decise di puntare il Rolex, così caro a Paul, solo a quel punto anche Franco si rese conto che aveva finito tutto l’incasso della serata. Frugò tra le tasche, ma nulla, si ricordò allora della documentazione della sua barca a vela, della Liberty, quella barca vela di quindici metri ormeggiata nel piccolo porticciolo, contenuta in una cartellina blu, adagiata sotto il bancone.
Gli amici di Franco e anche l’uomo, quello che aveva abbandonato con stizza il tavolo da gioco, ed era rientrato nella stanza per osservare da vicino quella partita, cercarono di dissuaderlo, di abbandonare quell’idea. Non valeva certo la pena giocarsi, a una mano di poker, la Liberty in fondo era solo una partita con quel ragazzo, apparso quasi dal nulla in quella sera di metà estate.
Franco come la maggior parte della gente della sua terra era un uomo fiero e cocciuto, ormai aveva deciso.
Decise di rilanciare ciò che aveva puntato Adrian e mise al centro del tavolo la cartellina blu contenente la documentazione della Liberty. Non voleva dimostrarsi pauroso, di fronte a quel ragazzino che aveva poche probabilità di batterlo e poi era tutta la sera che la fortuna era dalla sua, non l’avrebbe mica abbandonato proprio adesso?
Adrian iniziò a girare lentamente le sue carte, aveva il cuore in gola, sapeva benissimo quanto alta fosse la posta, sapeva il valore non solo economico, ma soprattutto affettivo che quell’orologio aveva per Paul e poi come avrebbero spiegato, una volta tornati in Inghilterra, il fatto che Paul non avesse più al suo polso quel Rolex dal quale non si separava mai.
Prima carta: jack di cuori; seconda carta dieci di cuori, Francò osservava attentamente senza distogliere lo sguardo dal tavolo, terza carta nove di cuori, quarta carta otto di cuori e infine sette di cuori.
Adrian sospirò, tra pochi secondi Franco avrebbe scoperto le sue carte, se avesse avuto una mano superiore alla sua, tutto era perduto.
Guardò fisso Franco che non toglieva lo sguardo dalle sue carte e ad un tratto, per una breve frazione di secondi i loro occhi si incrociarono e Franco scuotendo la testa disse: “E’ dovuto arrivare fin qua dall’Inghilterra, un ragazzino per battermi a casa mia!” e scoprì le sue carte, cinque, quattro, tre, due e asso di cuori. Troppo pochi per battere la scala a colore di Adrian. Guardandolo nuovamente negli occhi si rivolse a Adrian e gli disse “Figliolo, hai vinto la Liberty. È tua. Domani sbrigheremo le formalità per il passaggio di proprietà, una sola raccomandazione trattamela bene, per me è come una figlia, ho impiegato tre anni della mia vita per restaurarla asse dopo asse”.
E Adrian era lì seduto gambe incrociate accanto al timone della Liberty a ripensare a quella sera, ma soprattutto a quella telefonata che aveva ricevuto il giorno prima, dopo più di un anno di silenzio totale, quella chiamata che mai e poi mai si sarebbe aspettato di ricevere, sapendo quanto fosse orgogliosa Sydney, la sua ex ragazza.
Ad un tratto mentre si trovava in vacanza con Paul, in quell’ultima vacanza da single prima del matrimonio di Paul con Kathy, previsto per il prossimo autunno, e in compagnia di Franco, che li aveva raggiunti a La Spezia per andare via mare in Sardegna.
Sì, proprio lui l’uomo al quale aveva vinto a poker Liberty, dalla sera partita Adrian divenne per Franco quel figlio che lui non aveva mai avuto, ai quali insegnare tutto ciò che sapeva del mare perché aveva riconosciuto nei suoi occhi quella stessa passione per il mare che ardeva nel suo petto.
Sydney lo aveva chiamato dopo più di un anno che non aveva più sue notizie, quando lei, nonostante le incomprensioni che, negli ultimi tempi caratterizzavano il loro rapporto, aveva deciso di accettare un’offerta di lavoro presso un’importante compagnia con sede a Madrid.
E così dopo un’accesa discussione, al termine di un’ennesima serata dove non riuscivano più a dialogare ed era venuto meno il piacere di ritrovarsi dopo una lunga giornata di lavoro, gli aveva comunicato, nonostante la voce strozzata in gola, che aveva accettato quella prestigiosa offerta di lavoro.
Una di quelle che capitano forse solo una volta nella vita e il lunedì successivo avrebbe preso un volo per la Spagna con un biglietto di sola andata. Gli aveva detto che in fondo la loro relazione le stava stretta e non sapeva più se quel ragazzo, conosciuto quasi tre anni fa, a casa di amici in comune, fosse ancora l’uomo della sua vita. Ora se ripensava a tutti i progetti che avevano fatto insieme le sembrava di essere in gabbia, una gabbia dorata, ma pur sempre una gabbia.
E così in quella sera di fine aprile, in una classica giornata di pioggia battente, dal cielo grigio dove nuvole minacciose continuavano a rincorrersi in cielo, Adrian fissava seduto su quel divano di pelle bianca, incredulo e allo stesso tempo deluso, Sydney che preparava la sua valigia.
Lui ne era certo che stesse compiendo il più grande errore della sua vita, ma lei non gli lasciò neppure il tempo di parlare, appena finì di ultimare il suo trolley, si diresse verso la porta, lasciò sulla mensola laccata color nero, il suo mazzo di chiavi, con quel portachiavi a forma di vela che Adrian le aveva regalato durante la loro prima vacanza sulla Liberty, aprì la porta e senza neppure salutarlo, la richiuse dietro di sé, accennò solo che avrebbe mandato qualcuno, il giorno dopo, a ritirare le sue cose. Quando sentì il rumore della porta chiudersi, Adrian capì che era tutto finito e rimase lì per delle ore, con la testa tra le mani, trattenendo a stento le lacrime a cercare di capire in quale preciso istante erano diventati due estranei.
Trascorse tutta la notte in uno stato di intontimento, ogni tanto beveva qualche sorso di J&D, quel whisky, dal gusto intenso, forte, leggermente amaro che era solito bere, con un po’ di ghiaccio, mai liscio, che era il compagno fedele di tutti i momenti più importanti della sua vita, non solo quelli legati a momenti di felicità, ma anche di tristezza. Lui era lì in quel bicchiere di cristallo con quei cubetti di ghiaccio che tintinnavano contro il vetro ad ogni sorso, un amico con il quale condividere le gioie e una spalla alla quale appoggiarsi nei momenti bui.
Nei giorni successivi aveva provato più volte a telefonare a Syd, le aveva lasciato decine di messaggi chiedendole di richiamarlo per parlare, ma lei non aveva mai riposto.
E così inevitabilmente Adrian, seppure a fatica, aveva iniziato a prendere in mano la sua vita, a svegliarsi la mattina in quel letto che aveva condiviso con lei negli ultimi due anni. E pensare che anche la loro convivenza era iniziata, in un modo totalmente naturale, si era fermata a dormire un paio di volte a casa di Adrian, ma la mattina doveva, poi attraversare, mezza Londra per tornare a casa a cambiarsi prima di recarsi a lavoro. Fino a quando una mattina mentre stavano facendo colazione sul tavolo di marmo bianco della cucina, Adrian la fissò, con quei profondi occhi scuri, lei con l’angolo destro della bocca sporco di marmellata accennò un sorriso e lui così le disse: “Syd perchè questa sera, dopo il lavoro, non porti qui le tue cose, lo sai che la mattina se non ci sei tu, non faccio mai colazione!”. Lei lo fissò per alcuni secondi, le si illuminarono gli occhi e non riuscì a dire altro se non un timido “Ok!”
In quei mesi difficili, da quando Syd se ne era andata, Paul gli era rimasto accanto, cercando di spronarlo ad uscire, a non trascorrere tutte le sere a casa da solo, in fondo era un ragazzo carismatico e non gli mancavano di certo occasioni per conoscere nuove ragazze.
Con l’arrivo dell’estate Adrian iniziò a frequentare diverse ragazze, ma era come se il suo cuore non riuscisse più a provare sentimenti, trascorreva momenti piacevoli, ma che nascevano e morivano nel’ arco di una notte; l’amore, l’amore vero, quello che aveva provato per Syd era tutt’altra cosa. E ora che a fatica era quasi riuscito a dimenticarla si rifaceva viva come se niente fosse successo.
E ora era lì sulla Liberty una barca interamente costruita in legno di mogano e rovere dalle linee classiche quelle che non passano mai di moda, la coperta in teak con doghe uniformi, di un colore tendente al biondo, dotata di un set completo di vele da crociera. Franco insieme a un suo amico mastro d’ascia l’avevano restaurata palmo a palmo, per Franco la Liberty era tutto ciò che gli rimaneva di suo padre, un uomo che aveva conosceva ogni anfratto di quel mare, di quell’isola che non aveva mai voluto abbandonare. Negli ultimi anni aveva deciso di realizzare il suo sogno più grande e acquistare, con i risparmi di una vita, una barca a vela tutta per sé, lui che per una vita intera aveva lavorato come skipper sulle barche altrui.
Era una barca accogliente e per Adrian era la sua casa quando era in mare aperto o faceva base in un porticciolo di un borgo ligure nel golfo della Spezia, dove, grazie alle conoscenze del nonno di Paul, l’avevano condotta insieme a Franco e a Paul alcuni giorni dopo quella famosa partita.
Adrian continuava a ripensare a quella telefonata alle parole di Syd a quella ragazza di cui lui aveva perso la testa non appena l’aveva incontrata a quella festa a sorpresa organizzata per i ventisei anni di Paul. La festa era già iniziata da un po’ quando Syd entrò nel soggiorno, era di una bellezza disarmante, nella sua semplicità con i lunghi capelli neri portati in una coda morbida, gli occhi castani e quel sorriso che nasceva dagli occhi. Da quella sera in poi ogni volta che lo vedeva accennarsi sul suo volto, anche se ce l’aveva su con lei, si dimenticava il motivo per cui era in collera con lei.
Indossava un vestitino di lana grigio scuro con dei leggings neri, più che naturale visto che Paul era nato la prima settimana di dicembre e delle ballerine nere leggermente lucide.
Lo ricorda ancora quando Kathy, la fidanzata di Paul, li aveva presentati, lui sempre sicuro di sé, era quasi in imbarazzo davanti a lei. Quando le loro mani si sfiorarono, Adrian sentì come una leggera scossa e da quella sera non fece che tempestare di domande Paul per sapere il più possibile di quella ragazza con la quale aveva chiacchierato per tutta la festa. C’era un’alchimia tra loro, era come se si fossero conosciuti da tutta una vita, avevano in comune tante passioni, lo sport, la lettura, i viaggi, la fotografia; ma allo stesso tempo erano così diversi, lui il ragazzo sicuro di sé, intraprendente e lei tremendamente bella nella sua timidezza.
Quando si erano salutati, Adrian non aveva, però avuto il coraggio di chiederle il suo numero di telefono per rivederla, in fondo temeva che la sua fama lo avesse preceduto. In quelli ultimi anni non aveva mai avuto intenzione di costruire una relazione seria e Paul glielo ricordava spesso: “Adrian, le tue storie d’amore iniziano il venerdì e finiscono alle prime luci dell’alba del lunedì”. Ma questa volta era diverso, lo sapeva, se lo sentiva, aveva scoperto che Sydney, collega di Kathy nella stessa compagnia, ventisei anni, era di origine italiane ma nata e cresciuta a Londra. E mentre Adrian cercava il modo più adatto per ricontattarla, una mattina mentre era seduto alla scrivania del suo ufficio, con vista sul Tamigi, ricevette un messaggio da un numero a lui sconosciuto.
Lui che usava così tanto il telefono per lavoro e a volte capitava che leggesse alcuni dei numerosi messaggi quasi distrattamente. Aprì quell’ennesimo messaggio pensando fosse quello di un nuovo potenziale cliente che lo contattava per fissare l’ennesimo appuntamento di lavoro e invece lesse queste parole “Adrian, ciao! Ti ricordi? L’altra sera al compleanno di Paul…questo è il mio numero…memorizzalo. Sydney”.
E così iniziò la loro storia, fatta di viaggi, complicità. E ora Adrian si ritrovava a prendere una decisione che avrebbe fatto prendere una piega diversa alla sua vita e che era la causa di tutta la sua agitazione. Syd gli aveva comunicato che solo ora aveva capito di aver non aver ricercato la felicità, quella che ti fa brillare gli occhi. Per Syd, Adrian era la sua felicità, per questo aveva deciso di lasciare l’impiego in Spagna, sapeva di averlo deluso, e che non aveva nessun diritto su di lui: quella sera lo avrebbe aspettato in aeroporto: prima di tornare in Inghilterra aveva deciso di fare una deviazione proprio lì, in quella terra così cara ad entrambi e lo avrebbe aspettato ai gates d’imbarco. Forse stava facendo una pazzia, ma non se lo sarebbe mai perdonato, controllò i voli in partenza per l’Inghilterra, il sole era già basso all’orizzonte, non aveva più tempo, salì in auto e si diresse all’aeroporto. Non aveva mai sperato che un volo decollasse in ritardo come in quel momento, corse a perdifiato sulle scale mobili, le porte automatiche si aprirono ed ecco lei, era là, seduta, a guardare gli aerei che decollavano.
Rimase ad ammirarla qualche secondo e poi la chiamò, lei si girò, vide di nuovo sul suo viso quel sorriso che non aveva dimenticato e i loro sguardi si incrociarono, come se il tempo non fosse mai passato.

 

Maria Grazia Di Somma

 

 

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